28
Giu 2005
ore 00:04

Mondo vino?

< >

Una interessante discussione trasversale che si è sviluppata in questi giorni qui e in theatre of dreams ha fatto emergere questa notazione (marginale in quella discussione): c'è una critica istituzionale, ci sono delle guide, e c'è il vino.
Sullo sfondo sono comparsi i nuovi critici e i nuovi consumatori.
Le novità sarebbero frutto della ricerca alternativa, i vini tradizionali o quelli privi di valore sarebbero il prodotto della ricerca delle guide "istituzionali".
Questo caricatura della realtà si potrebbe leggere in altro modo: ogni anno la guida Vini d'Italia del Gambero rosso e Slow Food recensisce un 30% di nuovi vini ma evidentemente ne lascia fuori altrettanti per motivi di spazio, tempo, uomini e mezzi.
La stessa cosa si potrebbe dire per i ristoranti: ce ne sono di buoni che non si conoscono, non si sono visitati, non sono su nessuna guida o articolo. Questo non vuol dire che la guida sia fatta male, vuol dire che c'è ancora tanto da lavorare. Questo non vuol dire che chi non è in guida non valga.
Poi c'è il problema dei critici gastronomici o enologici: se parliamo di ristoranti direi che Cremona, Raspelli, Marchi e Davide Paolini sono i primi che mi vengono a mente.
Poi c'è il problema di chi scrive, nei giornali, nella Rete, in televisione. Il problema è quello della preparazione o della formazione, a seconda che si parli di giovani in entrata o firme più o meno note.
Tutto questo caravanserraglio è il rutilante mondo del food&wine e come in tutti i mondi (vedi fantascienza) ci sono anche i nani e le ballerine. Oltre ai mostri, i killer, i mutanti, i viscidi e i mancini. Quelli dei tiri...

commenti 8

Sono diversi, a questo punto, gli argomenti in cui hai postato spunti interessanti, su questo gran "caravan-serraglio".
Provo a postare, copiandola, qui una mia replica sul thread da te iniziato su TOD

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L'espansione del settore, l'aumento di visibilità, mediatica anche, del mondo del vino, ha attratto molte più risorse, sia finanziarie che umane.

Io non penso che gli spettri agitati nelle polemiche verbali di corruzione /collusione da un lato o di conflitto di interessi dall'altro, siano il vero punto; è tutta una questione di visibilità e di "esportazione" del proprio gusto o della propria filosofia, questo per quanto riguarda il fenomeno della "nuova critica enologica", se con tale termine vogliamo indicare i giovani, o comunque le nuove leve della "critica". Chiariamo, non che la "vecchia" ne sia esente; è che mi riferisco alla necessità di avere un numero maggiore di "opinion-leader", di guru o "formatori", per accaparrarsi un pezzo del gregge "montante" dei neo-appassionati, che appunto ha dato vita ad un allargamento (allargamento anche dovuto ai nuovi canali) della base della "critica".
Tu non hai molto frequentato i grandi appassionati-fissati di vino ma ti assicuro che non c'è modo peggiore di ferire un amico appassionato che dirgli che quel vino in cui lui credeva è di fatto una cagata. Depuralo degli, eventuali, errori in degustazione o granchi che si posson prendere, la psiche del "degustatore", di quello che si lascia inviluppare in anni ed anni di degustazioni cieche con batterie di 40 vini ogni 2 ore, è questa.
Dunque una lotta per la visibilità, per l'autorevolezza, per l'affermazione di un gusto; ora è chiaro che non solo non c'è nulla di male nel promuovere (ed anche nel vendere, infatti a me la questione tizio vende allora...mi pare una cagata solenne) ciò che ci piace, d'altronde come promuovere ciò che NON ci piace; ma nel divenire della "passione" e soprattutto nella transizione da un ruolo di appassionato a quello di "critico" il proprio gusto va difeso, laccato, ed indorato, e questo ingenera le tensioni di cui oggi, personalmente annoiandomene, siamo a vari livelli testimoni.

Poi c'è la questione del passaggio da un ruolo (anche questo hai toccato, ma in un altro topic del blog) non ufficiale ad uno "professionale" o semi tale, sostanzialmente negato dai più ma che invece è la vera mira di molti dei partecipanti all'agone dei forum, e della comunità allargata; questo, e ritorno al tuo punto, è stato originato dall'ingrandirsi del business, per cui si son creati degli spazi, che son stati presi, ed ora che l'erba scarseggia, ci si azzanna, cosa che ripeto mi rendo conto, per un ciuffetto di prato.

28 Giu 2005 | ore 09:18

Gent.mo Direttore,
se siete in cerca di risorse umane da reperire, non ha che da chiedere. Siamo dei giovani laureati, brillanti e con la passione per la scrittura e l'eno-gastronomia. Inoltre, abbiamo anche un asso nella manica: usciamo freschi freschi di formazione dal master in comunicazione e giornalismo eno-gastronomico frequentato presso la Vs. struttura.
Che facciamo? Iniziamo a spedirLe i curriculum vitae? ;-)))
Firmato: “I Masterini”…classe 2005
P.S.: la sottoscritta si è fatta, come al solito, portavoce del gruppo…;-))

28 Giu 2005 | ore 17:39

per cominciare, un bravo a Francesca. Cerco di riassettarmi un attimo dolo l'ilarità che mi ha messo dentro il suo messaggio (con il quale peraltro solidarizzo integralmente)...

poi, in qualità di "buyer" per un importatore americano, mi permetto di dire la mia su questo passo del Bonilli:
"Le novità sarebbero frutto della ricerca alternativa, i vini tradizionali o quelli privi di valore sarebbero il prodotto della ricerca delle guide "istituzionali".
Questo caricatura della realtà si potrebbe leggere in altro modo: ogni anno la guida Vini d'Italia del Gambero rosso e Slow Food recensisce un 30% di nuovi vini ma evidentemente ne lascia fuori altrettanti per motivi di spazio, tempo, uomini e mezzi."

le "novità" più belle e che hanno funzionato meglio sul mercato americano - per quel che riguarda la mia esperienza - sono tutte arrivate sotto ai miei occhi o attraverso la Guida Veronelli (che sempre più operatori del settore considerano "la guida per scoprire novità", oppure "la guida per operatori", a differenza di altre guide pubblicate con l'occhio spostato verso il cliente finale e magari anche il produttore...); o attraverso le segnalazioni di Massobrio (che ci prenderà 5 volte su 10... diciamo, e alcuni vini segnalati sono un po' rustici e ruspanti a volte, ma che ha il gran merito e coraggio di tirar fuori dal cilindro nella sua rubrica su La Stampa produttori oscuri che insistono VERAMENTE sui varietali autoctoni... ma non alla maniera di certe aziende nate in tre anni che si peritano di produrre vini simili a un mostruoso Shiraz australiano anche col Grignolino o il Nero di Troia); infine, last but not least, le migliori "novità" sono capitate sotto ai miei occhi grazie alle segnalazioni di persone del posto, della zona, della Doc, che si incontrano qua e là per la rete, si impara a stimare e capire nel loro gusto, per poi affidarvisi per il reperimento campioni potenzialmente interessanti.

se mi fossi affidato a certe altre fonti istituzionali di giudizio sul vino, per scoprire "le novità"... oh sa che belle novità avrei ora in catalogo!

sorry, questo il mio dato esperienziale.

29 Giu 2005 | ore 09:58

La Mothe è un signore e intervenendo in casa mia sfuma sul fatto che secondo la sua esperienza la guida Vini d'Italia di GR e SF non serve proprio a chi commercia in vino, a tutti i livelli. Usa il termine "altre guide" che non vanno bene per questo uso.
E forse coglie nel segno perchè un conto è fare una guida con 2057 aziende e 14691 vini recensiti, (i degustati sono almeno 20.000) un conto è farla nuova ogni anno, un conto è seguire la produzione, tutta la produzione, anche delle aziende tipo Planeta, (e si capisce perchè cito questa azienda oggetto di una critica salace) che poi esportano e vendono nei migliori ristoranti, enoteche e anche lidi laziali frequentati da coatti.
Un altro conto è non preoccuparsi minimamente di dare il quadro della produzione e seguire filoni di ricerca ma anche mode emergenti e fare una guida magari apprezzata ma che si rivolge a ristretti settori, uno dei quali è rappresentato dai "molti" La Mothe esistenti sul mercato.
Ecco, cominciamo ad individuare dei terreni sui quali non dovrebbe esserci equivoco: noi anglicani del vino parliamo a 360 gradi e quindi poichè la guida vende molte copie parliamo anche a molti consumatori medi, non stiamo facendo la guida di chi è "accettato in società" in quanto scopre ogni giorno un produttore nuovo.
E' nuovo, guarda un po', in quanto, il più delle volte, non recensito (dalla guida che non serve) e solo per questo fatto quel produttore/quei produttori cominciano a girare in rete come esempio da seguire in contrapposizione agli altri (i cento Planeta, tanto per intendersi) per i quali si spreca un' aggettivazione negativa francamente eccessiva.
Ovviamente anche noi leggiamo e anche noi andiamo ad assaggiare questi "nuovi". A volte facciamo scoperte positive, siamo contenti e l'anno dopo li includiamo in guida ma a volte sbarriamo gli occhi di fronte a vini imperfetti, sbagliati o semplicemente medi/mediocri che rimbalzano di sito in sito, di rivista in rivista, in un tam tam mediatico che molto spesso è autoreferenziale.
Siamo stati in marzo negli Usa e siamo andati a visitare alcune cantine di Napa con Piero Selvaggio, eravamo stati con lui nel 1997 in una nuova zona vicino a Los Angeles che oggi va per la maggiore, parliamo con lui molto spesso di cosa va e cosa non va della produzione italiana negli States e francamente mai abbiamo sentito gli accenti che leggiamo su alcuni forum a proposito di Francia (con i suoi 200 anni di vantaggio su di noi, perchè dimenticarlo?), di Spagna, che è emergente ma che ormai anche nel vino è usata in modo modaiolo, e Italia, che è un piatto complesso, bisogna ammetterlo, che non si liquida con due scomuniche a questo e a quello perchè ogni tanto bisognerebbe dare peso anche ai numeri, nel bene e nel male, e dire perchè una produzione medio-alta italiana vende, fa numeri.
Nei ristoranti italiani? Benissimo, poniamo che si vendano solo lì (e non è vero), ma questi ristoranti sono a New York, San Francisco, Los Angeles, Toronto, Tokyo, Singapore, Pechino, Shangay e hanno una clientela che si è raffinata, è la borghesia locale, magari la stessa che ha speculato sui vini di Bordeaux.

29 Giu 2005 | ore 12:37

Sul fatto che questi vini "nuovi" siano vissuti in certi ambienti come particolarmente meritevoli di interesse proprio in quanto non recensiti (o "contaminati"?) dalle guide di settore "mainstream" (alias il più delle volte Gambero Rosso Slow Food), io concordo, sostanzialmente.

Ho già sollevato questo punto diverse volte in passato, e ultimamente ancora recentemente su Porthos, ma ho sempre ricevuto risposte quantomeno minimali, quando le ho ricevute.

Questo è un tema: i grandi vini nuovi in questo circuito possono essere solo vini sconosciuti. Mi permetto di sottolineare che "nuovo" e "sconosciuto" non sono la stessa cosa, come il teatro e la vita, che no, non son la stessa cosa...

29 Giu 2005 | ore 13:03

cito:
" forse coglie nel segno perchè un conto è fare una guida con 2057 aziende e 14691 vini recensiti, (i degustati sono almeno 20.000) un conto è farla nuova ogni anno, un conto è seguire la produzione, tutta la produzione, anche delle aziende tipo Planeta, (e si capisce perchè cito questa azienda oggetto di una critica salace) che poi esportano e vendono nei migliori ristoranti, enoteche e anche lidi laziali frequentati da coatti.
Un altro conto è non preoccuparsi minimamente di dare il quadro della produzione e seguire filoni di ricerca ma anche mode emergenti e fare una guida magari apprezzata ma che si rivolge a ristretti settori, uno dei quali è rappresentato dai "molti" La Mothe esistenti sul mercato."

questo è molto vero, debbo assolutamente riconoscerlo. Le mie considerazioni provengono da una prospettiva estremamente particolare e parziale - se vogliamo minoritaria. O quantomeno legata fortemente al wine-biz newyorchese, e sappiamo quanto New York sia più l'ultimo lembo occidentale d'Europa (per cultura e storia) anziché il pianerottolo orientale degli States.

chiedo venia dunque per la punzecchiatura generica sulle guide generaliste (quantomeno su Vini d'Italia ci sono le pagine finali ad ogni capitolo regionale con i box per gli emergenti, su altre guide...); però offrire una guida "a latere" di quella oggi esistente, che fosse dedicata esclusivamente agli operatori e contenesse solo aziende nuove o potenzialmente interessanti a seconda degli stili, potrebbe essere un'idea da vagliare per voi del Gambero, no? Sono sicuro che un gran numero di importatori in tanti paesi esteri gradirebbe l'acquisterebbe.
poi non so se la cosa sia fattibile logisticamente ed editorialmente.

29 Giu 2005 | ore 14:13

cito:
"di Spagna, che è emergente ma che ormai anche nel vino è usata in modo modaiolo"

E' vero, ma è di vitale importanza a mio avviso tenere gli occhi bene aperti sulla Spagna oggi. E' l'unico paese vitivinicolo che può vendere gli stessi valori e simboli che abbiamo noi (mediterraneità, la fantasia, la creatività, vitigni autoctoni, viticoltura antica e tuttavia moderna ecc., vini a Do e poi anche VdT ecc).
come per tanti altri settori economici e merceologici, la Spagna aggredisce oggi in maniera indescrivibile le "posizioni acquisite" dai nostri prodotti agroalimentari su molti mercati esteri, New York e US in primis.

Letteralmente gli Spagnoli stanno seguendo passo-passo quello che noi Italiani abbiamo fatto negli anni Ottanta e Novanta, riguardo alla rinascita del settore vino:

1 - rivoluzione qualitativa e modernizzatrice in cantina e vigneto (con tutto quello che ciò comporta in bene e in male nel prodotto finito; ma questo è altro discorso)
2 - fenomeno degli enologi consulenti
3 - fenomeno dei broker e degli importatori-monopolisti sul mercato US ben collegati con la locale stampa (Jorge Ordonez e Eric Solomon per far due nomi)
4 - penetrazione sia della fascia economy e sia di quella premium tramite politiche dei prezzi molto convenienti e stabili per il medio-periodo (ciò che propriamente aiuta gli importatori a fidelizzare i compratori e far diventare i vini dei main-stay negli accounts).

l'unica cosa che manca agli Spagnoli, in US come nel resto del mondo, è quella rete capillare di "piccoli ambasciatori automatici" del vino nazionale che sono i ristoranti italiani. se gli Spagnoli avessero una ristorazione nazionale all'estero sviluppata quanto la nostra, credo che le loro vendite sarebbero anche più avanti di quanto già non siano.

quando mi capita in mano una copia di TWA mi faccio due risate, ma è un dato non trascurabile che ci sono ormai decine di vini "base" spagnoli con signor-punteggi da parte di WA e WS (diciamo tra gli 87 e i 90/100; e il perché di questa messe di bei punteggi... vabbè..) che finiscono in scaffale a Manhattan tra gli 8 e i 12$.
Quali sono i vini italiani con cui fare competizione?
Si, ce ne sono, o ce ne sarebbero (punteggi a parte), ma sempre di meno e quasi solo al sud.

pensate poi che l'importatore per cui lavoravo, specializzato notoriamente in vini italiani, riceveva visite mensili dagli emissari dell'Istituto per il commercio estero spagnolo che con massima gentilezza e un perfetto inglese lo invitavano a considerare - con rapidità ed efficacia - un bel numero di possibili aziende agricole o cooperative operanti in diverse zone della Spagna (e tutte con i loro bei punteggi WA e WS al seguito).

29 Giu 2005 | ore 14:30

Purtroppo mi trovo molto d'accordo con queste ultime considerazioni di La Mothe.
Dico purtroppo non per l'accordo tra di noi ma per l'identità di analisi, in particolare sugli spagnoli, che porta a conclusioni sconfortanti circa la nostra capacità di reazione.
Noi in troppi casi abbiamo smarrito la strada dell'identità-qualità, abbiamo sbagliato la poltica dei prezzi e nonostante tutto teniamo proprio per la grande rete di ristoranti italiani nel mondo.
Non posso però non ricordare il "razzismo enologico" dei francesi e di molti grandi ristoranti di Londra o New York.
D'altra parte non posso neppure dimenticare quello che è stato fatto dagli enti governativi, dai nostri governi e dalla grande stampa: ognuno nel suo campo dopo il 1986 è risultato assente a tutti gli appuntamenti e solo negli ultimi anni, a buoi scappati da quasi un decennio, è accorso a chiudere rumorosamente la stalla.

29 Giu 2005 | ore 17:15

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