16
Gen 2007
ore 17:34

Cazzullo... Cazzullo... questo nome non mi è nuovo

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Qualcosa che non va il mondo del vino & ristorazione lo deve pur avere se chiunque, che non sia di questo club, quando ne parla si sente autorizzato a sparlarne. A prestare orecchio a questo coro di antipatizzanti, i cuochi sono star ridicole, i loro piatti delle caricature, quelli del vino degli esibizionisti-mentecatti, i giornalisti del settore dei buffoncelli corrotti. Certo, il nostro è un mondo ipersensibile e ogni critica viene presa come un attacco ma se si è obiettivi poche sono le giuste osservazioni, grande è la demagogia.

Non vorrei ripetere che Vissani è bravo e chi ne sparla di solito l'ha visto solo in televisione. Che la descrizione di un vino implica l'andare oltre buono o cattivo . Che la nouvelle cuisine non esiste più da vent'anni. Che il sifone non è OGM. Che la pasta e fagioli è buona ma si può provare anche qualche altro piatto. Che l'osteria è bella, è calda ci piace ma non in tutte le osterie si mangia decentemente. Che i vini che costano oltre i 10 euro sono solo l'1,5% del mercato. Che  la cucina italiana non è la migliore del mondo. Che i bravi giornalisti non mangiano a sbaffo ma pagano sempre il conto. Che la maggior parte degli italiani non va al ristorante, va in pizzeria. Che la maggior parte delle pizzerie è vero che costano poco ma sono mediocri, tendenzialmente pessime. Non vorrei ripetere questi e mille altri luoghi comuni e invece sono qui inchiodato in retroguardia a discutere di sciocchezze perchè Cazzullo ha parlato. E'così ogni volta che un giornalista, un intellettuale, un cantante aprono bocca ed emettono "il giudizio definitivo" su noi del ghetto gastronomico ti viene da rispondere ma sempre sulla difensiva, come se avessi qualcosa da farti perdonare.

Si, perchè dobbiamo farci perdonare il piacere dell'eccesso, a tavola e nella parola, il rischio del ridicolo quando parliamo di un pranzo, di un vino, di un piatto come di un incontro amoroso, l'eccesso di spesa in un tempo dove è figo chi spende poco, il carnevale versus la quaresima. 

Una domanda 

Si potrebbe dire che Cazzullo è un provinciale perchè nel suo articolo a pag 56 dell'ultimo numero di Style, il mensile del Corriere della sera, è colpito dall'Ambroisie di Place de Vosges non per come si mangia ma perchè ci mangia Alain Minc (con una signora alta...). Ma Cazzullo non è un provinciale, è uno bravo, una firma del Corriere della sera che quando addenta un tema lo sviscera per bene senza guardare in faccia a nessuno.

E allora perchè ha scritto sessanta righe di pensiero debole a proposito di cuochi e ciofeche?

commenti 55

Be' che gli taliani vadano tutti in pizzeria, che sono mediocri ecc. mi paiono concetti discutibili, cazzulo o non cazzulo. Direttore: mi dica dove puó trovare fuori Italia pizze degne di Da Michele o Trianon? E perché tra i luoghi comuni non aggiunge il mito dei formaggi francesi, o le cazzate delle arance spagnole ( i miei amici brasiliani si pisciano dalle risate quando gli spagnoli dicono che la valenciana é l'Arancia).

16 Gen 2007 | ore 20:50

Non credo che sia un problema del mondo della ristorazione (che pure è sicuramente è un ambiente molto autoreferenziale e non si rende troppo simpatico).
E' un problema di pressappochismo italico, che porta i giornalisti a scrivere di tutto, anche di cose che non si conoscono (sul cinema, ad esempio è uguale se non peggio e più di 40 anni dopo la "politica degli autori" del vecchio cahiers du cinema ancora si dice, anzi si scrive, un film "di" anziche un film "con") perchè si rivolgono a lettori molto superficiali a loro volta.
Nessun affermato professionista francese di mezz'età andrebbe fiero di dire che non capisce nulla di cucina o vini, da noi è la prassi (o magari non lo si dice, chè la modestia non è così comune, ma lo si pratica: avvilenti cene di lavoro in locali vergognosi spacciati per posti dove "si mangia benissimo e si paga pochissimo, e non quelle porzioncine da nouvelle cuisine..."), nessun giornalista serio di Libé o del Figaro potrebbe scrivere sullo champagne le cazzate che scrive Langone sul foglio dell'intellighenzia "anticonformista" nostrana o su Cracco le cose della Baresani.
Mi dispiace per il Gambero e per gli altri che pure stanno contribuendo a migliorare la conoscenza sulla gastronomia, ma la strada è in salita.

16 Gen 2007 | ore 21:19

Ho appena visto Ferrán in tv...sempre piú patetico, sempre piú balbettante, peró é Ferrán e non Cazzullo e quindi...come Re Mida tutto ció che tocca lo converte in oro...il cuoco piú congressista e teleprsenzialista del mondo, incapace di parlare...gli succede lo stesso che a Mc Luhan il guru della comunicazione incapace di comunicare...

17 Gen 2007 | ore 01:03

Cazzullo scrive e noi ci si risente. Se nessuno scriveva nulla non si era qui a parlarne. La cosa che più mi ha impressionato nel leggere qul pezzo è stata la critica mossa a uno dei piatti più interessanti da me mai assaggiati. Il cappuccino di seppie di Alajmo. Lo ciritica un piatto ma celebra il cuoco. credo che il suo obbiettivo lo abbia raggiunto. Uno perchè come lei bonilli altri professionisti del settore si sono come dire interessati alla cosa (vedi Bolasco). Due perchè con voi tutti noi nell'apprendere la notizia abbiamo cercato il mensile. E il gioco è fatto. Magari 100 copie in più. Però il Cognome Cazzullo ora ha un perchè diverso che non sta a me ne criticare ne giudicare. Sparla di cose che a me son piaciute. In antichità de gustibus, a via della Luce "sti cazzi"

17 Gen 2007 | ore 09:07

Ecco, appunto, caro direttore, credo il problema sia questo, la sindrome del club, del Circolo.
Pare che il settore stia diventando una sorta di circolo ristretto formato da produttori, giornalisti, ristoratori, bloggers etc etc , tutti intenti ad amministrare i loro spazi, quali che siano. Pare anche che i circoli siano diversi, d’intonazione , formazione ed ispirazione, legati a Questa od a Quella figura di giornalista, piuttosto che a stili o pensieri d’illuminata concezione, spesso in lotta tra loro, sembrerebbe.
Così, se qualcuno s’affaccia alle porte del Circolo, senza averne licenza o titolo tutti ci adombriamo e scandalizziamo. Cretinate ne scriviamo abbondantemente tutti, con l’aggravante che se le cretinate le scrive chi dovrebbe essere in grado di discriminarne la cretineria diventano anche imbarazzante visto , come dire, il peso specifico dell’argomento…vero?
Sembra così che esistano i Legittimati e i mica Legittimati, cioè coloro che possono emettere giudizi su chef, produttori, ristoranti etc etc avendone appunto diritto e quelli che minga. L’impressione è che attribuendo alle nostre considerazioni mangerecce un’importanza sproporzionata finiamo per credere che si stia parlando di cose estremamente serie così ne discende che il nostro non è un Ghetto Gastronomico ma anzi… un Circolo esclusivo a volte noioso, spocchioso, tronfio e maledettamente blasè.
Questo sembra , sbirciando dalla porta.
Ecco perché la cucina , l’alta cucina e tutto quello che vi ruota intorno irritano gli intellettuali senza tessera del Circolo.
Tesseriamoli e facciamola finita. Che ne pensi?
:-)

Ci metto un sorriso sennò qualcuno pensa che parlo seriamente...

17 Gen 2007 | ore 10:27

L'Italia non e' la Francia (e i formaggi francesi sono tutt'altro che un "mito", davano grattacapi anche a De Gaulle).

Se in Francia un giornalista scrivesse una sciocchezza colossale su un argomento gastronomico, sarebbe crocifisso.

Platini una volta rimprovero' un giornalista francese perche' gli aveva fatto una domanda da ignorante di calcio, lo apostrofo' cosi': "In Italia una domanda cosi' non me l'avrebbero mai fatta!"

Da noi il pallone e' preso molto molto piu' sul serio dell'alta ristorazione: eppure chi potrebbe in prospettiva contribuire di piu' a far crescere il nostro PIL?

Nico

17 Gen 2007 | ore 10:48

Quando lavoravo al manifesto ho frequentato molti scrittori e giornalisti noti (e di cui non farò il nome per carità cristiana) perchè venivo considerato "del giro" in quanto corrispondente del manifesto da Milano. Era il 1975 e dintorni e ricordo ancora alcune serate - io ero ospitato nella casa di una coppia di famosi intellettuali milanesi - nelle quali si tagliavano i panni addosso a registi, scrittori e politici, ovviamente non presenti e si sistemava il mondo, la morale e l'etica di sinistra. Ricordo l'aria di sufficienza nei confronti del mondo, il senso di sè, le autocitazioni. Io ero ascoltato perchè portavo noitizie di prima mano "dal fronte", cioè dalle fabbriche e dall'università dove in quegli anni ribolliva l'attualità. Molti dei miei interlocutori godevano, forse non rendendosene ben conto, di privilegi che rendevano facile la vita di tutti i giorni, dal certificato in comune all'invito alle prime teatrali al posto in tribuna a San Siro per chi era tifoso. Tutti manifestavano, però, il più assoluto disinteresse per la buona tavola, i prodotti e i vini allora di punta, invero pochi, e se ne facevano vanto citando però osterie e trattorie varie dei rispettivi luoghi di origine dove si respirava, a detta loro, la vera tradizione popolare e, in alcuni casi (avendo io seguito i suggerimenti), poteva capitare di "avvelenarsi". La malattia, come si vede, viene da lontano e anche allora i pochi che avevano una devianza gourmet non è che la sbandierassero con fierezza. Del tutto diversa la situazione francese, se penso che durante il maggio del '68 alcuni amici parigini, finita una torrenziale assemblea alla Sorbona, ci avevano accompagnato in un bistrot abbastanza periferico perchè faceva delle lumache imperdibili! Tipico imprinting francese che da noi è sempre esistito nella provincia ma mai negli strati alti della borghesia. E infatti Veronelli, tra i tanti meriti, ha avuto quello di dare nobiltà e diffusione a temi che sono sotto pelle per noi italiani, sono il comune sentire dei cugini francesi.

- Fine prima parte - con sorriso

17 Gen 2007 | ore 11:05

Ma si puo trovare su internet suddetto articolo?

17 Gen 2007 | ore 12:29

Molto interessante il suo intervento...i nostri mali sono figli del provincialismo e del falso perbenismo della nostra classe dirigente, e della borghesia vigliacca italiana...io cedo che la nostra borghesia abbia come colpa primaria, ancor prima che il suo disinteresse verso il cibo (colpa veniale, suvvia), l mancanza di cultura e di apertura mentale...la classe imprenditoriale del mio Veneto quando pala fa accapponare la pelle, e quando esprime concetti politici...no comment. Poi che al pranzo da Alajmo preferiscano i Bigoi dei Colli Euganei forse é retaggio di quando erano tutti contadini e partiano alla volta di Argentina e America con i bigoli nelle valigie di cartone...l'idea dell'eterna superioirtá culturale in senso lato, e quindi anche gastronomica, della gauche francese davvero é oggi ancora valido come concetto? molti teorici parlano di un Paese in decadenza...

17 Gen 2007 | ore 14:06

L'amico lorenzo è come la solito polemico, forse però, per il gusto di polemizzare esagera. Ok, non deve essere una casta, non ci si deve autocelebrare, non si deve essere autoreferenziali, ma quando qualcuno dice castronerie perdindirindina va gridato ai quattro venti ! Pensa ad un giornalista che confondesse il bertolli gentile con un olio di qualità, ben fatto, con i dovuti crismi, tu non te la prenderesti a cuore ? E per questo poi dobbiamo dire che te la canti e te la suoni nel tuo "getto" ? No Lorenzo, un fondo di verità nella tua critica c'è ma permettimi il nostro piccolo mondo non è così nero e cupo come tu lo descrivi, pìù centrato l'intervento del direttore Bonilli, la differenza tra noi e i Francesi è culturale e profonda, purtoppo !

17 Gen 2007 | ore 15:03

"molti teorici parlano di un Paese in decadenza..."

.. e anche molti pratici Gigio
che l'Italia sia in decadenza in quasi tutti i campi e' un fatto, non solo una teoria :(

che possa un giorno invertire la rotta e' l'auspicio delle persone piu' ottimiste

mi pare di capire, dall'altro thread, che tu vivi in Spagna

... beh, puoi toccare con mano cos'e' un paese in decadenza e uno in ascesa :(

ma anche :) per gli amici spagnoli

Nico

17 Gen 2007 | ore 15:43

CAro Albertone il problema è proprio questo: chi decide quali sono le castronerie? Io? Tu?
PArlando di pastasciutte, osti, vino ed oli esiste qualcuno maggiormente legittimato a dispensare pareri Pro Veritate e qualcunaltro meno?
E questa eventuale legittimazione da cosa deriva? Dall'aver frequentato osterie e cantine da molto più tempo? da titoli accademici relativi?
Esiste un anzianità di servizio anche quà? Dall'esercizio professionale?
Ci stiamo avviluppando attorno ai metodi e alle elocubrazioni accademiche dimenticando che tutto quello che concerne la cucina e dintorni è illuminato dal relativismo dettato dal gusto. Noi/voi apparteniamo ad una piccola schiera che nel difendere questo assolutistico primato di giudizio, finisce per rendersi antipatica ed attaccabile. Il signor Cazzullo ha detto la sua, io la mia e via dicendo. Di Ghetto ha parlato Bonilli, io invece preferisco chiamarlo Circolo. Facciamo che non diventi un circolo vizioso. (Almeno non oltre quel che basta al divertimento :-)))
Probabilmente Cazzullo ha detto veramente castronerie, ma il mio discorso è oltre,ne capisci il senso? Forse sono io che non riesco a spiegarmi e finisco col dire cretinate a mia volta, se è cosi siate indulgenti vorrà dire che pagherò molte bottiglie...al circolo :-)))
Sono a disposizione!

..divertente il deserto dei Tartari, quassopra!

17 Gen 2007 | ore 16:07

Forse le cose fatte e la professione che eserciti dovrebbero valere come curriculum, o no? Altrimenti se tutti sono uguali a tutti vorrebbe dire negare l'esistenza dei critici letterari (anche per un romanzo c'è di mezzo il gusto), i critici cinematografici (idem come sopra), i critici musicali (idem idem idem) e così via. I 35 anni di Raspelli rendono il suo giudizio uguale a quello di Cazzullo? Veronelli era uguale alla Sora Cecioni?
Io non penso che il versante critico di un mondo - quello dell'enogastronomia - che solo per quello che riguarda l'eno pesa per oltre nove miliardi di euro nella nostra bilancia dei pagamenti e per la voce gastronomia pesa per molto più del doppio possa essere lasciato allo spontaneismo dei singoli in virtù di un democraticismo che sostiene che "poichè tutti mangiamo tutti abbiamo diritto ad esprimere un giudizio".
Dice Pianogrillo: chi conta al momento del giudizio, chi ha visitato più ristoranti?
Può non essere il solo criterio, ovviamente, ma se professionalmente hai visitato tutti i tre stelle di Francia e tutti ma proprio tutti i migliori ristoranti d'Italia con puntate in Spagna, Nord America e Asia e lo hai fatto per motivi professionali attinenti al giornalismo del settore sarai più attendibile di un Cazzullo qualsiasi o no?
Il giudizio e le classifiche non sono un terreno aperto a tutti per il semplice fatto che ci sono giudizi che pesano perchè riconosciuti dagli stessi giudicati e dal pubblico - che esprime questo suo riconoscimento acquistando le guide - e giudizi che non pesano come sarebbe se io facessi la recensione critica delle incisioni mozartiane.
Cosa ben diversa sarebbe se la recensione fosse firmata da Lorenzo Arruga, tanto per citare uno specialista.
Il tutto detto con il sorriso stando seduti sulla porta del circolo, del club e non dico ghetto perchè suonerebbe ben altra cosa.

17 Gen 2007 | ore 16:53

Caro Lorenzo,

Permettimi di dire che ci sono castronerie assolute, tipo, per intenderci, "olio spremuto a freddo" o "l'olio di Palma plurifrazionato e un ottimo olio per friggere" oppure "la carne di bestia cresciuta allo stato brado deve per forza essere dura, coriacea". Queste sono stupidaggini indiscutibili, che le dica un profano o un presunto appartenente alla casta Gourmet. Poi esistono le opinioni, leggittime, tipo l''Ambroisie e meglio di Alajmo ma da cui permettimi dissento perchè anche mia sorella, che non è flippata come il sottoscritto, se cenasse ad un giorno di distanza dai due posti capirebbe la netta differenza che c'è. Poi concordo con te che spesso alcune iperboli da enogastrostrippati sono inaccettabili. Credo però che se si facesse e ci fosse maggiore cultura enogastrnomica non si cadrebbe nei soliti luoghi comuni che il direttore cita millesimo 1975 ma che in realtà sono molto ma molto attuali !

17 Gen 2007 | ore 17:02

Ben detto Direttore, sottoscrivo in pieno !

PS Ma lei direttore l'Olio Pianogrillo l'ha assaggiato ? :-)))

17 Gen 2007 | ore 17:04

Caro Lorenzo
Mi permetta di definire il suo intervento un po’ troppo relativistico. Leggendo lo scritto parrebbe che tutto quello che ruota attorno al mondo del cibo sia esclusivamente pertinente ad una serrata soggettività. A tal proposito condivido la posizione di Alberto e penso che la legittimazione non proviene certo da ciò che piace o meno, che rappresenta bagaglio sensoriale e culturale esclusivo della persona, invero dalla conoscenza più o meno approfondita di questo mondo, dalle tante o poche esperienze vissute, dalla preparazione tecnica in materia. Come tutte le altre “arti” creative c’è pathos, personalità, intuizione ma anche tecnica, manualità, ricerca. C’è coscienza e scienza. Parallelamente posso assistere ad un concerto rimanendone piacevolmente colpito ovvero cercando di capirne pure il perché al fine di rendere l’arte anche dottrina. E’ dunque dove l’aspetto cucina diventa dottrina che l’uomo ed il suo ingegno si sostituiscono al caso e la codifica diventa materia di studio e di evoluzione. Chi dispone di spazi pubblici che raccontano qualcosa di più che semplici opinioni non può certo esimersi dal dovere della conoscenza che, badi bene, poco ha che spartire con il piacere personale se non, al limite, come nota a margine. Esistono concetti come onestà intellettuale e creativa, ricerca della migliore materia prima, pertinenza e correttezza delle lavorazioni, filologicità delle esecuzioni che anche se non assurti a valori assoluti hanno un tanto di misurabile e, dunque, paragonabile; c’è il genio, la cratività assoluta che tramonterà in un batter di ciglia o diverrà il consueto di domani, c’è di tutto e di più ma per favore non cadiamo nell’errore opposto dicendo che tutto è soggettivo e tutto è uguale.
Un caro saluto
Pier

17 Gen 2007 | ore 17:22

Tenente Druogo l'annuncio di Zapatero che fra 2 anni ci superano a noi e pure alla Germania l'hai letto anche tu...il paese in decadenza si riferiva alla Francia, visto che Bonilli parlava della Francia e della differenza fra l'intellighenzia d' a sinistra italiana e della gauche francese...che uno che gira per ristoranti da 35 anni abbia piú esperienze di uno che ha appena messo il naso nel mondo gastronomico mi pare lapalissiano...peró il fattore genialitá non c'entra con l'etá...e questo puó valer per un artista, un cuoco, leggi Alajmo, e anche per un giornalista critico, o no??? Veronelli non sará uguale alla Sora Cecioni, peró ci sono certe cose che solo la Sora cecioni saprá fare, perché sin da piccola sa stendere la sfoglia e adesso le potresti bendare gli occhi e ti saprebbe stendere la sfoglia come nessuno chef tristellato...o come mia nonna quando fa i salami fatti in casa in basilicata gli dá quel cosa in piú che non c'e`norcino studiato che tenga...

17 Gen 2007 | ore 17:23

Sono in parte d'accordo sia con Lorenzo che con Stefano: per scrivere occorre documentarsi sempre, che si parli di Vissani, di Scajola, della Mostra del Cinema o della legge economica del richiamo marginale decrescente. Io, oltre che di enogastronomia (campo in cui ho speso tempo e denaro tra corsi di formazione, degustazioni e viaggi "sul campo", al volante fin dai 18 anni e mezzo a scoprire il formaggio della valletta sperduta o il vignaiolo eroico), posso tranquillamente scrivere di musica classica, perché il mio percorso di studi e di esperienze mi consentono un bagaglio di conoscenze e di saperi adeguati. Per contro non mi arrischierei mai, almeno per ora, di buttar giù un pezzo sulla Borsa o sui mercati.
Però, a parer mio, un pezzo di Bonilli su Mozart sarebbe interessante, e lo leggerei senz'altro. E lo leggerei non per trovar inventario dei pregi del direttore d'orchestra o dell'interprete coinvolto (ossia una stanca liturgia di considerazioni più o meno critiche), ma per sentire le sue impressioni su quella stessa musica, cosa suscita in lui. Ben vengano i pareri di tutti: poi, se non piacciono, si faccia come si è fatto qui, si esprimano le critiche, si pongano le obiezioni.

Ho una cosa da dire ad Orson: Langone e la Baresani piacciono (a me e ad altri) per la bellezza di parlare di gastronomia a briglia sciolta, con sguardo gaudente (e qui di Quaresima non ce ne vedo proprio, almeno per quel che riguarda Langone) e con una prosa che è sicuramente superiore a quella della media dei gastro-critici, spesso caratterizzata da un registro tecnicistico che non sempre riescono ad evitare (e io sono tra questi). Io, nel mio piccolo, mi sento come Langone: non un critico, ma un "raccontatore" ("scrittore" è una parola secondo me non adatta) di esperienze gastronomiche. Certo, non condivido tutto quello che scrive: sugli spumanti, ad esempio, oppure sull'idiosincrasia per i condizionatori d'aria.

17 Gen 2007 | ore 17:24

Non so se il Direttore alludesse alla Sora Cecioni come una che sa tirar di sfoglia....!

17 Gen 2007 | ore 17:34

CAZZULLATA: Typical Italian attitude of present times. When a person using either the authority accrued in a field of expertise or the influence of associates, hosts and protectors, to pass superficial judgements, opinions and views (never information) on field in which has little or no expertise.
CAZZULLATO: typical Italian of present times who reads, uses and comments cazzullatas.

17 Gen 2007 | ore 17:49

Ricevo questa mail:

Io non sarei così severa sul pezzo "Cuochi e ciofeche". Sarò snob ma anche a me non piacerebbe che qualcuno si mettesse a cantare le Osterie mentre mangio da Vissani o da Pierangelini.
E poi, probabilmente a l'Ambroisie, il giornalista ha sentito la grande tradizione della ristorazione francese mentre nei grandi ristoranti italiani non si sente perché non c'è. I ristoranti italiani hanno cominciato a fare alta cucina in tempi relativamente recenti. I buoni ristoranti italiani di 30 o 40 anni fa erano delle trattorie di livello, proponevano cioè cucina tutto sommato di casa, preparata benissimo e con materie prime di prim'ordine.
Ero molto giovane, non ricordo bene se fosse il 68, il 69 o giù di lì, ho mangiato con l'allora marito da Cantarelli e quel pranzo mi è rimasto nel cuore a lungo pur essendo allora molto meno interessata di ora alla cucina e al cibo. Stessa sensazione l'ho provata, molti anni dopo, mangiando da Lidia Alciati. In ambedue i casi, si sentiva che i piatti erano il risultato di una lunga tradizione, di sapienza, di sensibilità. I "sapori equilibrati e giocosi" e gli" accostamenti sorprendenti" lasciano anche me un po'freddina e penso che se pranzassi all'Ambroisie ne parlerei a lungo.

Un' amica che non vuol firmare.

17 Gen 2007 | ore 18:03

Va bene, va bene, ho capito...mi toccano le bottiglie...:-))

(Porcc...mai stare zitto, eh?)

17 Gen 2007 | ore 18:06

Un po' le porto anch'io, non foss'altro che per farmi perdonare la pedante ripetitività - sorriso e sorriso e ancora sorriso -

17 Gen 2007 | ore 18:17

bottiglie? circolo? stapparle? magari a milano tra una decina di giorni?
io ci metto spazio, cavaturaccioli e bicchieri...
oloap

17 Gen 2007 | ore 20:16

Caro Paolo, come può testimoniare The Big Cauzzi, a Milano, al circolo di Palazzo Mezzanotte, bottiglie ne sono andate a decine l'anno passato. (Quando passavi tu nascondevamo tutto per darci un contegno signorile ed un aria intelligente...dio che fatica...)
Quando passava Roberta C. , invece, era tutto uno stappare...Cosa, vuoi, c'è chi può...:-))

17 Gen 2007 | ore 20:39

Si Paolo e quando passava Luisa ostriche, pata negra e champagne a fiumi. Comunque quest'anno te ne riservo io qualche dozzina di ostriche, non preoccuparti ! Ci vediamo il 28 alle 18. Appuntamento per la nuova edizione dello mejor convegno gastronomico del mundo ! :-))

17 Gen 2007 | ore 20:52

Caro direttore dato che non so come raggiungerla penso che leggera questa piccola postilla. avevo da farle una richiesta; vorrei uno spazio del gambero rosso per parlare della macelleria e delle carni perchè sono sempre di piu le macellerie che incominciano a piangere dalle schifezze che trattano e poi perchè nessuno apprezza piu la carne ..... per la gente limportante e risparmiare !!!!!
Spero che prenderà in considerazione la mia richiesta la ringrazio Distinti Saluti Roby

17 Gen 2007 | ore 21:02

In effetti la Sora Cecioni non sembra proprio una tipa da sfoglia; ad esempio qui: La Sora Cecioni e l'invito a cena... :-)))

17 Gen 2007 | ore 22:00

Caro Lorenzo, ho capito perfettamente il tuo pensiero e lo condivido, difficile però da spiegare, quindi apri pure le bottiglie che passo al circolo...ricorda però di accompagnare il tutto con bruschette all'olio...che sia robusto o gentile non importa...preferirei quella splendida riserva di bertolli 1964...

18 Gen 2007 | ore 11:18

...nel mio caso nessuno potrà mai dire: "Braccia strappate all'agricoltura...".
Quanto mi costerà 'stà cosa?
:-)

18 Gen 2007 | ore 11:59

Lorenzo tranquillo, nessuno si è mai ubriacato d'olio! perché stavi parlando di stappare bottiglie d'olio nevvero? (prendi questo salvagente e sta zitto!!)
Discorso molto lungo e complesso quello della Kritica gastronomika. Parlando in generale Baresani e Longoni possono essere fieri del loro stile scrittorio. Il problema è che bisognerebbe chiedere a Baresani e Longoni se si sono fatti un giro in tutti i ristoranti da tre stelle europei. Bisognerebbe altresì chiedersi se il kritiko parte da presupposti oggettivi oppure soggettivi. In francese esiste una differenza sostanziale tra gourmand e gourmet (correggetemi se sbaglio). Poi che quelli che hanno segnato il tragitto e che fanno la moda se la prendono con quelli che seguono le mode io non ci trovo nulla di ridire. Semmai da ridere.
Quanti sono i veri ristoratori e quanti sono quelli che investono soldi nella ristorazione e ci capiscono qualcosa? Qui (a Milano) altro che deserto dei Tartari. Un deserto lunare.
Quindi un po' condivido il pensiero di Lorenzo. E' molto relativo il discorso sulla kritika, ma vi è a discolpa di kritici seri la cognizione del conoscere ('ché si è viaggiato molto) e del sapere ('ché molto si è mangiato). Ma dipende dal kritiko e pertanto bisogna fare il Circolo serio ;-))

18 Gen 2007 | ore 15:04

tanto....effettivamente dipende dai commensali...però aggiungerei che un cucchiaio di olio prima di una potenziale sbronza aiuta ad alleviare possibili postumi...

18 Gen 2007 | ore 17:11

1) Langone, non Longoni.
2) Neanch'io ho visitato tutti i tre stelle d'Europa. E allora?

18 Gen 2007 | ore 18:50

Nulla in contrario, per carità, al fatto che a Tommaso Farina o ad altri possano piacere Langone o Baresani, semplicemente credo che lo stile non sia sufficiente a giustificare palesi castronerie. Poi, personalmente, credo che sui temi culinari la presunta iconoclastia sfoci troppo spesso nel qualunquismo (magari ben scritto), ma resta una mia opinione per cui liberissimi tutti di apprezzare il genere (io ho già dato, preferisco leggere Simon).

Poi, una piccola lancia a favore dell'Ambroisie direi che andrebbe spezzata (e già mi sembra un paradosso) visto che nel discorso si rischia di prenderla come l'esempio della presunta decadenza francese. Magari ci fossero a Roma un po' di Ambroisie, Taillevent, Cagna...(con tutto il rispetto, ma in un 3d recente Roscioli veniva,probabilmente giustamente, indicato tra i primi 5 locali da consigliare a Roma. Ogni confronto mi sembra superfluo).
Ciò detto, per evitare equivoci: Alajmo tutta la vita...(bellissimo anche il libro)

18 Gen 2007 | ore 18:52

La gastronomia e la Kritika gastronomica - ho visto in un intervento la K e ho messo la cappa ma non so se era scherzoso o sfottente - si prestano a una demagogia senza fine, a piccoli agguati, a rese dei conti che, come in presenza di un fiume carsico, a volte emergono per breve tratto, quasi sempre viaggiano sotto terra, sotto traccia.
Qui, per esempio, io mi sono perso il bandolo della discussione perchè non volevo ricreare il circoletto di esperti che se la dicono e se la cantano e invece poi è finita in una discussione tra addetti... addetti a cosa, poi? perchè se uno ha un lavoro ed è appassionato di cibo&vino è un addetto? Certo che si e forse ne sa più di chi lavora in una casa editrice che si occupa di birra&salsiccia o in un giornale che ogni tanto apparecchia e lui-il-giornalista si autodefinisce un addetto. La democrazia del web dice che tutti sono uguali ma poi ognuno di noi va a leggere per primi i blog di quelli che sfornano contenuti, idee, dubbi intelligenti e questi a loro volta sono circondati da una comunità di lettori che spesso sfornano anche loro contributi - ambiente qualitativamente stimolante - .
Io, per esempio, non ho voglia di essere l'esperto, sono stufo della contrapposizione, non do la patente a nessuno, do i voti perchè a una parte di pubblico questo piace, voglio sempre meno essere "il direttore del Gambero Rosso" e sempre più stefano bonilli, uno che ha ormai una certa età e da 35 anni ha un grande amore per il buon cibo e ancora gira in cerca di esperienze ed è curioso e ama le polpette, il minestrone, Ferran Adrià e Bottura-difficile e la Sora Margherita di piazza delle Cinque Scole che non so se esista ancora, e se dico "che buono" non voglio dare la linea a nessuno ma esprimere un parere, punto e basta.
Cazzullo, penso, ha pontificato seguendo l'andazzo che vuole in un angolo i creativi e a me, visto che si va affermando questa stupida moda, mi viene, insopprimibile la voglia di ributtarmi con quelli sotto schiaffo, i creativi appunto. E poi fare una capatina dalla Sora Ada da 60 anni in osteria.
Perchè non godere di tutte le sfumature della grande partitura enogastronomica italiana!

18 Gen 2007 | ore 19:00

La trovo particolarmente ispirata negli ultimi interventi...nessuno ci ha riflettuto peró tutti gli esperti o addetti ai lavori ai lavori ci sono arrivati per casualitá, non c'é un cursus honorum da seguire lineare e graduales...c'è il direttore che per copreire un buco o per aprire una nuova rubrica manda il garzone di Bottega, che puó essere il Raspa, tommaso Farina e tanti altri...e loro si trovano li al posto giusto, sennó si sarebbero dedicati ad altro, ad altro tipo di giornalismo...e chi quella botta di culo non ce l'ha avuta e si dedica con piacere ad altro, non puó ogni tanto dissertare di cibo????? Io credo di sí, anche perché dire no vorebbe dire autoescludermi dal blog :) E se Cazzullo preferisce l'osteria ben per lui...con tal che non ci voglia propinare che il Panettone Bauli é meglio di quello Loison o la mortadella Fiorucci é meglio di una Favola, come hanno scritto Facci e altri...questi sí commenti ben piú pericolosi per le masse!!!!!

18 Gen 2007 | ore 19:07

Il Doomsday Clock e' tornato a 5 minuti dal big bang. Finiamola di cazzullare e andiamo a mangiar e bere bene, finche' siamo a tempo

18 Gen 2007 | ore 22:06

La K è sempre comunque scherzosa.
Per il signor Farina
1) Grazie della correzione sul nome Langoni (Longoni Lungani)
2) Lo faccia. Almeno ha una visione d'insieme 'ché qui non si è mai pensato che la cucina italiana fosse la migliore del mondo. Ho mangiato meglio 'italiano' a Hong Kong o a Tokyo che in alcuni ristoranti milanesi o romani o veneziani o fiorentini.

19 Gen 2007 | ore 09:26

Caro direttore questo che hai scritto mi è piaciuto molto. Un Grande amore è sempre qualcosa per cui vale la pena di soffrire :-)
(MAgari il meno possibile...)

19 Gen 2007 | ore 09:57

Lei lo ha detto la piccola cuoca: che in ristoranti turistici di Milano, venezia e Firenze..mi fa piacere che non ha citato le trattorie e agriturismi del mantovano, di Basilicata e Calabria, del Sannio ecc. ecc. ecc. Sarebbe un bel quesito da proporre ai blog-flippati: si mangia migliore cucina italiana fuori Italia che in Italia????

19 Gen 2007 | ore 12:44

Caro gigio, molti risponderebbero a sproposito. E magari un qualche Cazzullo si ergerebbe a esperto di cucina italiana fuori dall'Italia. Certamente - come dice la Piccola Cuoca -fuori dall'Italia si puo' trovare una cucina italiana "altra", non originalissima, ma esegeticamente corretta. E dove si mangia male e{ solo perche noi noi italiani non abbiamo vigilato...

19 Gen 2007 | ore 15:01

Io invece, guarda un po', penso che la cucina più buona del mondo sia la nostra. Ho in uggia il relativismo culturale, ma quello gastronomico mi ripugna ancor di più, e credo di non negare nulla a tutte le grandi cucine del globo (e anche a quelle piccole e sconosciute) affermando di preferire senza dubbio la nostra, di cucina. Penso che esprimere un giudizio personale non offenda granché la ghiotta maestà della scuola culinaria francese o mandarina.

19 Gen 2007 | ore 15:53

Bravo Tommaso, concordo in pieno! Io, però ho una domanda: cos'è "la cucina italiana fuori dall'Italia?".

Ad Majora

19 Gen 2007 | ore 16:56

Un Grande amore è sempre qualcosa per cui vale la pena di soffrire

io invece spero sempre che un Grande Amore si riveli qualcosa per cui vale pena di gioire...
ne ho due palle piene di "soffrire"
oloap

19 Gen 2007 | ore 17:44

Una, nessuna, centomila, avvocato Gagliardi. Come dicemmo alla Festa artusiana del 2006. Ma questo non e' tema da discutere sotto il titolo cazzullo. Magari uno di questi giorni il direttore lancia una sua riflessione su questo tema...

19 Gen 2007 | ore 17:47

La cucina italiana fuori dall'Italia è un po' troppe cose, non sempre gradevoli.

19 Gen 2007 | ore 19:13

la ringrazio per aver risposto!!!!!! aspetto anche delle opinioni sulla mia idea...... grazie a tutti; cmq il pianogrillo grande olio anche se personalmente porto con me dei brutti ricordi ciao

19 Gen 2007 | ore 19:45

Io la mia la posso dire su Madrid: a parte due o tre posti: Ars Vivendi (alta cucina, cuoca spagnola con marito italiano), Casa Marco (trattoria ispirazione abruzzese) e Piú di Prima (dove trovare posto é quasi impossibile e se lo trovi devi compartire il desco con Ronaldo, Raul, attricette varie) per il resto siamo si quattro stereotipi...e pullulano ogni giorno di piú le catene pseudoitaliane che di italiano non hanno nulla (leggi catena Gino's ormai presenti in tutta Spagna)...a Parigi non mi era sembrata molto migliore la situazione...il problema é che a volt le trattorie italiane all'estero fanno schifo anche se sono gestite da italiani veri (perché incapaci di cucinare a volte o perché pensano tanto chi cazzo vuoi che se ne freghi)...certo che siamo gli unici al mondo che mettono in discussione il fatto che la cucina del proprio paese sia migliore a casa propria che fuori...un francese o un iberico si sparerebbero sulle palle prima di affermare cose del genere...le iniziative di Alemanno non sono servite a nulla???? Sono d'accordo con Farina: perché non si puó piú dire che la cucina italiana sia la migliore? In un mondo in cui trova piú spazio chi la spara piú grossa, figuriamoci se si deve vergognare chi ama l'italian food

19 Gen 2007 | ore 23:19

Non è questione di vergognarsi, il fatto è che la cucina italiana non è la migliore del mondo, io penso, e credo proprio valga la pena svilupparci una discussione apposita.

20 Gen 2007 | ore 09:39

La Sora Margherita di piazza delle Cinque Scole c'è ancora, ma bisogna appostarsi fuori prima che apra, solo a pranzo.

23 Gen 2007 | ore 03:24

leggo, ma non riesco a mandare i miei messaggi, quindi inseriscilo tu nel gruppo se puoi, un caro saluto Luigi

Caro Carlo

raccolgo il tuo invito in ritardo perchè per due giorni sono stato al Sigep di Rimini. (.....che festa con Nicola!)
Il discorso sulla preminenza della cucina italiana nel mondo è affascinante e pericoloso al tempo stesso. Non lo amo d' istinto, ma devo riconoscere che è uno dei pochi campi dove ancora contiamo qualcosa, quindi, come dici tu, meglio cavalcare la tigre.

Da un punto di vista di popolarità è fuori discussione, basterebbe la pizza, il cappuccino e gli spaghetti per sostenere questa tesi. Peccato solo che i primi due sono diventati quasi più americani che italiani e il terzo viene coniugato in modo quasi sempre improprio. Comunque, come idea di cucina, nel senso di prodotti e ricette, quella italiana credo sia la più diffusa nota e riprodotta al mondo.
Nel senso invece di cucina come ristorazione la questione è molto più aperta. Il ristorante di qualità è un concetto occidentale, frutto della nostra civiltà e in particolare molto si deve alla Francia in questo campo. In Asia e altrove si mangiava o in casa o per le strade, in piccoli stand adibiti alla cottura del cibo ai margini dei mercati. Si mangiava bene nelle case private di potenti, ma era cucina per pochi ed elitaria. I ristoranti sono arrivati grazie ad una contaminazione occidentale, come i vini, la mise en place ecc.. La ristorazione costa cara perchè introduce concetti come il servizio, il decoro della tavola, la successione di un certo numero ragionato di ricette ecc.. I paesi dove si è evoluta sono anche quelli che hanno risorse sufficienti per poterlo fare. Credo che oggi la Francia sia ancora al primo posto, ma, in prospettiva, la Classifica della Ristorazione nel mondo sarà , secondo me, molto vicina a quella del reddito procapite, più legata quindi alla presenza di chi paga, cioè del Cliente, che a quella di chi fornisce, cioè dei prodotti.

Un caro saluto

Luigi

23 Gen 2007 | ore 13:32

Mi scuso con i lettori del BLOG. Il testo firmato Luigi da me inviatovi era di LUIGI CREMONA. Grazie. Carlo Raspollini

23 Gen 2007 | ore 13:39

Ciò che più stupisce del servizio di Style non è tanto il populismo - peraltro ben confezionato - di Cazzullo, quanto la sciatteria dell'assemblaggio (quella che in gergo giornalistico si chiama "cucina").
Uno s'immagina che il mensile del Corriere della Sera debba essere il massimo in quanto a cura e precisione. Poi, invece, s'imbatte nell'ennesima "nuova cugina" (nouvelle cousine) e legge che il ristorante di Heinz Winkler non è ad Aschau, Germania, ma ad Achau, Austria.
Complimenti.

24 Gen 2007 | ore 10:32

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