07
Set 2006
ore 19:22

Il cappuccino è americano?

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E' la classifica delle marche più famose del mondo. Una fotografia impressionante, 7 americane, 2 europee, la svedese dei mobili Ikea e la fillandese dei telefoni Nokia e 1 giapponese. C'è anche il food e ben posizionato, al quarto posto Starbucks ovvero come hanno copiato il bar all'italiana facendone un prodotto americano tutto finanza e franchising.

Ma il cappuccino globale e il caffè italiano lo potevano fare solo gli americani? Noi no? Dopo la pizza questa è la seconda puntata...

.. continua... 

commenti 30

Ebbene si, il cappuccino è americano, come dimostra l'assordante silenzio degli interventi :))

08 Set 2006 | ore 17:26

ma no, in fondo il cappuccino non è americano. Americano è il cappuccino globalizzato, ma quello glielo lasciamo volentieri....o no?

Ad Majora

08 Set 2006 | ore 17:46

No, non glielo lasciamo perchè il cappuccino è/sarebbe nostro e invece con Starbucks è diventato globale grazie a un americano che ha studiato i nostri bar e poi tornato in America ha impostato il bar del 2000, uguale e rassicurante a New York, a Tokyo, a Dusseldorf e a Canberra. E il made in Italy ha iniziato a sfumare verso le stelle a striscie come è successo alla pizza. Chiedete a un cinese chi fa il cappuccino visto che nella Città Proibita di Pechino c'è uno Starbucks che ho filmato un paio di anni fa con vero dispiacere pensando che avrebbe potuto essere Illy o Lavazza, tutto meno che cappuccino-americano.

08 Set 2006 | ore 18:11

Forse perchè diamo la tradizione per scontata come le canzoni che non hanno un autore identificato. Ad esempio non abbiamo mai pensato di registrare il "marchio" come Starbucks col FRAPPUCCINO...!!!
Chissà se i beatniks pensavano all'Italia quando andavano al Caffè Trieste...?

08 Set 2006 | ore 21:52

Comunque, ad essere obiettivi, il cappuccino lo stiamo per perdere, tipico segnale di un paese in caduta libera, patria di demagogie e occhi rivolti al passato.

09 Set 2006 | ore 11:24

"uguale e rassicurante a New York, a Tokyo, a Dusseldorf e a Canberra"
Forse è solo questa la vera trovata: ci mancerebbe che gli yankees potessero (o sapessero) fare diverso. Il loro mondo lo prevede ed uguale e rassicurante diventano plusvalori che tranquillizzano quel popolo attraverso la consapevolezza di trovarsi sempre a casa, e la loro più è global più è casa. L'importante è trovare un modello appetibile ed adattarlo al fine di replicarlo tutte le volte che si vuole a qualsiasi latitudine o longitudine. La stessa produzione alimentare che sia carne, ortaggi o pesce viene concepita non tanto come particolarità circoscritta di un territorio ma come capacità di quel territorio di sostenerne una produzione per tutta la confederazione. Da Mc alle aragoste del Maine la parola d'ordine è "ovunque ed uniforme" perchè mille sono i paesaggi, le temperature, le acque od i monti ma chips hamburgher caffè e cappuccio devono essere gli stessi. Se noi non continuiamo ad essere, almeno nel cibo, molto più italiani che americani ci toccherà medesima sorte poichè troppo forti sono le pressioni economiche del global rispetto alle pur ancora vive nostre tradizioni talvolta vere, profonde, competenti talvolta mera moda in groppa a grancasse e facilismi mediatici. Senza dubbio questa classifica fa riflettere (a proposito la coca cola o la nutella a che punto sono?) ma penso sia anche importante incominciare a fare una semplicissima considerazione: fino a che punto la promozione di un territorio può spingersi senza snaturarsi? IGP IGT DOCG rappresentano veramente quelle garanzie? Promuovere = rendere famoso = aumentare domanda: come concilieremo dunque il mantenimento del terroir e di produzioni di nicchia con l'aumento della domanda? In quante pizzerie troveremo il lardo di Colonnata o di Arnad, la coppa Piacentina o il semifreddo alla Tonda Gentile? Anche a casa nostra dunque non è poi difficile globalizzare con l'aggravante che, sicuramente, molte di queste specialità risultano poi taroccate sull'onda di una facile quanto prevedibile fama che certe indicazioni geografiche si portano appresso. Dovremo dunque rassegnarci oltre che a leggere etichette che si spera sempre più esaurienti a sostenere prezzi proibitivi per produzioni di sicura qualità e provenienza. Una cert'altra via, magari non sempre possibile, potrebbe essere quella di lasciare a Cesare ciò che é di Cesare percorrendo la strada di un turismo attento e consapevole che oltre a cibarsi delle tante meraviglie per occhi orecchie di questo BelPaese sapesse valorizzarne sapori e profumi che solo lì hanno la loro massima espressione. Conservare le biodiversità vuol dire rispettarne quantità provenienza e stagionalità e forse un primo passo verso il loro rispetto sarebbe quello impegnarsi maggiormente nella loro ricerca piuttosto che pretenderle nel supermercato sottocasa.

09 Set 2006 | ore 11:41

Stefano, ti chiedi perché quello che ha fatto Starbucks non l'abbiano fatto le varie Illy e Lavazza, domanda che mi posi anche io una volta che ero spaparanzato in una bucks-poltrona arrivando alla conclusione che le nostre aziende si sono sempre e solo preoccupate di vendere la polvere di caffè, l'uso che poi se ne sarebbe fatto era un problema che non toccava loro. starbucks non vende caffè in senso stretto, vende un servizio, un modo di consumare e vivere la pausa del caffè, vende un pausa relax
buon fine settimana

09 Set 2006 | ore 13:24

Sembra proprio che la filosofia delle catene di negozi non sia nel DNA italiano. Starbucks, Costa, Pret à manger. Ma anche body shop, boots, o per restare nel vino Odd bins, tresher, majestic wines.
Forse se gli anglosassoni sono troppo sbilanciati verso il "grosso è bello", la produzione di un modello in serie, noi siamo troppo sbilanciati verso il "piccolo è bello", il particolare unico e irripetibile. Certo affascinante, ma mai in grado di poter creare un modello capace di imporsi a livello internazionale.

09 Set 2006 | ore 16:41

ebbene si, è più probabile avere un rassicurante buon cappuccino all'estero, piuttosto che in un tradizionale bar italiano, dove spesso si trascura la qualità del latte e soprattutto la tecnica. bravi americani!
se la competenza significa qualità, che sia italiano o americano, in un mondo globalizzato come quello d'oggi, è la bravura a dover essere premiata, allora: viva starbuks!
poveri noi italiani, così creativi e geniali, maestri del vero gusto delle cose che non sappiamo sfruttare le nostre potenzialità.
in fondo non parteggiamo tutti per la meritocrazia?
allora vinca il migliore!
(con un pò di rammarico nel cuore però, anche perchè la colazione tutte le mattine la devo fare in italia)

09 Set 2006 | ore 17:53

Ma a parte il fatto che sanno vendere un'idea, a parte l'immagine, a parte il progetto studiato e non lasciato al caso...il cappuccino di Starbucks è veraemnte buono? Chi l'ha assaggiato? Io no perchè mi stanno antipatiche le catene e cerco di evitarle il più possibile.

Però il caffè storicamente è legato anche alla Spagna e al Portogallo...non so se sia così corretto dire che il è "italiano"...

10 Set 2006 | ore 09:47

... "dove spesso si trascura la qualità del latte"... Devo dar ragione a v dot. Comunque è vero che gli imprenditori americani hanno la grande capacità di trasformare tutto in business e di gestire al meglio qualsiasi cosa. I cittadini americani, in compenso, non hanno più il tempo neanche per fare la spesa. E gli imprenditori gli organizzano la vita. C'è un articolo sul Corriere on line di oggi 10/09 sui nuovi lavori in USA che spiega questo aspetto della vita americana.

10 Set 2006 | ore 12:16

Eh no, adesso anche il cappuccino agli americani!
Io l'ho bevuto e vi assicuro che il cappuccino italiano non lo batte nessuno!

10 Set 2006 | ore 12:49

Purtroppo il caffé, i cappuccini e tutte le variazioni di starbucks sono veramente buone. Sicuramente avranno testato centinaia di miscele su migliaia di conumatori globali prima di metterla in produzione, il latte che usano è molto più grasso di quello intero nostro, più calorico ma più buono, tutti gli add on sono estremamente studiati e precisi, nulla è lasciato al caso. La differenza tra una scuola di pensiero artigianale ed una industriale finalizzata al marketing si sentono.

10 Set 2006 | ore 13:17

io non bevo il cappuccino, bensì l'espresso schiumato o "un doppio espresso in tappa grande, con latte caldo a parte" e in uno starbucks non riesco a spiegarmi perché il concetto dello schiumato è lontano anni luce da loro, però da starbucks uno sta bene, si sente servito e coccolato e se lo si rifiuta è solo per ideologia
per Gumbo: non è il caffè a essere un patrimonio italiano, bensì l'espresso. un po' quello che succede con il riso e il risotto e la pasta generica e la pasta di semola di grano duro (cotta al dente, altra cosa che gli stranieri faticano a percepire)
buona domenica
oloap

10 Set 2006 | ore 15:28

Forse Paolo non riesce a spiegarsi perchè normalmente l'impostazione americana prevede domande standard con risposte chiuse: Cappuccino o Latté? Tipo di caffè? A,B,C? Numero di "shots"? 1, 2 o 3? Zucchero? Panna? Sì-no. Bollente, Caldo o Tiepido?

La possibilità di chiedere cose diverse non è prevista nel manuale del perfetto commesso e noi non siamo MAI riusciti ad ottenere variazioni.

Poi non so, sarai pure coccolato, ma quando cambio città e mi sembra di entrare sempre nello stesso locale, con i tizi vestiti allo stesso modo che fanno le stesse domande...a me viene l'ansia, mi sembra di essere intrappolata in un incubo.

Ma forse la maggior parte del pubblico non la pensa come me...

10 Set 2006 | ore 20:16

Comunque Starbucks viene spesso citato da Seth Godin il guru del marketing come grande esempio di "mucca viola" - cioè un prodotto che "si fa notare" in mezzo alle infinite offerte da cui siamo costantemente bombardat e confusi; quindi ha successo. Alla base c'è una passione-quasi-ossessione di qualcuno e un progetto studiato con cura quasi maniacale.
Quanti in Italia si impegnano così tanto per far decollare le loro idee?

E poi il "gusto Starbucks" è tarato sulla migliore qualità o sul gusto che piace a un pubblico più vasto?
Mio padre stamattina ha bevuto il caffè da Mulassano e ha detto che non c'è nessuna differenza da quello degli altri bar. E allora un che ffatica affare?

In compenso, per consolarci, nel libro di Godin come esempio di "Mucca viola" proprio a fianco di Starbucks c'è Dario Cecchini...

10 Set 2006 | ore 20:50

Vorrei consigliare di leggere 'L'impero di Cindia' di Rampini
Cosa c'entra col cappuccino? Beh, dopo averlo letto di lasciare il 'cappuccino globalizzato' agli americani non vi viene piroprio più in mente...

11 Set 2006 | ore 14:46

Che discussione difficile e complicata avete suscitato! Il costituirsi di un brand, la sua imposizione globale, ecc ecc.

Vorrei soffermarmi solo su un punto, già svolto da piermiga. Noi non possiamo imporre a livello globale un prodotto come può essere il Big Mac o il Frapuccino proprio per questioni di "misure". Un panino anonimo e sempre uguale, replicabile come un clone senza peculiari qualità può essere diffuso da Tokyo a Dusseldorf a NY. Non il lardo di Colonnata, che già ci siamo "persi". Come tanti vini...Cosa mi può raccontare di sè, della sua storia, del territorio dove nasce un prodotto suino che può essere prodotto con carne suina proveniente da 10 regioni oltre quella dove si trova la località omonima? Non ho nulla contro il Lardo di Colonnata IGP ma quanto del "vero", originale (nella duplice accezione) lardo ha ancora? Che mi racconta della Franciacorta uno spumante il cui prodotto base viene dall'Oltrepò? Nessun fondam,entalismo, ma una semplice riflessione su come -nel cibo- spesso sia la finitezza degli lementi primi ad impedirne un esplosione eed affermazione globale! Infine penso che -al di là di tanto bla bla sul made in Italy- noi italiani non si sia poi tanto capaci di difendere i nostri prodotti...pardon, gioielli.

11 Set 2006 | ore 16:19

Non c'è dubbio, da un punto di vista economico/finanziario/di puro business non è il massimo farsi globalizzare il cappuccino dagli americani. Sarà che a me viene l'orticaria quandi si accosta il global al cibo, ma non penso che il futuro del cappuccino come di qualsiasi altro "cibo" possa essere nella globalizzazione dello stesso.
Insomma il gusto e il dio global in questo campo ritengo che battano strade assai diverse......più interessante mi sembra discutere sulla qualità media dei "cappuccini no global" (e delle brioches) serviti nei nostri Bar.
Troppo spesso di livello scadente, eppure non sono ancora globalizzati.....o forse si?!?

Ad majora

11 Set 2006 | ore 16:27

Perché Starbucks ha successo? Perché sai che la roba è mediamente buona, perché è presentata bene e comprensibile, perché in pochi minuti sei a sedere abbastanza comodo e la roba che stai mangiando o bevendo è adatta al cliente tipo, che magari sta lavorando, non ha molto tempo e non gli va di andare al ristorante, ma nemmeno di andare ad ammalarsi da McDonald's. E allora, era così difficile a fare? Eppure loro lo hanno fatto, altri, con più "storia", e forse più masturbazioni mentali, no.
Più ci penso e più mi convince la teoria dei barbari di Baricco. E più mi prende voglia di essere un po più barbaro.

11 Set 2006 | ore 23:52

Credo che fare business non significhi per forza snaturalizzare le qualità di determinati prodotti o produzioni ma solo saperne gestire le potenzialità. Non vi pare che in italia ci sia un po troppa paura di muoversi in un'ottica marketing oriented??? Saluti a Tutti

12 Set 2006 | ore 01:23

..e' proprio questo che manca in italia,mancano imprenditori capaci di inserirsi in contesti piu' capienti.Manca l'intraprendenza e la voglia di espandersi.Siamo tutti capaci di curare il nostro piccolo orticello e guai a chi lo tocca!In questo ultimo anno ne sono successe di tutti i colori:il vino con i trucioli,la pizza e' americana(storia ormai vecchi)ora il capuccino ci basta solo che gli regaliamo le nonne e i loro manicaretti.Non e' importante secondo il mio modesto parere se,quando si va all'estero, si cerchi un po' di casa negli Starbuks.Quello che piu' mi spaventa o meglio mi da da pensare e se ci fossero gli starbuks qui.Gli italiani ci andrebbero?temo di si come si va all'ikea che e' diventata la ricerca di "casa",sicurezza, concettualizata nel modo di pensare global.Quello che cercano queste grandi catene non e' il prodotto ma un modo di essere e di farti sentire...ora spetta a noi sapere distinguere un caffe "solo" da un espresso inriproducibile a livello seriale.Questo dovrebbe essere il compito di tutti noi italiani.Noi abbiamo questa possibilita',un occasione da non perdere,una cosa che gli americani non possono rubarci.
Cito Gaber
Io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono!
Grazie per lo spazio
un saluto a tutti e buona giornata

12 Set 2006 | ore 09:34

Le leve del "tipico", del "legato al territorio" secondo me diventano sempre più logore ed inflazionate e spesso ghettizzano determinati prodotti relegandoli ad un altrettando ristretta ed elitaria cerchia di consumatori. Da uno punto di vista strettamente mangeriale Starbucks rimane un successo che rappresenta l'ennesima "polepetta" rubataci dal piatto. Ci vantiamo tanto di essere uno dei popoli più svegli...ma forse ce la raccontiamo da soli.


Il cappuccino è e rimane italiano, ma è triste che siano gli altri a trarne un guadagno.
Saluti a tutti

13 Set 2006 | ore 02:52

se vi fosse sfuggito: da corriere.it!
Usa, niente caffè gratis. Fa causa a Starbucks Un cliente di New York chiede 114 milioni di dollari: l'azienda americana gli ha rifiutato un voucher ottenuto su Internet STRUMENTIVERSIONE STAMPABILEI PIU' LETTIINVIA QUESTO ARTICOLO
NEW YORK (USA) - Non ha avuto il suo caffè gratis, e ora pretende 114 milioni di dollari (oltre 90 milioni di euro) di rimborso. La storia poteva nascere solo negli Stati Uniti, regno della class action, l'azione legale di massa volta a punire le aziende che forniscono prodotti difettosi o offrono servizi scadenti.
Oggetto della controversia legale è Starbucks, la celebre catena distributrice di caffè e altre bevande calde. Tutto comincia a causa di una email spedita dalla compagnia americana ad alcuni dipendenti del sudest degli Stati Uniti, in cui si offriva un voucher per ricevere un caffè gratis con la possibilità di estendere l'omaggio anche a parenti e amici.
Ma, potenza del web, l'invito è stato rapidamente spedito in giro per la rete fino a raggiungere milioni di destinatari in tutto il mondo. A questo punto di fronte ad un numero esorbitante di richieste Starbucks ha deciso di non fornire più caffè gratis ai possessori del prezioso tagliando.
LA CAUSA - Nessun problema fino a quando un cliente di New York di fronte al rifiuto della catena di dargli una tazzina di caffè gratis ha deciso di intentare azione legale alla compagnia americana. E di chiedere una cifra esorbitante, per l'appunto 114 milioni di dollari, pari all'ammontare del costo dei presunti caffè non regalati dall'azienda di Seattle.
Un tentativo però quello dell'ignoto consumatore che, a detta di numerosi esperti di diritto, dovrebbe probabilmente naufragare in tribunale. L'azione legale infatti, a loro avviso, potrebbe facilmente essere dichiarata pretestuosa.

14 Set 2006 | ore 14:59

bah...io sapevo del caffe' all'americana,quello servito in bikkieroni enormi..ma del cappuccino no..cmq sia se e' vero che tristezza...cmq,fate un salto nel mio blog...prossimamente parlero delle "melanzane tossiche"

14 Set 2006 | ore 21:15

e' triste ma purtoppo mi sa proprio che Starbucks abbia gobalizzato anche il gusto del capuccino...
io lo ho assaggiato in due Starbucks differenti: Londra e Zurigo, e non c'era differenza, la qualita' era media, come Starbucks e' medio...

il problema a monte e' che noi in molti casi produciamo prodotti ottimi, ma non li sappiamo valorizzare e soprattutto li diluiami con miglia di prodoti dove si cerca solo il guadagno senza pensare alla qualita'

max
http://lapiccolacasa.blogspot.com

15 Set 2006 | ore 15:15

Avendo scoperto or ora questo blog, aggiungo queta considerazione teardiva in quanto residente proprio di Starbuckslandia. Un paio di cose: la franchise-isazione d'America e' la storia di ell'appiatttimento definitivo nel nome dell'uniformita' corporativa. Deprimente, d'accordo, angosciante perfino, ma nel caso di Starbucks ammetto pur controvoglia un risvolto positivo. Il suo straordianrio successo e capillare metastasi ha fatto si che pur nelle a piu' remota provincia dell'hamburger imperante o del taco industriale ormai si e' praticamente certi di trovarsi aportata di fumante, medio, comunque adeguato cappuccio ("grande latte"!). Pare poco, ma per uno come me che per lavoro e' costretto a capitarci spesso e' uno sviluppo impressionante e un incremento tangibile della qualita' quotidiana di vita. Ora, come e' stato notato qui di sopra, lo starbuckismo e' bieca manifestazione di corporativismo robotico e la benche' minima richiesta di variazione dal copione ciclostilato al quartier generale provochera' il cortocircuito immediato dell'adolescente brufolato che avendo raggiunto col termometro la temperatura autorizzata del latte si appresta a scucchiaiare la quantita' d'ordinanza di schiuma simile alla chiara sbattuta sul beverone - un'operazione che ha tutta la poesia di una catena di montaggio metalmeccanica. Questo e' cappuccio turbocapitalista, meccanico e dopo tanti anni di residenza in USA credo di poter dire che una differenza fondamentale fra noi e loro la rivela non tanto il paragone fra McD e la verace trattoria artigianale ma semmai il confronto fra ic l cibo di produzione industriale. Si perche' il gusto italiano, quello profondamente culturale, fissato sulle sapore nelle sue piccole sfumature, direi perfino al limite della nevrosi traspare anche in certi prodotti di produzione di massa, nelle mense aziendali, nel cibo degli ospedali. Voglio dire che se addirittura in questo tipo di cibo si rivela una differenza vuol dire che non c'e davvero confronto - l'educazione italiana al gusto, una vocazione che pervade bene o male la cultura, e' quella piu' adatta ad applicarsi alla cucina. In Starbucks e compagni il gusto e' semplice sottoprodotto del business model militarmente propugnato. E a questo proposito chiudo con un aneddoto realemente accaduto. Qualche anno fa - Starbucks cominciava la su parabola ascendente - da giornalista chiesi un intervista con un rappresentate della societa' e di poetr visitare uno dei bar per raccontre il fenomeno alla TV italiana. Prima ci fu silenzio, poi rinvii, anocra silenzio; muro di gomma. Quando infine dopo ripetute ed insistenti richieste, riuscii a parlare al telefono con la direttrice delle pubbliche relazioni, la signora mi spiego' seccamente che dato che si poteva contemplare un eventuale espansione delle franchise anche in Italia, era stato deciso che non era il caso di pubblicizzare la formula - nel caso qualcuno in Italia gli avesse rubato l'idea (!!!!)

02 Ott 2006 | ore 05:32

ciao a tutti,
qualcuno mi sa dare i dettagli del sondaggio dal quale emerse la convinzione di molti americani secondo la quale la pizza sarebbe nata in America? Mi dicono addirittura che alla domanda "perché credi che la pizza sia americana?" molti abbiano risposto "perché è buona!". Grazieeeeeeeee

27 Mar 2007 | ore 09:52

E se il cappuccino non fosse veramente italiano: ma una invenzione Polacca-Austriaca?
Anno 1685 l'esercito turco circonda Vienna. Franz G. Kolschitsky, un polacco che aveva vissuto in Turchia, conduce le forze alleate in Vienna. I Turchi fuggendo lasciano dei sacchi neri ben conosciuti a Kolschitsky come caffè. Lo esige come sua ricompensa ed apre la prima casa di caffè dell'Europa centrale. Inoltre stabilisce l'abitudine di usare il caffè filtrato (non come il caffè turco), zuccherato ed aggiungendo un pò di latte.
Questa ultima maniera la chiama cappuccino perchè ricorda il saio del famoso cappuccino fra Marco D'Aviano, che aveva lavorato per formare la coalizione europea contro i Turchi.

22 Mag 2007 | ore 04:36

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