ore 15:50
Crisi d'identità?
Il Gambero Rosso è una rivista super tecnica?
Parola di Raspelli.
Vediamo un po': Abitare è una rivista super tecnica?
Il Diario è una rivista super tecnica?
Dove cos'è?
E XL?
C'entra la tiratura o il contenuto?
E l'una non è forse domina dell'altra?
Però Gourmet (quella Usa, non fate confusioni) vende one million di copie, il che vuol dire che si possono fare grandi numeri anche senza sbracare, per esempio si può fare Vanity Fair edizione italiana, bello, nuovo, intelligente.
Torniamo al punto di partenza: una rivista super tecnica, dunque, cosa è?
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notizie in breve

> Lucky Peach di David Chang, Peter Meehan e Chris Ying è una nuova rivista trimestrale dedicata al cibo pubblicata dall'edtore McSweeney's, e questa è la grande novità per la casa editrice californiana che fino ad ora aveva pubblicato romanzi, saggi ma mai libri e riviste di cucina. Lucky Peach è rivista, ma anche una appllication per l'iPad. Il primo numero è dedicato al "Ramen".
Sarà per via della crisi? Può essere, oppure è semplicemente stanchezza, è non poterne più...
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o, santa madre......
Vanity Fair italy intelligente?? Saranno intelligenti in redazione ma non credo che dal loro lettorato aspettino altretanto... Faccio notare che è la prima - e spero l'ultima - rivista che indica perfino i tempi stimati della lettura di chiascun articolo... Triste proprio.
E dove l'ha detta 'sta cosa raspelli? E a che proposito? A occhio direi per contrapporla al suo nuovo mensile che, apprendo dal forum, uscirà a settembre.
Non so che cosa intenda per rivista super-tecnica. Se intende che è una rivista riservata ad esperti, questo proprio non mi sembra. Anzi la mia idea è che abbia contenuti piuttosto generalisti per quanto possano esserlo le cose scritte su una rivista monotematica. Articoli per appassionati dunque, non per addetti ai lavori o super-esperti.
Cosa è dunque una rivista super-tecnica? Mah, non so. Certo è che difficilmente sarebbe vendibile tramite il canale tradizionale delle edicole.
Mi viene invece da pensare a certe pubblicazioni scientifiche che vengone inviate solo su abbonamento.
Caro Cavoletto, poichè sei giovane e vuoi fare carriera nel settore della cominicazione ti consiglio di guardare meglio Vanity Fair perchè ti trovi di fronte a un esperimento avanzato, a una rivista diversa, a un settimanale di nuova generazione.
E il tempo di lettura a me non scandalizza dal momento che va in mano ad almeno 400/500mila potenziali lettori e vende 150mila copie.
Super tecnica....uhm...ma che cosa si intende?
Io credo che una rivista debba avere una priorità fondamentale e cioè quella di saper parlare al pubblico; e il pubblico si sa, non è tutto esperto e tecnico ma vario, composto da diverse culture, esperienze, background ecc....
E’ chiaro che tutto dipende da che obiettivo ci si pone di raggiungere. Vendere solamente oppure fare anche una sana e corretta informazione che sia accessibile a tutti? Che senso ha scrivere una recensione su un vino o una birra se poi non viene letta dalla maggior parte dei lettori ma solo da una elite ristretta? Io sono una giornalista pubblicista che cerca di essere sempre curiosa e di interessarsi di tutto. Non ho mai avuto la fortuna di scrivere su un quotidiano a tiratura nazionale bensì, ahimè, solo sulle pagine di un organo di informazione locale. Eppure, quando scrivo un pezzo, il mio primo pensiero è quello di farmi capire e di raggiungere il lettore perché non tutti coloro che leggono sono curiosi. Molti si sentono addirittura spaventati da un linguaggio e da un argomento tanto aulico. E sapete quale è la prima reazione del lettore non troppo tecnico? Abbandonare la lettura e non acquistare più quella rivista super-tecnica, che sì, può essere bella, interessante, esclusiva ma aperta ed accessibile a pochi eletti. Quindi io credo che la cosa più importante sia COMUNICARE ED INFORMARE ma per il lettore e non per sé stessi.
Invece, per quanto riguarda la critica mossa da Cavoletto a “Vanity Fair” non posso far finta di nulla in quanto anche io faccio parte di quella schiera di lettori che, te lo assicuro, sono intelligenti! Acquisto Vanity Fair Italia dal primo numero e ciò che posso dire dal basso della mia esperienza giornalistica e di lettrice attenta è che sia un buon settimanale di costume ed attualità. Nel corso dell’ultima edizione del master in comunicazione e giornalistico eno-gastronomico da me frequentato presso la sede del Gambero Rosso, ho sottratto molta della mia attenzione alle lezioni per dedicarmi alla lettura del “mio” Vanity e ti assicuro che non guardavo solamente le foto delle top model ( i miei colleghi di corso ne sono testimoni e non me ne voglia il direttore Bonilli ;-))…). E se proprio la vuoi sapere tutta, ti dico un segreto: il mio sogno da aspirante giornalista di costume è proprio quello di poter vedere, un giorno, la mia firma su quel giornale. Ma la redazione “intelligente” non ha ancora dato cenni di vita, nonostante il mio curriculum sia già stato spedito da tempo. Che ne dici? E’ un segno? ;-))
Cara Francesca, non è un segno, è la regola. Chi sta fuori deve sbattersi molto per attirare l'attenzione e essere ascoltato.
La Condè Nast Italia non fa eccezione ma non bisogna mai arrendersi anche se, me ne rendo conto, è dura.
Qui la battuta sarebbe istintiva. Ma mi astengo.
...o forse ha ragione il mio ragazzo, anche lui aspirante e promettente giornalista/scrittore, quando mi dice: "Fra, troviamoci un altro tipo di lavoro e facciamo della scrittura, un hobby. Tanto, di solo giornalismo, non ci campiamo"...però mi fermo qui, rischierei di andare "fuori tema"...
Devo dire che Gourmet parta *leggermente* avvantaggiata:
- perchè negli Stati Uniti ci abitano mooooolti milioni di persone più che in Italia
- perchè (se i dati che ho letto non sono falsi), in media gli americani comprano in generale molte più riviste, e molti più libri degli italiani
- perchè se a questi aggiungiamo tutte le altre persone nel mondo che parlano inglese come lingua madre o come seconda lingua, il bacino di potenziali lettori si allarga ulteriormente.
Vendere "one million copies" è un po' più facile (senza nulla togliere alla bravura dello staff, che evidentemente ha trovato una buona formula).
Per capire meglio il paragone - dato che qui ci sono fonti autorevoli che possono divulgare dati esatti - posso chiedere quante copie vende una rivista "super tecnica" (?) come il Gambero Rosso?
Nel frattempo,a meno che qualcuno non chieda a Raspelli cosa aveva in mente esattamente quando ha pronunciato questa frase, possiamo solo fare qualche ipotesi...magari leggendo il "manifesto programmatico" (!) della sua nuova rivista...
Il mensile Gambero Rosso vende 50.000 copie tra edicola, abbonamenti e vendite dirette.
"Poche" ma buone.
Penso che il gambero rivista abbia delle sezioni tecniche, vedi articoli sui cru di vino, in un insieme assolutamente alla portata di qualunque persona minimamente interessata al mondo dell'enogastronomia.
Certo che, se il paragone di Raspelli è Sale e Pepe, il Gambero Rosso diventa una rivista per premi Nobel dell'enogastronomia
non mi meraviglierei che nell'Italia di oggi le pubblicazioni che non sono sciatte, superficiali o sensazionaliste, vengano passate per "tecniche".
Una cosa che sarebbe interessante sentire (almeno per me) è: oggi, la rivista del Gambero Rosso che tipo di rivista è - dal punto di vista di chi la fa?
Come la definireste?
A che "range" di pubblico avete intenzione di rivolgervi, precisamente?
Io non sono proprio un'assidua lettrice che la compra tutti i mesi e sa il giorno esatto in cui esce; di solito quando chiedo "Avete la rivista del Gambero Rosso?" l'edicolante, 9 volte su 10 dice "Ehmmm...è quella rivista di cucina?" "Beh...non proprio, ma più o meno..." "allora se c'è è lì in mezzo" e indica una zona affollata di circa 150 riviste e fascicoli da "La cucina veloce al microonde" a "La storia della cucina italiana in 20 volumi".
A dir la verità, spesso dice anche "No, è finita", "No, a noi non arriva più", ma questo è un altro problema, credo.
Qundi sarei curiosa di sapere "chi è" il Gambero Rosso, nella mente...del Gambero Rosso stesso?
Quando è nato, il Gambero Rosso era la rivista dei consumatori curiosi e golosi.
Era un paio di secoli fa...cioè il 1986.
Poi tutto è diventato più complicato sofisticato e difficile.
Cosa è oggi il Gambero Rosso?
Un mensile che racconta una realtà di moda, quella dell'enogastronomia, rimanendo fuori dalle mode, dall'orrendo gossip e scrivendo solo di ciò che si è provato, visitato, sperimentato.
Non è un caso se dietro alla rivista ci sono una serie di guide il cui lavoro redazionale costringe a un continuo monitoraggio della realtà nazionale, e non solo.
Dal 1986 ad oggi il pubblico è molto cambiato, il mercato è profondamente mutato e la percezione del concetto di qualità, quella vera, è cresciuto nella mente dei consumatori ma sempre poco rispetto alla crescita reale dei prodotti di qualità presenti sul mercato e che hanno un costo superiore a quello dei prodotti standard.
Questo determina un corto circuito perchè i consumatori non sono ancora pronti a remunerare veramente la qualità. Anche perchè non la sanno riconoscere.
Ecco, noi che eravamo nati con la parola d'ordine del rapporto qualità/prezzo (non se lo filava nessuno), oggi usato solo come clava, come arma, come slogan, noi vorremmo affermare anche il concetto che la qualità vera va remunerata, che l'artigiano alimentare deve guadagnare, che il prodotto di qualità alta non sarà mai e poi mai un prodotto di massa.
Non è possibile.
Qualità e quantità non viaggiano assieme.
Quantità e demagogia viaggiano assieme.
Continuiamo, senza più nominarlo, a ricercare il rapporto qualità/prezzo nella ristorazione, in cantina, nel frantoio ecc...ma non ci associamo alle campagne demagogiche sugli alti prezzi se questi sono giustificati da un'alta qualità.
E' chiaro che è difficile far convivere i due momenti ma, rispondendo al buon senso, non è che uno vada tutti i giorni nel grande ristorante, ma se lo cerca, noi forniamo suggerimenti veri.
E forniamo anche suggerimenti per la vita di tutti i giorni, a cominciare dalla pizza, tanto per capirsi.
ps
Gli edicolanti non sanno quello che vendono e a loro importa solo la percentuale. In edicola, così come è la distribuzione, il piccolo editore è strangolato: stampa 100 e distribuisce 100 per vendere 10! Quanto può reggere?
Noi stampiamo 60 per vendere 50 e quindi scegliamo di non essere dovunque.