25
Gen 2005
ore 10:03

Vini e libri, stesso sistema di vendita

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Nel forum sul prezzo del vino la discussione è accesa e interessante ma emergono anche posizioni singolari: c'è chi accusa i ristoratori di ordinare sempre quei quindici o venti marche di vino, e chi fa questa osservazione ne parla come se fossero venditori di vino scadente. Stiamo parlando di Planeta, di Antinori, di Feudi e così via.
Ma siete mai entrati in una libreria, per esempio la Feltrinelli? I posti in prima fila sono di Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli, Adelphi e la gente compra i loro libri ma questo non vuol dire che questi editori pubblichino solo romanzacci. Certamente non stanno in prima fila, però, Minum Fax, e/o, Fandango, Fazi, Giano e così via, cioè le piccole case editrici. Che non vendono molti libri però la loro funzione è vitale.
Io non penso abbia senso giudicare a priori i grandi produttori facendo un inno a favore dei piccoli, è solo retorica.
Certo, Zonin e come De Agostini, Bartolo Mascarello assomiglia alle edizioni del manifesto e Antinori è il gruppo Repubblica.
Ma i rappresentanti dei libri si muovono come quelli del vino, Meregalli è come le Messaggerie ma l'ultima parola spetta sempre al cliente che non è mai un fesso quando fa le scelte che a noi non piacciono.

commenti 7

La prego più rispetto per Adelphi.
Non vorrei facesse la fine di quell'uomo che scambiò sua moglie per un cappello...

25 Gen 2005 | ore 17:57

Fino a quando andrà avanti il format: il cuoco come lo scrittore, i vini come i libri, le melanzane come i gialli mondadori...
Come se ci fosse sempre, sotto sotto, un senso di inferiorità tra la Cultura e la cultura materiale, come se ci si dovesse sempre giustificare che si cucina invece di lasciare ai posteri un capolavoro letterario.

Il tema è molto più semplice: il ristorante è un business. La funzione ultima di qualsiasi business è quella di soddisfare i bisogni dei propri clienti facendoci sopra un profitto.

Ora molti ottimi ristoranti sono falliti perchè non hanno capito o non hanno saputo applicare quanto sopra. Non hanno capito i bisogni dei clienti (che cambiano pure e bisogna adeguarsi, accidenti a loro) o non hanno considerato che per svilupparsi un'azienda DEVE fare un profitto, il profitto non è una colpa ma un fatto normale.

Ma dovremmo uscire da questo catto-comunismo strisciante in cui qualcun'altro decide quanto "è giusto" che guadagni Pinchiorri o Vissani.
E se credessimo di più nel mercato?

26 Gen 2005 | ore 16:06

Esatto: mercato è la parola magica. E, infatti, il mercato a volte produce bolle speculative che poi scoppiano...
Appunto perché quello della ristorazione è un business, e quello del libro pure, i paralelismi si possono fare. Non credo che ci sia nessun sentimento d'inferiorità da parte di nessunno. Anzì, proprio come nell'editoria, il business si costituisce in parte di passione e in parte di fredda ragione.
Posso del resto convenire che quello dei vini abbia strutture simile al mercato dei libri, il problema è che una casa editrice piccola (Fazi, appunto, con Melissa) può benissimo pubblicare un best seller, mentre per fare grandissimi vini ci vogliono soldi, per cui dubito che una piccolissima casa vinicola possa fare tanti soldi (beh, il libro si ristampa, ma il vino..?).

26 Gen 2005 | ore 17:11

penso che giacomo abbia colpito nel segno... il punto è tutto li! un "grande" ristorante è "grande" anche per quello che fattura non solo per i punteggi delle guide!

26 Gen 2005 | ore 20:17

Io invece penso che il principale problema dell'alta ristorazione sia il fatto che anch'essa sta sul mercato.
La cultura è qualcosa di troppo importante per lasciarla al libero mercato.
E dire che per il resto sono iper-liberista: sono contro la sanità pubblica, sono contro le pensioni...
...ma sono a favore di un contributo, da parte dello stato, ai grandi ristoranti (come a tutto il resto dell'alta cultura).
Come stabilire se un ristorante è grande? Si possono nominare delle commissioni che assignino dei sostanziosi "premi Nobel" per la cucina...

27 Gen 2005 | ore 01:21

Ovviamente "assegnino", non "assignino".

27 Gen 2005 | ore 01:22

Certo che siamo un paese strano.
Siamo per il libero mercato ma lo stato (cioè i contribuenti attraverso un costosissimo apparato burocratico e clientelare) dovrebbe dare un contributo ai ristoranti che sono la quintessenza dell'impresa privata. Ma scusate non sarebbe meglio se i ristoratori imparassero anche a gestire bene una piccola azienda? Perchè bisogna mettere soldi pubblici (tanto non sono di nessuno)per coprire inefficienza gestionale?
Poi non stiamo parlando di poesia che ha obiettivamente una domanda un pò bassa e non tutti pagherebbero 100 euro per leggere una raccolta.Stiamo parlando di un'attività che ha tutti i presupposti per funzionare anche economicamente senza assistenzialismo, la domanda è altissima, le possibilità di differenziarsi infinite. Basta capire che il mercato non è un problema ma un'opportunità e che il ristoratore deve _anche_ saper gestire l'impresa-ristorante. La Monella dice che la struttura del mercato librario è simile a quello dei vini infatti cita esempi di come i criteri dell'uno non c'entrino nulla con gli altri, il libro si ristampa, etc.
Il "mercato" genera bolle speculative e poi le fa scoppiare. Le bolle le generiamo noi quando non usiamo la nostra testa per farci un giudizio indipendente e seguiamo come pecore le mode del momento pensando sempre di essere più furbi. Informazione indipendente e giudizio critico, così funziona il mercato che è l'unico modo per creare valore. Non assistenzialismo.

28 Gen 2005 | ore 11:17

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