ore 11:05
Adrià non tira?
Garcia Santos, il critico spagnolo che ha ideato e promosso la kermesse di San Sebastian, si chiede come mai, se i cuochi spagnoli sono attualmente la punta di diamante della gastronomia mondiale, quando si aprono nuovi ristoranti a Londra o a New York, Boston, Los Angeles o Tokyo, per non parlare della Cina, questi ristoranti o sono italiani o francesi, non certo spagnoli.
E in effetti, vista la copertura mediatica che hanno avuto nell'ultimo decennio i cuochi spagnoli di punta, la domanda ha più che mai senso.
Una prima risposta potrebbe essere questa: da Adrià in poi quelli che hanno fatto notizia sono cuochi per le élite non certo per ristoranti popolari. Le tapas le copiano tutti e hanno fortuna, ma sotto altre bandiere, le rarefazioni di Adrià e compagni non sono esportabili.
Una seconda risposta potrebbe essere che in Spagna si mangia ancora male se si escludono Paesi Baschi e Catalogna e che la cucina popolare non è stata esportata dagli emigranti come quella italiana che da un centinaio d'anni è allocata in Nord e Sud America.
Un'ulteriore risposta potrebbe essere questa: il palato dei giapponesi, tanto per fare un esempio, una volta scoperta la cucina italiana una quindicina di anni fa, ha decretato il successo di quest'ultima a scapito di quella francese che in Giappone si è ridotta a poca cosa. Per gli Spagnoli fino ad oggi non c'è stato altro che clamore mediatico ma l'incapacità di esportare il cuore popolare della loro cucina.
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Aggiungo che, di ritorno dala Catalogna, nelle due edicole che ho girato non ho trovato riviste come la vostra o per lo meno non mi sono troppo sforzato di cercarle. Qui da noi all'aeroporto esiste un corner, come lei ben sa, fornitissimo. Da loro cocina de casa e stop. Questo è un segnale
Scusami il Lei, l'abitudine direttore :-)
Ah, dimenticavo, passaggio didattico al Bulli e pranzo "stratosferico" dai Roca. Cucina ma sopratutto accoglienza divina. Sono proprio grandi quei 3 fratelli. Scusa l'OT
Esportare la cucina popolare spagnola forse potrebbe comportare qualche problema, concordo che il livello medio di questa cucina sia piuttosto basso.
Altissimo invece il valore dell'alta cucina spagnola, anche esportabile. Mi risulta per esempio che Ruscalleda abbia aperto una sua "succursale" in Giappone. Certo, non è cucina da tutti i giorni.
OT P.S. Alberto, la prossima volta organizziamo da nord a sud Berasategui (di cui Marco Merighi mi ha detto meraviglie)-Roca-Dacosta...non male,no?!
La punta di diamante... Massì, diamogli ragione al Santos, magari è contento.
A mio modestissimo giudizio, la cucina spagnola d'elitè rappresentata da Adrià, mi appare paragonabile ad alcune correnti artistiche moderniste ormai superate, che attraverso eccessi anche strabilianti, si sono poste come elemento di rottura avanguardista.
Ad un immediato successo tra un pubblico d'elitè e parte della critica, non corrisponde un successo su più vasta scala, a vantaggio di chef che si mantengono su un più solido e bilanciato equilibrio tra tradizione ed innovazione.
Beh, non saranno la punta di diamante ma certamente la stampa anglosassone e non solo ha dedicato a Adrià e compagnia pagine e pagine, copertine, servizi televisivi che nessun italiano o francese ha mai avuto.
In particolare il fenomeno Adrià per Catalogna e Spagna ha significato flussi turistici eccezionali.
Ecco allora che la domanda che si pone Garcia Santos ha una sua logica. Tra l'altro credo che il critico spagnolo abbia girato e conosca la nostra ristorazione meglio di molti critici nostrani :-)
Penso che all'interno della "cucina spagnola d'elite" ci siano fortissime differenze: Adrià è stata senza dubbio la guida e quello che ha dato la scossa all'ambiente spagnolo ma tra la sua cucina/non cucina (El Bulli è più simile a un laboratorio) e ad esempio quella di Roca o di Ruscalleda c'è un abisso. La grande cucina spagnola non mi sembra sia solo eccesso e provocazione, è anche equilibrio ed eleganza. In risposta a Michelangelo, riassumere il tutto come fenomeno Adrià mi sembra riduttivo
Indubbiamente la riduzione della cucina spagnola al fenomeno Adrià è riduttivo. Non nascondo che è frutto più di una mia percezione, che di una approfondita conoscenza in materia.
Certo, tutto giusto, ma a me piace epater (e non solo les bourgeois). Intanto, per tornare seri, lascio i miei due cents: se la Francia ha esportato la sua cucina, è sempre stato a causa del suo indiscusso e ribadito (anche auto-ribadito) primato. Gli italiani si sono espansi culinariamente grazie alla massiccia emigrazione, ma gli spagnoli? In Usa, la cucina che parla in lingua ispanica è sempre la messicana (per giunta texanizzata). Francamente, a me non spiacerebbe che si esportassero le migas, oppure certe carni dell'Estremadura come le ho gustate in alcune trattorie di Trujillo (una città stupenda). Forse il piatto più sdoganato finisce per essere il gazpacho. La Spagna, poi, meriterebbe di esportare i suoi paradores, ma questa è un'altra storia.
Dunque: lunedì scorso una troupe televisiva della KBS coreana partita dall'Oriente è giunta in Italia percorrendo, per documentare in un film, un'ipotetica rotta della pasta. Ha visitato e fatto riprese nel Sud tra la Sicilia e la Campania approdando nel Museo di Pulcinella, di cui conoscevano la fama di Mangiamaccheroni, dove li ho accolti e ospitati. Gli ho chiesto: scusate ma che ve ne frega a voi dei maccheroni, della Sicilia, della Puglia, di Gragnano, delle canzoni e di Pulcinella? Mi hanno risposto che la pasta e un piatto di spaghetti per i giovani coreani sono un mito: Rappresentano l'Occidente.
Ne è seguita una discussione interessantissima sul valore del cibo e sulla curiosità dei coreani di conoscere bene cosa siano i maccheroni e che cosa si debba fare per cucinarli saporiti senza quell'orrido formaggio cinese (sic!)
Mi hanno pure chiesto come mai nel museo ci fossero tante immagini anche antiche della pasta, dei cucinieri, dei maccaronari e dei mangiamaccheroni.
Ed io ho chiesto: ma da voi non ce ne sono? Risposta: non abbiamo un cibo paricolarmente significativo da ricordare in un disegno o in una foto.
Pistolotto finale: ha la cucina spagnola un mito della levatura di un piatto di spaghetti con pomodoro basilico e cacio?
O è soltanto molecole e rarefazione?
Secondo i coreani non cel'ha.
La cucina ( e parafrasando GR andrebbe meglio: le cucine) d'Italia sì!
Semel in anno: Viva l'Italia!
Quale formaggio, quello di soia?
Penso di sì: Mi hanno parlato di un orribile impasto prodotto in corea o in cina. Quello dall'italia, non hanno suaputo specificare quale, arriva dopo un mese e mezzo di navigazione e non è più buono. Quanto arriva in aereo è troppo costoso per i comuni coreani.
Un saluto Tom.
Le rarefazioni di Adria' e compagni sono difficili da fare. Non si improvvisano. Eppure ogni grande citta' del mondo ha almeno un ristorante di questo stile e se ne continuano ad aprire. Da Caracas (Eduardo Moreno, Shayara) a Singapore (ha appeno riaperto Aurum), a Moto (Chicago), all'Australia dove a giorni si tiene un grande seminario sulla gastronomia molecolare. Piuttosto secondo me la visione di Garcia Santos e' riduttiva: questa cucina fatta da spagnoli non appartiene alla Spagna. E' transnazionale, e' una cultura "terza" (non locale, non nazionale)neo-globale: come certo cinema, certa musica, certa arte. Quindi non ha senso compararla con la cucina d'Italia e della Francia.
bhè pensate..i spagnoli sono molto legati alle loro tradizioni e nn intendono( a parer mio)privarsene o "regalarle" ad altri tipi di culture.pensate alla corrida, quanti paesi sono contrari...eppure loro continuano a farla,perchè è ciò che riguarda la loro cultura....io penso questo poi nn so se mi sbaglio.
La corrida è stata vietata in televisione e la maggioranza degli spagnoli lo trova uno spettacolo barbaro.
Tra le nostre tradizioni, più antiche di quelle degli spagnoli, c'erano i gladiatori, perchè non conservarli?
Sono pienamente d'accordo con Rosario.
Ps: a me la corrida piace moltissimo, anche se dal vivo ho visto solo quella portoghese, che è abbastanza diversa.