19
Feb 2005
ore 17:54

Export italiano in rosso

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A leggere oggi i giornali c'è da fare gli scongiuri: il made in Italy perde pesantemente colpi e la nostra bilancia dei pagamenti va in rosso. La quota mondiale delle merci italiane esportate è scesa, tra il 1996 e il 2004, di un punto percentuale passando dal 4,9% al 4%. Tedeschi e francesi nello stesso periodo di tempo hanno incrementato le loro quote.
Stiamo perdendo su tutta la linea e stiamo ancora a balbettare, berluscones e sinistra, sulla competitività perduta.
Non abbiamo idee, siamo litigiosi e presuntuosi.

commenti 1

Vero quello dell'esportazione è un vero e proprio allarme, mi fa piacere che qualcuno se no preoccupi, fino a qualche anno fa era sufficiente dire : fatto in Italia, ed era garanzia di qualità e di profitto.
A parte le scelte errate del passato come puntare su settori pochi inclini alla nostra tradizione e cultura e quindi con una nostra propria capacità innovativa bassa o dipendente da altri paesi come nel settore siderugia ,meccanica ecc. Ma anche sui altri settori non siamo competitivi, non è solo un problema di prezzo, il prodotto italiano non è più percepito come un prodotto di qualità, sopratutto nel rapporto qualità prezzo. Cosa è successo?
Il prodotto italiano è ancora un prodotto di qualità ma i nostri concorrenti sono corsi ai ripari rinnovandosi, presentando prodotti sul mercato con più "appeal". Tanto che in questi anni la non tutela del prodotto fatto in Italia ha portato molti paesi a imitare i nostri prodotti e a vendere quello che italiano non è. Poi lo spostamento di molte fasi del lavorazione dei nostri prodotti all'estero, si è risparmiato sui costi, in particolare forza lavoro, si è immesso sul mercato un prodotto di qualità di gran lunga inferiore, con un prezzo fatto in Italia, la qualità non è un concetto aleatorio dall'Italia ci si aspetta prodotti di un certo livello e se non è fatto in Italia si vede!

Il nostro bene sono i settori tradizionalmente d'arte e mestieri come il design, la moda, i gioielli e il settore agroalimentare. Se ne parla da sempre, ma non si è fatto mai abbastanza. Basta osservare la capacita capillare di arrivare in tutti i mercati che hanno i francesi con Sopexa, un organizzazione di carattere pubblica, ma che funzione in grado di poter organizzare nei paesi dove è presente dei canali di commercializzazione per le loro aziende, non é poco credetemi. Mentre i nostri operatori quando vanno all'estero, sembrano delle pecorelle smarrite in un prato sconosciuto, alla ricerca di canali di vendita e operatori.

Lo scorso ottobre 2004 ero presente al Sial a Parigi, (l’anno precedente ero a Koln per Anuga, ma era lo stesso) la manifestazione di carattere internazionale alimentare tra le più importanti al mondo. Sono stato colpito dal fatto che alcuna azienda italiana era presente nella sezione dei prodotti nuovi . L’Italia non ha presentato alcuna novità. La presenza italiana era limitata ad operatori istituzionali che non capisco perché vengono? dal momento che i stand erano sempre vuoti. Tranne poche aziende italiane con stand propri avevamo sempre i soliti taralli, sottaceti, pasta, frutta sottospirito,panettoni e briosche! Prodotti che oramai sono in grado di fare anche tutti gli altri paesi in particolare dell’area mediterranea. Vogliamo puntare sulla nostra tradizione alimentare bene, ma almeno fate modo di essere presenti, non dico la presenza degli artigiani ma neanche le industrie alimentari? La nostra tradizione rappresenta la migliore differenziazione rispetto agli altri paesi per la ricchezza e la varietà. Attenzione tutto si evolve anche i consumatori e le loro scelte, innovare non vuole dire rinnegare la tradizione e il passato tutt'altro.

Cito un esempio del settore moda, che dio non voglia succeda al nostro settore agroalimentare, l’Azienda francese Kookai, produce i propri capi d’abbigliamento in Italia e li distribuisce con il suo marchio in tutto il mondo, ma sono percepiti come prodotti francesi e non italiani. Perché invece le nostre case di moda stanno andando produrli all’estero? Vedremo lo stesso anche nel settore alimentare? Spero di no? Voglio vedere imprenditori al di là della politica motivati ad investire nel proprio paese!

06 Mar 2005 | ore 14:46

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