31
Ott 2004
ore 11:41

Il turismo va male

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Sul Sole 24Ore c'è la notizia che abbiamo perso due milioni e mezzo di turisti nei primi sette mesi del 2004. Pazzesco perchè dal punto di vista turistico saremmo il paese perfetto se non avessimo prezzi troppo alti, servizi e infrastrutture non all'altezza e scempi paesaggistici da terzo mondo.
Come a dire che Cappella Sistina e amatriciana non bastano, Duomo di Firenze e tartufi non sono sufficienti.
E il 2005 si preannuncia peggiore.
Forse il declinio dell'Italia sta diventando inarrestabile.

commenti 8

Ci risiamo, Direttore.
Per quello che conta, rimando i lettori interessati all'argomento (e sufficientemente dotati di spirito autolesionistico) ai miei precedenti interventi.
Non ho null'altro da aggiungere, se non l'amara constatazione che, a parte la presa d'atto dell'incipiente tracollo, siano davvero poche le voci che abbiano avanzato proposte, progetti, idee.
E non parlo di questo spazio, ovviamente (non sarebbe certo questa la sede), ma delle associazioni di categoria e delle Istituzioni competenti.
Dalle prime, solo lamentele e richieste di agevolazioni fiscali.
Dalle seconde, solo vuote promesse e progetti inconsistenti.

Il declino italiano è sociale e culturale, prima ancora che economico.
Cosa può pretendere dal futuro un Paese che ha ormai perso, in larga misura, memoria e cognizione di se stesso?
Perché vede, il problema qui non è solo (e non tanto) quello di preoccuparsi per un 2005 che si preannuncia ancora peggiore, quanto quello di ripensare alla radice il modello di offerta turistica da proporre al mercato.
Ma questo implicherebbe un progetto completo, coerente ed organico elaborato secondo un'ottica di lungo periodo, utopistico in Italia.
Rimango tuttavia convinto (ne ho già ampiamente illustrati i motivi) che il nostro futuro turistico si giochi tutto sulla capacità di valorizzare la straordinaria ricchezza storica, artistica, culturale e paesaggistica della nostra provincia, e con essa l'intera filiera che fa capo alla enogastronomia di qualità (dal piccolo coltivatore/allevatore/vignaiolo sino al ristorante/trattoria/enoteca).

Abbiamo chiese, monumenti, campagne, gente e prodotti magnifici.
Che però da soli non servono a niente, se poi mancano capacità progettuale e spirito di squadra.
Continuando ad insistere con questo genere di offerta (stanca, ripetitiva e sconclusionata), quindi, prepariamoci a commentare un 2005 pessimo, un 2006 ancora peggiore e via così...
Individuare semplicisticamente le cause dei nostri problemi nella congiuntura economica sfavorevole sarà certo consolatorio ma anche illusorio, perché quando la gente tornerà ad avere soldi da spendere, siamo così sicuri che sarà disposta a dissiparli per pernottare in alberghi fatiscenti in località ingiustificabilmente carissime?
Continuando a puntare sempre sugli stessi cavalli (le stranote e congestionate città d'arte oppure le nostre coste, spesso assai meno entusiasmanti di quanto i prezzi lascerebbero intendere) non potremo che continuare a perdere quote di mercato.

Possibile che il concetto di diversificazione dell'offerta (per noi che potremmo/dovremmo farne il fulcro della proposta complessiva) sia così difficile da afferrare?
Diversificazione dell'offerta che non significa, attenzione, una sua frammentazione o polverizzazione in una miriade di micro-proposte slegate e confusionarie (anche in questo siamo maestri, purtroppo), ma individuazione di differenti percorsi tematici che presentino una loro coerenza interna e che consentano, in modo agevole e chiaro, al visitatore straniero come a quello italiano di scoprire (o magari riscoprire, nel secondo caso) uno spicchio di Italia inconsueto e lontanissimo dallo stereotipo consolidato di "bellezza italica", eppure non meno sorprendente ed emozionante.

Le rendite di posizione sono finite, purtroppo (o per fortuna, ognuno giudichi da sé), e ciò impone di individuare ed implementare strategie ed azioni in funzione anticiclica.
La storiella dell'Italia che è il "Paese più bello del mondo" ce la siamo già bella che giocata, ormai da sola non attacca più e, casomai, sarebbe finalmente giunto il momento di cominciarla a dimostrare coi fatti.
Che poi non ci vorrebbe neanche tanto visto che, in fondo e nonostante tutto, continuo ancora a credere che sia profondamente vera.

Saluti.

01 Nov 2004 | ore 11:57

Mi sembra che la disamina l'abbia già fatta lei in tre parole: "prezzi troppo alti, servizi e infrastrutture non all'altezza e scempi paesaggistici da terzo mondo".
Aggiungo solo che l'atteggiamento spesso autoconsolatorio e autoassolutorio spiccatamente italiano non aiuta: il paese più bello del mondo, il campionato più bello del mondo (poi divenuto il più difficile e ora...), ha trovato l'America in Italia, ecc.ecc..
Forse qualche bastonata sarebbe anche salutare, se non fosse che si parla di imprese, posti di lavoro, persone.
Che fare? Io spero che un Unione Europea più integrata possa permettere l'ingresso di investitori con progetti a respiro ampio anche nel campo del turismo e dell'agroalimentare. Chissà che non risultino più bravi di noi a gestire il nostro patrimonio.
Sembra una provocazione, ma non sono tanto sicuro che lo sia...

01 Nov 2004 | ore 18:02

Condivido l'analisi di Giampaolo sino alla domanda "che fare?".
Non mi sento, infatti, di fare mio l'auspicio circa l'ingresso di investitori (stranieri, mi pare di capire) portatori di "progetti a respiro ampio" e comunque "più bravi di noi a gestire il nostro patrimonio", almeno nella misura in cui ciò importi un significativo trasferimento di poteri decisionali all'estero (ciò che, in verità, sarebbe inevitabile).
A parte l’opportunità o meno di invocare la calata del provvidenziale "deus ex machina" della situazione (tipico di un sistema economico-produttivo ormai alla frutta), le mie perplessità al riguardo sono anche di altra natura.
Cerco di spiegarmi.

Il modello italiano di sviluppo turistico è stato storicamente incentrato su una rete capillare costituita da piccole e medie imprese, associazioni di categoria, banche locali (che hanno facilitato l'accesso al credito di imprenditori locali) e pubbliche amministrazioni "interventiste" (con la realizzazione delle necessarie infrastrutture e la difesa del territorio attraverso quel formidabile strumento che è il piano regolatore).
Lo sviluppo su base locale è stato possibile perché il peso specifico dei diversi soggetti interessati era tale da porli sostanzialmente sullo stesso piano (sebbene con ruoli e funzioni chiaramente distinti), consentendo così un dialogo ed una collaborazione capaci di dare vita ad un'offerta particolarmente vivace ed articolata.
E' stato questo il modello seguito in Emilia-Romagna, Toscana, Trentino-Alto Adige, Marche, Liguria e Veneto, solo per fare gli esempi più significativi.

Certo, piccole dimensioni hanno portato più flessibilità e maggiore "autenticità" dell'esperienza percepita dai visitatori (ad es. per la possibilità di instaurare un rapporto quasi familiare con l’albergatore di turno, complice anche il nostro temperamento espansivo), ma altrettanto certamente prezzi un po' più alti e (forse) minori servizi.
L'equilibrio si è rotto quando i "contro" del nostro modello di sviluppo sono diventati ben più percepibili dei rispettivi "pro": che ciò sia dipeso da una perdurante rendita di posizione (che ha illuso molti operatori di casa nostra che non fosse poi così necessario essere troppo professionali per ottenere introiti soddisfacenti), dal nostro alto costo del lavoro o da altri fattori non lo so.

Fatto sta che l'Italia (o meglio quella parte di essa che, nell'immaginario collettivo straniero, esaurirebbe le nostre bellezze visitabili) è divenuta sempre meno appetibile agli occhi dei potenziali visitatori.
Di sicuro si è assistito ad un progressivo impoverimento di creatività e capacità manageriali in tutti quei soggetti che costituiscono la rete di cui ho fatto menzione sopra: una specie di black out collettivo di teste che, proprio sul più bello (cioè ora, che bisognerebbe reinventarsi), si sono mostrate pigre, stanche, senza idee. Di qui il cortocircuito del sistema e la perdita di competitività sui mercati internazionali, nel frattempo agitati dall'ingresso dirompente di nuovi ed assai intraprendenti competitors che, quasi dal nulla, hanno messo in discussione gerarchie che parevano immutabili.

"Che fare", allora? Cambiare modello di sviluppo, dato che i tempi cambiano e con essi gli strumenti con cui fronteggiare le nuove sfide che ci attendono?

Guardando indietro agli anni del boom economico (e turistico), e quindi ai decenni '60, '70 ed '80, i precedenti non sarebbero incoraggianti.
Tutte le volte in cui la molteplicità dei soggetti prima menzionati è venuta meno facendo spazio ad un unico grande soggetto (pubblico – v. Cassa del Mezzogiorno - o privato), infatti, i risultati ottenuti non sono stati mai pari alle risorse investite.

L’unico caso di successo di modello alternativo di sviluppo basato su un forte investimento esogeno è stato costituito dalla Costa Smeralda, che tuttavia ha presentato caratteristiche talmente peculiari da renderne difficilmente immaginabile una replica: quando l'intero progetto venne pianificato e cominciarono i primi investimenti (inizio anni '50), infatti, la Sardegna era ancora un'area paesaggisticamente vergine, economicamente arretrata e con una scarsissima cultura turistica (essendo praticamente priva di strutture ricettive ed altre infrastrutture).
L'Aga Khan, insomma, si trovò nelle condizioni (ideali) di poter partire da zero pianificando investimenti enormi lungo i 50 km di costa più belli del mondo: poté fare (e fece) le cose per bene, dunque, introducendo adeguate competenze e professionalità, realizzando importanti infrastrutture, facendo conoscere al mondo le meraviglie di una terra fino a quel momento sconosciuta dal punto di vista turistico. Si trattò, però, di un progetto coerente ed organico inizialmente proiettato interamente all'esterno, sia per i capitali e le professionalità coinvolte che per il mercato a cui l'offerta si rivolgeva (una nuova meta del turismo elitario).

Ma un conto è costruire ex novo un sistema di offerta in una zona turisticamente vergine, un altro è rivitalizzare una zona turisticamente già matura ed in fase di stagnazione o declino.

Un investitore che decida di fare le cose in grande ha bisogno di avere le mani il più libere possibile, e questo nel 2004 in Versilia come sulla Costiera Romagnola, in Puglia come sulla Costiera Amalfitana non è più attuabile.
Per fortuna, aggiungo io, perché non di rado le amministrazioni locali non avrebbero il peso politico sufficiente per arginare il peso economico del grande investitore (ove ci fosse), venendosi così a trovare nella scomoda posizione di chi è costretto a dover scegliere poco serenamente tra presidio (ambientale e urbanistico) del territorio e sviluppo economico tout court.

Il grande investitore ha bisogno dei grandi numeri per realizzare economie di scala, ed è dunque tendenzialmente orientato a proporre un'offerta standardizzata e seriale (quasi di stampo fordista) appena mitigata da una cervellotica declinazione dei servizi tesa ad una loro personalizzazione più apparente che reale.
Non c'è nulla di male in tutto ciò, sia chiaro, essendo intimamente connaturato all'impostazione seguita nella produzione/erogazione del bene "vacanza".
Per far ciò occorre semplificare (e rendere il più modulare possibile) il prodotto/servizio offerto agendo sui vari elementi di cui si compone, smussandone gli angoli e limandone le differenze.
Questo significa omologarlo e dunque banalizzarlo.
Può andar bene per Sharm el Sheik ma non per noi, che proprio della mutevolezza e della complessità dell'offerta dovremmo fare il cardine strategico della nostra proposta.

Alla holding anglo-svizzero-tedesca con sede in Lussemburgo non gliene può importare di meno delle nostre tipicità locali, delle tradizioni secolari, della mutevolezza dei paesaggi, della vivacità e bravura dei nostri chef. E ci sarebbe pure da dargli ragione: cosa ci si potrebbe aspettare dal manager "tetesko di Cermania" (cresciuto a wurstel, crauti e birra) messo a decidere cosa e come dovremmo offrire DEL NOSTRO TERRITORIO ai suoi connazionali?
Farebbe già fatica a star dietro alla nostra complessità un italiano non autoctono (es. un toscano in Puglia o un piemontese nelle Marche), figuriamoci uno straniero incapace di distinguere un pezzo di parmigiano da una mozzarella di bufala.

La mia personalissima opinione è che nel settore turistico essere "bravi" sia assai più importante che essere "ricchi", tanto più in un territorio come il nostro così straordinariamente e naturalmente dotato di potenzialità attrattive.

Non abbiamo bisogno di costruire nuovi alberghi, bensì di riempire quelli esistenti (che casomai andrebbero ammodernati e/o ristrutturati).
Non abbiamo bisogno di ristoranti di hotel che propongano un'anonima "cucina internazionale", bensì di far conoscere a chi ci visita i nostri ristoranti e le nostre trattorie di provincia (avendo cura di segnalare gli indirizzi più meritevoli, che sono davvero tanti).
C'è proprio bisogno dell'investitore straniero che costruisca l'ennesimo villaggio-vacanza accanto all'oasi naturalistica perché ciò possa avvenire? No, non credo.

Soffriamo di gravi ed ingiustificabili problemi infrastrutturali, è vero, ma sarebbe (è) compito della mano pubblica porvi rimedio, non certo dell'investitore "illuminato", che tutt'al più potrebbe avere una funzione di stimolo.

L'aspetto più strabiliante ed insieme irritante di tutta la vicenda è che per rilanciarsi non ci sarebbe affatto bisogno di ingenti investimenti privati, ma semplicemente di una più intensa e diffusa sensibilità collettiva e di un impiego più oculato di risorse pubbliche (che pure potrebbero certamente essere maggiori).
Ma il punto non è tanto quello di avere più soldi da spendere, quanto piuttosto COME spenderli. Finora li si è erogati "a pioggia", seguendo un metodo scientifico di conservazione del consenso di cui i nostri amministratori (notoriamente impavidi cuor di leone) sono maestri.
A mio modesto avviso, invece, ci sarebbe bisogno di un progetto coerente ed organico che, A MONTE, consenta di individuare con precisione DOVE, COME E PERCHE' canalizzare le risorse.

Che il turismo in Italia sia nato e cresciuto in forma diffusa e ad opera di una molteplicità di soggetti medio-piccoli non è un caso. E' scritto nel nostro DNA, nella nostra storia recente.
Non vedo perché, allora, la "risurrezione" del settore non debba attuarsi tramite lo stesso modello. Che ultimamente non si sia mostrato all'altezza è dipeso più da incapacità personali di chi è stato chiamato ad attuarlo (tasso di litigiosità alle stelle, mancanza di idee, approssimazione, pigrizia ecc.) che da una debolezza ed inadeguatezza intrinseca del modello stesso. Che, invece, non solo mi pare pienamente idoneo alla funzione, ma anche il meglio tarato sulle nostre caratteristiche.
L'unico vero limite strutturale connaturato ad esso potrebbe individuarsi nella scarsa capacità di proporre sistemi omogenei ed integrati su base regionale, ma a ciò potrebbe agevolmente ovviarsi tramite una corretta interpretazione ed attuazione degli STL (Sistemi Turistici Locali) introdotti dall'art. 5 della legge n.135/2001 (nuova legge quadro sul turismo).

Insomma, non vorrei sembrare troppo patriottico, ma essendo di Terni ed avendo visto la disinvoltura ed il cinismo con cui i crucchi della Thyssen Krupp hanno gestito la vicenda delle Acciaierie (praticamente regalategli ai tempi delle famose privatizzazioni), ogni volta che sento parlare di vendere a gruppi stranieri una parte del tessuto produttivo italiano mi innervosisco.
Che poi addirittura gli si voglia affidare la gestione del nostro patrimonio artistico, culturale e naturalistico mi sembra proprio inconcepibile.
Che forse non siamo più capaci di farlo benissimo da soli?
Proprio a tale strisciante forma di colonizzazione/commissariamento bisognerebbe arrivare?
E che siamo diventati, le Maldive?

02 Nov 2004 | ore 10:59

Investire? qui? bisogna aver fegato o canali assicurati! Costi energetici, sociali, organizzativi, logistici fra i più alti d'Europa se analizzati separatamennte e sicuramente i più alti nel complessivo attirerebbero veramente capitali esterni? Linee ferroviarie obsolete (sembra si debba costruire tutto ora) treni con cronici ritardi che solo le ardite evoluzioni statistiche riescono a ricondurre a medie accettabili come nei balletti di cifre assimilabili ai numeri delle partecipazioni di piazza a seconda di chi le commenta; reti autostradali vecchie di decine di anni che paiono sino ad ora non più toccate dai tempi del mitico boom economico democristiano, metropolitane zoppe, ospedali dai migliori d'Europa ai peggiori del mondo (attenzione anche qui la media risulta accettabile ma chiedete a chi capita nel peggiore), vaccini e latte in polvere a prezzo dimezzato per decreto e non per mercato (credete che a questi prezzi ora ci perdano?)dove nel mercato entravano costi assolutamente avulsi dai produttivi; tasse che ora sembra che scendano ma che in realtà salgono perchè non figlie di conti economici ma di spostamenti di competenze, le assicurazioni più costore d'Europa (fatevi portare qualche tabella belga o spagnola da vostri amici) e tant'altro, quant'altro ognuno voglia analizzare di questa repubblica di Pulcinella (si pensi solo al Ballarò del fenomeno edilizio) ove sembra impossibile disporre di numeri contenuti di leggi semplici in grado di poter essere applicate, ove vi sia certezza di essere nel giusto e certezza della pena! A volte sembra che il dover azzeccagarbugliare sia più figlio della volontà fare leggi che sembrino giuste per tutti ma convenienti per pochi piuttosto che di legislatori incapaci od improvvisati. Da dove passa dunque la voglia di investire quando siamo noi stessi a non credere più nel nostro sistema e bruciamo migliaia di nostri posti di lavoro, certamente molto costosi, a favore di paradisi emergenti stranieri? Da dove passa la voglia di investire se, per contro, un barista, un panettiere, un ristoratore riscontrano enormi difficoltà a reperire mano d'opera ed apprendistato? Torino si sta pian piano svuotando di posti di lavoro legati al secondario con maggior velocità di quanto secondario maggiormente qualificato, terziario e, terziario avanzato assorbono gli esuberi con mezze età addirittura definitivamente fuori dal giro. Allora il problema è proprio lì, ed è decisamente peggio perchè non solo, appunto, economico ma socio culturale come dice slow ciccio e quindi decisamente più rischiso perchè non ha nella sua potenziale disfatta i semi dell'intellighentia indispensabili alla ripresa. Dovremo contare ancora una volta sulla nostra innata capacità di dare, all'ultimo, il colpo di reni?

02 Nov 2004 | ore 11:06

Francamente faccio fatica a capire come in Italia la maggior parte delle persone si dichiari europeista, salvo poi allamarsi per l'arrivo di "stranieri".
Senza polemica, perché francamente se ne hanno un po piene le tasche, quella di Slow Ciccio mi sembra un affresco caricaturale dell'investitore straniero. Non è che per forza debba trattarsi di un bieco cementificatore di coste o di creatore di simil copie di Sharm El Sheick versione amalfitana. Anche perché in quello siamo buoni anche noi. Non tutti sono ignoranti e di cattivo gusto, anche all'estero.
A me francamente non ne può fregare di meno se l'Alitalia scompare, o meglio cambia nome e viene comprata da British Airways (con tutto il massimo rispetto per i lavaratori di cui sopra). Non ne faccio un vanto personale di poter volare con una compagnia italiana, né mi importa se la mia banca diventa olandese, o se la mia macchina è giapponese, a patto di avere un servizio migliore e costi più bassi, come spesso avviene all'estero in molti settori. Anche le aziende (poche) italiane che investono all'estero chiudono i battenti quando gli fa comodo, lasciando a terra i dipendenti, e lo stesso fanno le aziende italiane in italia, non ci vedo differenze.
La mia supposta provocazione era sopratutto una invocazione a superare due problemi tipici italiani: 1) il nanismo 2) l'autoreferenzialità.

02 Nov 2004 | ore 12:02

Un conto è comprarsi un'automobile giapponese, un altro è rimanere indifferenti di fronte all'eventuale (e per il momento scongiurata) scomparsa della nostra compagnia di bandiera.
Sono due cose "leggermente" differenti, e non è per una semplice questione di vanto.
Lo stesso dicasi per le banche, ma si tratta di aspetti che ci porterebbero molto lontani dall'oggetto della discussione.

Basti solo dire che le istituzioni creditizie e la compagnia di bandiera svolgono, ciascuna nei propri ambiti, una funzione fondamentale ai fini della politica industriale di un Paese che fa parte del G8.

Se vedo qualcuno andarsene beatamente in giro su una Toyota, pertanto, la cosa non mi crea alcun turbamento; se l'Alitalia dovesse scomparire o il nostro sistema bancario dovesse finire in larga parte sotto il controllo di investitori stranieri, beh allora non sarei più tanto sereno, e non solo per le dolorose ricadute in termini occupazionali.

Tornando a noi, non credo che per superare nanismo ed autoreferenzialità sia necessario invocare l'ingresso di capitali stranieri.
Nei confronti dei quali, sia chiaro, non nutro alcun pregiudizio, ove a ciò non dovesse accompagnarsi un significativo trasferimento di poteri decisionali.

Non si tratta di essere provinciali, ma di guardare a quello che fanno i nostri più diretti concorrenti, cioè Francia e Spagna (sarebbe infatti inutile far riferimento a modelli applicabili a realtà culturalmente e storicamente lontanissime da noi).

Nel primo caso (Francia) i poteri decisionali non si sono mai schiodati dai patri confini, e d'altro canto la loro attenta e continua attività di programmazione e la loro capacità di fare sistema non li hanno mai messi nelle condizioni di dover ricercare altrove capitali e teste pensanti.

Nel secondo caso (Spagna) ci sono stati grandi investimenti di origine straniera (inglesi e tedeschi su tutti), ma proprio perchè lì si è puntato con decisione su un turismo di massa, destinato ad un segmento medio-basso e con uno sviluppo immobiliare disordinato ed eccessivo.
Sicuramente i risultati ce li hanno avuti, ma in tutta sincerità non mi sembra un modello da imitare.

Se in Italia i grandi investitori, non dico stranieri, ma anche soltanto non locali, non sono mai riusciti, DA SOLI, a combinare granchè, non è casuale.
E' la complessità (a volte imperscrutabile pure per noi) del nostro tessuto sociale ed economico ad aver di fatto imposto un modello di sviluppo differente basato sugli operatori medio-piccoli e sull'associazionismo.

Può reggere ancora tale modello, di fronte alla globalizzazione, ai last minute, ai grandi tour operator?
Io credo di sì, e non per cieco patriottismo, ma perchè il modello di sviluppo turistico che a mio avviso dovremmo perseguire non necessiterebbe di enormi investimenti privati, in quanto fondato sulla riscoperta, valorizzazione e promozione di ciò che abbiamo già, elaborando/assemblando prodotti originali e coinvolgenti frutto della messa a sistema delle nostre ricchezze.
Poi se vogliamo realizzare il parco tematico facciamolo pure, ma non dovrebbe certo essere questo (secondo me) il fulcro del nostro sistema di offerta.

Potrò pure sbagliarmi, è ovvio, ma credo che per poter riconquistare gli stranieri perduti si debba recuperare al nostro interno la capacità di programmare e promuovere, investire e inventare, emozionare e stupire.

A me non allarma di per sè l'arrivo di capitali stranieri, quanto piuttosto la nostra tendenza a ricercare al di fuori quello che già abbiamo al di dentro.
E poi il turismo non è un'industria come un'altra.
Se vendi automobili offri un bene tecnologicamente avanzato ma pur sempre impersonale.
Vendere le proprie località significa offrire anche un po' di se stessi.
E, se permetti, è meglio se ci pensiamo da soli.
Saluti

02 Nov 2004 | ore 15:24

finchè il turismo rimane collegato alla politica e sopratutto allo sfruttamento della politica, non pemetterà di costruire nulla di buono basti guardare le strade del vino, uno strumento che avrebbe dovuto essere strategico per lo sviluppo turistico del nostro paese, risultato 130 strade del vino dei sapori e dio altro sa di che cosa, , che hanno solo mangiato soldi e non turisti, nei cui comitato tutti sono presenti tranne che persone esperte e professionisti per fare promozione. solo li solo per dividersi il danaro dei finanziamenti non per fare o ottonere risultati... finche si andrà avanti cosi è dura...

23 Nov 2004 | ore 15:26

sono americano e vivo in italia da dieci anni per motivi di lavoro, credo che quello che non va bene sia il contesto generale di come si percepisce la destinazione italia, che rimane sempre nel cuore dei stranieri e credo sia la destinazione più sognata e desiderata. Nonostante questo agli occhi dei stranieri è una destinazione ripetitiva e un po' noiosa. ben conosco e ho imparato a conoscere l'italia che ha dei bene culturali paesaggistici e umani ineguagliabili, ma li devi scovare con la lanterna. L'organizzazione turistica sul territorio non esiste, vive sull'improvvisazione (divetente eh!! fino ad un certo punto)! e si ah sempre la sensazione di essere presi in giro! La mancanza di sicurezza. Il prezzo di alcuni musei un vero e proprio furto! e degli alberghi poi meglio non parlarne hanno mille regole interne ogniuno diverso dall'altro dove l'ospite da fastidio! tutto questo sono certo disincentiva qualsiasi ipotesi di ritorno e se ne parla male al ritorno a casa, scongiurando altri possibili turisti.mi permetto d'aggiun gere che ci sono alcune città e paesi del sud italia che fanno mettere i brividi per il contesto come dire molto...illegale, questo non genera positività e ci si sente deboli e impautiti si è disposto ad accettarlo in un paese del terzo mondo , da da un paese europeo no!

25 Nov 2004 | ore 13:23
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