14
Nov 2004
ore 15:38

Noi naufraghi del blog

< >

La Barilla che va male. Ma quanto male? Veronelli che sta male. A proposito la frase di Critical Wine riportata è stata presa dalla quarta di copertina del libro omonimo edito da Derive-Approdi. La grande distribuzione made in Italy che sta scomparendo anche perchè dopo le vendite al francesi all'orizzonte si profila Walt-Mart (che corteggia Esselunga). E poi gli OGM.
C'è chi scrive che pochi naufraghi partecipano alla discussione in questo blog. Pochi sicuramente, naufraghi non so perchè...io comunque comincio ad amare le discussioni in pochi, i toni pacati, il ragionamento. Non sopporto la retorica, le scomuniche o le beatificazioni. In molti casi ho bisogno di capire e ragionando con degli interlocutori mi chiarisco le idee. Oggi ho letto Camilla Baresani sul domenicale del Sole è ho avuto la conferma che "la pappa e dintorni" sono argomenti di gran moda ma quasi mai trattati con vero acume.

commenti 10

Ben venga WALMART.
In UK ha preso le sembianze di ASDA, con supermercati aperti 24 ore al giorno anche in piccoli centri. Dove io abito (città di 50.000 abitanti) c'e' un PAM che apre 2 ore la domenica mattina anche d'inverno: è il momento che è più pieno. Si potrà parlare anche di GD acquistata da stranieri, di rischi e sesso degli angeli, a me interessano i servizi. Lì (UK) li ho trovati, con cortesia e prezzi vantaggiosi, molto più che in Italia. Il resto per me non conta, punto.

16 Nov 2004 | ore 18:36

D'accordeggio filosoficamente con l'approccio laico di Gianpaolo riguardo al problema della nazionalità della proprietà di questo e quel settore produttivo dell'industria italiana. Non fosse che:

a) il sovrareddito che per definizione è destinato alla proprietà finisce all'estero e non in Italia per la quasi totalità, cosa tutt'altro che neutra per l'economia nazionale dato che la circolazione della ricchezza è l'unica cosa che crea ricchezza, specie in un Paese sprovvisto di importanti fonti di materie prime come l'Italia;

b) le scelte produttive e organizzative più disparate che hanno come è ovvio importanti riflessi sociali possono essere selezionate "da remoto", laddove si è esenti dalla sopportazione dei costi sociali di quelle stesse scelte. Situazione che la letteratura economica qualifica come una stortura del sistema.

Traduzione: in un sistema che fosse capace di bilanciare la vendita agli stranieri con l'acquisto dagli stranieri, non ci sarebbe un gran ché di cui preoccuparsi.
Ma in un Paese in cui i capitali ottenuti dalla vendita delle industrie che ancora funzionano vengono reinvestiti in settori in qualche modo protetti dalla concorrenza ovvero vigilati dalle autorità pubbliche (energia, telefonia, trasporti e co.), che finiscono per gravare sulla comunità nazionale per via di livelli di servizio inferiori alle tariffe applicate, le quali sono più che occasionalmente gonfiate in maniera collusiva-monopolistica, e quindi alla fine trasferiscono quando proprio non bruciano ricchezza, anziché crearla... traducendo, dicevo: non sono d'accordo per niente.

L'Italia non è l'UK, punto. Sarebbe utile fare attenzione, nel concedersi certe semplificazioni, perché anche se ci si sente di relegare certe considerazioni fra le cose "che non contano", quelle cose vengono alla porta a farsi contare da sole, anche senza essere state invitate.

Vorrò essere provocatorio: l'ideologia corrente dell'efficienza e della cultura del servizio al consumatore come unico parametro di valutazione di scelte che come queste hanno invece il più alto grado di criticità politica è un vero e proprio specchio per le allodole. La natura del capitalismo è predatoria, e l'Italia capitalista non mi risulta che abbia né zanne, né rostri, né artigli, men che meno dopo la eventuale vendita delle ultime aziende rimaste. Non essendo quindi un predatore, cosa può essere, l'Italia?

17 Nov 2004 | ore 00:24

Sottoscrivo in toto l'intervento di Rossano.
Ho già avuto modo di dissentire nel thread "Il turismo va male" dall'approccio di Giampaolo
alla questione.

Rifacendomi alle argomentazioni da lui addotte in quella sede, non si tratta di essere europeisti o meno.
Qui c'è in ballo l'assetto futuro del nostro sistema economico-produttivo, che in quanto tale non potrà non avere ricadute sul nostro stesso assetto sociale.

Capisco che l'infimo livello raggiunto dai servizi in Italia possa far cedere alla tentazione di invocare l'ingresso di un deus ex machina capace (si spera) di risolvere d'incanto tutti i problemi.

Ma, a parte il fatto che anche all'estero non è tutto oro quel che luccica, ci sarebbe poi da dire che un operatore inglese o tedesco, per quanto possa introdurre più alti livelli di professionalità ed efficienza, sconterà sempre il fatto di agire in un contesto sociale, ambientale e culturale che non gli è proprio, e questo finirà SEMPRE per avere un peso rilevante, quale che sia il settore di attività interessato.

Poi, come ha sottolineato Rossano, c'è da considerare che il reddito guadagnato in Italia da soggetti che lo trasferiranno all'estero crea un cortocircuito nella circolazione interna della ricchezza (con effetti assimilabili a quelli delle importazioni, nel modello del moltiplicatore keynesiano) in grado, nel medio termine, di indebolire strutturalmente un sistema economico.

Infine è noto come, generalmente, la distanza fisico-geografica dei centri decisionali dai luoghi dove poi le decisioni adottate produrranno concretamente i loro effetti sia spesso inversamente proporzionale alle remore nell'adottare strategie ed azioni "dolorose".

Insomma, se non possiamo impedire ai grandi gruppi stranieri di fare shopping di aziende nostrane, credo però che non sia neppure il caso di rallegrarsene, tanto più considerando che queste transazioni ci vedono sempre recitare la parte degli "acquistati" e mai degli "acquirenti".

Non è questa la sede e, prima ancora, non sarei io in grado di affrontare compiutamente l'argomento, ma tutto questo non è che l'amaro frutto dell'inesistenza in Italia di una politica industriale degna di essere chiamata tale, di un capitalismo familiare che si è mostrato (a parte poche eccezioni) incapace di affrontare e reggere le sfide poste da un mercato non più protetto.

La concorrenza apre scenari potenzialmente esaltanti, ma può anche far molta paura quando non si è mai avuto il coraggio di guardare al di là del proprio orticello e dunque di adottare strategie di ampio respiro, in primo luogo investendo seriamente in ricerca, innovazione e risorse umane.

L'Italia è tra i paesi occidentali in cui il problema della concorrenza e del libero mercato è meno avvertito (se non a parole) dalle forze politiche, che mostrano una straordinaria capacità di ignorare i moniti e le esortazioni provenienti dall'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato.

Ci sono interi settori decisivi ai fini della competitività (banche, energia, trasporti, comunicazioni) che continuano a rimanere blindati, ed è guarda caso su questi che gli imprenditori di casa nostra hanno investito con decisione, abbandonando ad altri i settori maggiormente esposti al giudizio del mercato.

Quest'ultimo, si sa, è per definizione impietoso e dunque obbliga a crescere, innovare, ingegnarsi, guardarsi intorno, cambiare...altro che rendite di posizione.
No, figurarsi, troppo faticoso.

Quello che ne risulta è un capitalismo autoreferenziale e sterile, opportunista senza essere predatorio.
E che, complice anche la nostra tendenza esterofila, porta molti ad invocare lo straniero.
Il che sarà pure comprensibile ed in certa misura inevitabile, ma mette impietosamente a nudo le gravissime debolezze di un Paese incapace di guardare a se stesso con occhio lucido, accorto e lungimirante, troppo impegnato a perdersi la domenica mattina tra le tante offerte speciali che ammiccano tra gli scaffali di un supermercato.

Che poi è un po' quello che stanno facendo gli stranieri con noi: vengono, vedono, scelgono e comprano (a prezzi da discount).
A loro le aziende, a noi i panettoni.
Allegriaaa...

17 Nov 2004 | ore 10:25

Sig. Bonilli, io riconsidererei la facile ironia con cui Ella sembra voler mettere alla berlina le rencesioni pubblicate da Camilla Baresani sul Domenicale del "Sole 24 Ore".

forse la Baresani non avrà la Sua esperienza e competenza di giudizio o palato, ma quanto a stile di prosa e costruzione della frase e del pezzo... bè...

18 Nov 2004 | ore 15:45

Siamo in Europa, testa e gambe, o no? Che senso ha parlare di Italia? Circolazione della ricchezza nel paese autoprodotta, decisioni in remoto, ecc. ecc.
Ma non sarà che siete rimasti al secolo scorso? Non ci sono più frontiere, non ci sono barriere, ne ai soldi ne alle persone. Rimangono solo, piccole, antiquate, rendite di posizione che spero vengano spazzate via quanto prima perché quelle si che sono le nostre palle al piede. E nel mondo se ne accorgeranno in pochi perché l'Italia, da sola, conta poco.

18 Nov 2004 | ore 22:33

Massì, siamo in Europa. Abitiamo tutti a Londra, o in Lussemburgo, e non ce ne siamo accorti. O forse addirittura a New York. Che senso ha pensare AL LUOGO DOVE SI VIVE? Nessuno, nessuno... che sciocchi, che antiquati parolai che siamo tutti. I problemi? Basta una parola, "Europa", e scompaiono tutti. Quelli che non riescono ad arrivare alla fine del mese o quelli che non riescono più a risparmiare una lira, o quelli che una volta viveano nel lusso e adesso devono stare attenti, mentre i loro omologhi inglesi o spagnoli stanno meglio di prima, hanno i problemi che hanno solo perché non sanno guardare avanti con ottimismo, perché le loro menti sono ancora impastoiate nella muffita dialettica novecentesca. Mentre il mondo degli ottimisti va avanti. Gianpaolo, non è che ti chiami Gianni, o Tonino?

19 Nov 2004 | ore 00:15

Beato te, Gianpaolo, che disponi della macchina del tempo e ti trovi già in un'Europa in cui si parla soltanto inglese, francese e tedesco, in cui i treni sono in orario, i supemercati sono aperti 24h al giorno 7 giorni su 7, il biglietto aereo costa meno di un pacchetto di sigarette e vivere a Terni o a Grosseto è più o meno come stare a Dusseldorf o ad Anversa.

E poi certo, tra i Paesi Membri circolano liberamente idee, persone, capitali, e le rendite di posizione sono state spazzate via da un mercato finalmente libero ed aperto. Che bello...

Io invece, che la macchina del tempo non ce l'ho, mi trovo ancora a guardare con preoccupazione ad un'Italia incapace di stare in Europa come dovrebbe, che sta perdendo pezzo dopo pezzo il proprio sistema industriale, in cui non si riesce a trarre neppure dal turismo quelle risorse che potrebbero contribuire a ridare slancio e nuova linfa a tutto il giocattolone, in cui ci si riempie a sproposito la bocca con la parola "Europa" senza che ad essa seguano strategie ed azioni in grado di darle un minimo di sostanza e contenuto.

E così, mentre gli altri continuano ad investire in ricerca e innovazione mettendo i loro sistemi creditizi ed universitari (entrambi assai più efficienti dei nostri) realmente al servizio di imprese che trovano così adeguato supporto per espandere il proprio bacino di influenza e rilevanza, noi ci stiamo allegramente svendendo tutto, non avendo capito che OGGI PIU' CHE MAI sarebbe il caso di dare il meglio di noi stessi perchè in Europa, al di là del bon ton di facciata, la festa è finita e la lotta per contare qualcosa si è fatta durissima, senza esclusione di colpi.
E tra non molto comincerà a riservarci sorprese amarissime, se non ci daremo da subito una bella svegliata.

Che io e te si abbia delle opinioni divergenti, comunque, è ampiamente comprensibile, essendo maturate alla luce di secoli diversi.
Ma temo che, se l'andazzo continuerà ad essere questo, sarai costretto tuo malgrado a fare un viaggio a ritroso nel tempo e tornare nel 2004, all'alba di quel XXI° secolo che oggi ti sembra così lontano.

19 Nov 2004 | ore 10:33

Che non esistano più le frontiere per le persone, merci e soldi è semplicemente un fatto, non è una mia opinione ottimistica. Finché si continua a vedere il vicino come "aggressore", sia pure da un punto di vista commerciale, secondo me non si esce dal secolo scorso. E' una battaglia di retroguardia quella che vuole la difesa della catena del supermercato o della linea aerea. La battaglia va fatta sulla qualità dei servizi e dei beni, ed è indifferente chi li controlli. O meglio, è indifferente la nazionalità. L'argomento usato, cioè che lo straniero non capirebbe le "particolarità" italiane, a me rafforza ancora di più la convinzione che sarebbe salutare un bell'apporto di "stranierità" in Italia. Il punto per me è proprio quello, io non voglio "le particolarità italiane", io voglio la qualità dei beni e dei servizi e basta. Voglio poter comprare una cosa nel supermercato e se non va bene, o semplicemente se cambio idea, la voglio poter riportare indietro senza dovermi profondere in scuse e senza sapere se l'impiegato è di buon umore o meno. Voglio un conto corrente che se non lo uso mi costi 0 e non 1000-1500 euro l'anno. Voglio poter cambiare il fornitoree del credito cosi' come oggi cambio il fornitore di telefonia, senza costi e senza rotture di palle. Voglio che i bagni pubblici dei locali pubblici siano puliti e disponibili, con il servizio per per i bambini piccoli. Voglio poter andare dal pediatra con il passeggino, senza avere due rampe di scale da fare senza ascensore, lo stesso valga per il treno o per gli altri trasporti pubblici. Voglio che l'impiegato pubblico si senta al mio servizio, e voglio essere educato e rispettoso nei suoi confronti. Voglio trasparenza e voglio essere messo al primo piano come consumatore. Questo, purtroppo, non fa parte del nostro DNA come italiani, abbiamo bisogno di impararlo da chi ce l'ha e da molto tempo.
Caro Rossano, l'Italia fa fatica a stare in Europa per molti motivi, e sono proprio le rendite di posizione di un mercato chiuso e asfittico che io auspico che scompaiano "col vento dell'Europa". Io ci credo davvero, i miei figli non sono come ero io alla loro età, e i loro figli di più, e sono sicuro che a loro sembrerà incomprensibile pensare che un paese piccolo come l'Italia potesse avere centinaia di banche e una compagnia aerea "di bandiera", oppure supermercati a scala regionale o provinciale. Di compagni aree "generaliste", non quelle superspecilistiche o low price, alla fine in europa ne resteranno forse un paio, e vedrai che non sarà l'Alitalia ad essere una di esse.

19 Nov 2004 | ore 12:11

Caro Gianpaolo,
probabilmente non ho espresso con sufficiente chiarezza quelle che sono le mie reali preoccupazioni al riguardo.
Cercherò, pertanto, di farlo ora.

Gli odiosi disservizi che hai menzionato (e ce ne sarebbero tanti altri, ma proporne un'elencazione esaustiva sarebbe impresa quantomai improba, oltre che dolorosa) fanno arrabbiare moltissimo anche me.
Proprio per questo, non mi è mai passato per la testa di minimizzarne la portata in nome di un patriottismo cieco e grottesco del tipo "non passi lo straniero".

Il progetto di un'Europa unita sotto l'aspetto economico e, conseguentemente, politico (ma sarebbe auspicabile che fosse il secondo aspetto a prevalere sul primo) è ambizioso ed entusiasmante.
Il problema è che, nonostante i Trattati firmati e le dichiarazioni rese, è ancora ben lungi dal realizzarsi davvero.
Quello che sarà l'assetto politico ed economico europeo per i prossimi decenni si si sta decidendo ora; è dunque un momento cruciale quello che stiamo vivendo, perchè i rapporti di forza che verranno ad instaurarsi oggi influenzeranno in modo decisivo ciò che accadrà domani.

Cosa sta accadendo, oggi?
Sta accadendo che tutti i nodi stanno venendo implacabilmente al pettine, che le inefficienze ed i privilegi statificatisi in Italia in decenni di malcostume pubblico e privato cominciano ora (finalmente!) a presentare il conto.
Non lo hanno fatto prima solo perchè ci siamo trovati ad operare in un sistema protetto e dunque falso, che ci ha dato l'illusione di poter coniugare approssimazione e benessere, superficialità ed alto tenore di vita.
Insomma, ci siamo potuti permettere il lusso di vivere per molti anni ben al di sopra delle nostre reali possibilità, e ciò è valso tanto per le imprese quanto per i cittadini.

Nel corso dell'ultimo decennio l'Europa, proprio nel bel mezzo del processo di unificazione, ha vissuto (e continua a vivere) un ciclo economico estremamente problematico, sulle cui cause sarebbe inutile dilungarsi in questa sede.
Certo è che, di fatto, esso ha contribuito non poco ad alimentare un diffuso scetticismo (quando non una vera e propria ostilità) nei confronti dell'unificazione.

Personalmente, invece, sempre stato favorevole ad essa, ritenendo anzi che proprio un Paese deboluccio come il nostro avrebbe avuto il massimo da guadagnarne.

Non è che oggi abbia cambiato idea.
Non è che, improvvisamente, mi sia persuaso che sia meglio tenerci disservizi e rendite di posizione purchè rimanga tutto in mano nostra.
Un mercato senza frontiere presuppone (se non impone) che vi sia un certo rimescolamento di carte.
A me che persone, merci e capitali possano muoversi liberamente da un Paese all'altro sta benissimo, ma mi preoccupa non poco il fatto che il nostro sistema economico-produttivo stia subendo passivamente (per colpe che sono tutte e solo sue) questo decisivo passaggio storico.

Potrebbero schiudersi grandissime opportunità, ma sembra che solo gli altri si stiano attrezzando seriamente per coglierle.
Tedeschi, francesi ed inglesi fanno quello che devono fare, e non mi aspetto certo che siano animati da uno spirito filantropico nei nostri confronti.

Rispetto a noi hanno un sistema creditizio meno vessatorio con i privati e più collaborativo con le imprese, delle università in cui si studia meno ma molto meglio, una politica energetica più oculata e meno ipocrita, più investimenti in R&D e risorse umane, ecc: insomma, in tutti i fattori che, in un modo o nell'altro, incidono sulla competitività sono nettamente avanti a noi (esempio lampante ne è il settore turistico, dove riescono a darci la paga pur avendo risorse e potenzialità di gran lunga inferiori).

Se loro riescono a fare tutte queste belle cose e noi no, la colpa è nostra e basta.
Non critico loro, mi arrabbio con noi.
Tu dici che vuoi avere servizi migliori e basta, che non te ne importa un bel nulla della nazionalità di chi te lo eroga.
Che si comprassero tutto e tutti, gli stranieri, che avremo solo da guadagnarci!

Io non sono d'accordo.
O meglio, sono d'accordo sul fatto che sono moltissime le cose che da noi dovrebbero radicalmente cambiare, ma mi inquieta l'idea che a pensarci debbano essere gli altri.
Questo perchè, se alla fine le cose dovessero andare davvero così, ci ridurremmo a fare in casa nostra gli esecutori di decisioni che ci riguardano ma che sono state prese da altri ed altrove: chi mette i soldi il know-how se lo porta da casa, è solo la mandopera a venire pescata a livello locale.
Per poi delocalizzare senza troppi preavvisi, al momento opportuno.

Tale situazione è poi aggravata dal fatto che, sul piano delle relazioni industriali, come Sistema-Paese non sapremmo proprio che carte giocarci, dato che le transazioni attualmente in corso sembrano soltanto a senso unico (ci acquistano, non acquistiamo).
Insomma, stiamo perdendo progressivamente influenza e rilevanza, e ciò finiremo col pagarlo tutti.

L'unico modo per invertire la tendenza non sarebbe certo quello di mettersi ad erigere muri (tra l'altro non sarebbe proprio possibile), bensì quello di cercare di recuperare competitività, innovarsi, svecchiare una mentalità provinciale e micragnosa e lanciarci nella mischia per dire la nostra, finalmente.

Invece niente, continuiamo a sonnecchiare pigri e svogliati, ignari dell'enorme portata della posta in gioco.
Che ce frega, tanto c'avemo l'Europa...

19 Nov 2004 | ore 15:41

X bonilli:
ecco la WalMart:
http://www.dsausa.org/lowwage/walmart/walmart.html

leggi e ridimmi

31 Dic 2004 | ore 16:35
Pasta_sarde_1.jpg Pasta con le sarde

Eccola qui la pasta con le sarde, una di quelle ricette che tutti conoscono e nessuno...


ultimi commenti

ultimi post

29
Apr
Le formiche del Noma, i tortellini di Bottura, The50 Best e l'Italia che gufa - Renè RedzepiIn questo post si parlerà di...
28
Apr
Il gelato da F1 di Carapina è sbarcato a Roma - Carapina ha aperto la sua sede...
23
Apr
Cappelli, un romanziere che ama l'Aglianico, i paccheri e le frattaglie - Con Gaetano Cappelli ci siamo visti...
14
Apr
Le vite degli altri, cioè di tutti noi, spiate anche al ristorante - Una scena tratta dal film "le vite...
12
Apr
Assunta Madre, un ristorante di pesce fresco e "cimici" - Assunta Madre, Il ristorante di attricette tv,...
09
Apr
Panino, dove hanno venduto una tonnellata di pane di Matera - Fatti 50 metri, forse meno, dall'ingresso...
02
Apr
Josean Alija, il Guggenheim di Bilbao, il ristorante Nerua e la sua storia - Se non siete mai stati da...
31
Mar
Bonci fa traffico... e anche pane e pizza - Gabriele Bonci è un bravo cuoco...
Pollo_arrosto_erbe.jpg Pollo arrosto alle erbe aromatiche

In momenti di crisi il pollo è un'ancora di salvezza perché anche i polli buoni esistono...


ultime letture

IMG_3446.jpg Cappelli, un romanziere che ama l'Aglianico, i paccheri e le frattaglie

Con Gaetano Cappelli ci siamo visti da...


IMG_2291.JPG Viaggiare in aereo con 200 romanzi, saggi e libri di cucina

Leggendo sul New York Times alcuni autorevoli pareri...


Ferricuoco.JPG Maria Antonietta Quaresima ovvero Marie-Antoine Careme detto Antonin

Poco tempo fa parlavo con un giovane...


Twitter
Friendfeed