18
Feb 2008
ore 17:13

Quanti congressi di cucina si possono digerire?

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LE MILLE MASSENZIO DELLA GASTRONOMIA. 

Molti non lo ricordano per motivi anagrafici ma Massenzio ha segnato un'epoca: quella dei comuni-teatranti e degli assessori-comunali-impresari che, vista l'esperienza di assoluto ed enorme successo dell'assessore al comune di Roma Renato Nicolini, hanno invaso la penisola con feste estive molto spesso puro spreco di denaro pubblico e che avevano come modello la Massenzio romana.
Nove anni fa un giornalista spagnolo, Rafael Garcia Santos, si è inventato una manifestazione che è diventata la Massenzio-europea-della-gastronomia: Lo mejor de la gastronomia, a San Sebastian, nei Paesi Baschi.

Una manifestazione che aveva e ha come scopo quello di riunire una volta all'anno tutti i cuochi innovatori del mondo. Grosso budget, grande lavoro di preparazione, il tutto nel solco di un Ferran Adrià caposcuola di una nuova cucina spagnola, Lo mejor de la gastronomia è diventato il prototipo più copiato d'Europa.
Leggendo il resoconto di muccapazza di ritorno da Off, il congresso dei francesi di Omnivore, ho provato un moto di stanchezza e non certo per la cronaca, bella e intelligente, ma per la ripetitività dei nomi dei cuochi, dello schema congressuale e del pubblico, immagino sempre lo stesso, con l'aggiunta di un piccolo manipolo itinerante più o meno numeroso. Una compagnia di giro che se la dice e se la canta e alla quale partecipiamo anche noi del Gambero Rosso come cronisti.

Non ho idee particolarmente brillanti da contrapporre - e non credo si obbligatorio - ma provo ormai un'infinita stanchezza nel leggere sempre le stesse cronache, gli stessi aggettivi, gli stessi nomi a Udine, Capri, Deauville, Milano, Madrid, Copenaghen, Torino e adesso a Rimini e poi in cento altri luoghi d'Italia e d'Europa (guardo gli inviti che mi arrivano) perché il cibo-spettacolo tira. 

commenti 30

Credo e temo che sia quasi una necessità: quando il proprio mondo , il proprio linguaggio, le proprie emozioni non vengono facilmente comprese, viene fatto di rinchiudersi tra mura amiche dove non c'è bisogno di traduzioni. Succede per esempio nel mondo dei sommelier: spesso finiscono per degustare e parlare di un vino solo tra loro, col loro linguaggio, che solo loro capiscono. Tutto ciò nasconde forse un reale problema di comunicazione, sia dei sommelier che dei cuochi o addetti ai lavori nel mondo dell'enogastronomia: se non si riesce a catturare l'interesse degli altri si finisce col parlare coi propri simili, è più rassicurante.
Accade anche nel mondo dei blog, dove c'è una evidente vena autoreferenziale, un circolo ristretto di persone, forse un po' fissate.
D'altra parte per farsi ascoltare o capire i mezzi di grande impatto come la televisione offrono solo canali tematici altrettanto specialistici, oppure trasmissioni troppo generiche, troppo ruffiane e superficiali. Quindi il rischio è banalizzare o passare per presuntuosi: trovare la giusta via credo sia difficile e solo quelli bravi, quelli che riescono a spogliarsi del ruolo, sia sommelier che cuochi che divulgatori, riescono a parlare agli altri con parole semplici ed efficaci. Perchè la stanchezza è in agguato, anche dopo questo mio post.

18 Feb 2008 | ore 21:17

Questa è buffa. Organizzate eventi con le stesse persone, poi partecipate, osservate, ve la dite e ve la cantate, blablablablabla...vi annoiate e alla fine vi lamentate pure - magari ognuno sul suo blog (non mi riferisco a Mucca) o sulla sua rubrica su carta stampata.
:-)))

Io che pilucco solo qualche informazioncina qua e là quando ne ho voglia, selezionando le cose che mi ispirano e mi incuriosiscono di più e ignorando le altre non ho certo di questi problemi...

18 Feb 2008 | ore 21:36

Io, inteso come Gambero Rosso, facevo eventi quando non c'era neppure San Sebastian, quindi non potevo copiare nè provare stanchezza :-))
Slow Food ha iniziato a fare eventi quando attorno c'era ben poco, in Italia, in Europa e nel mondo, ergo eravamo tra i primi, poi loro hanno continuato con il Salone del Gusto che mi sembra non abbia proprio eguali nel mondo.
Noi abbiamo sempre fatto la cena delle Tre Forchette, direi un avvenimento unico.
Insieme con Slow Food facciamo la degustazione dei Tre Bicchieri.
Qui sto parlando dei congressi gastronomici, che sono altro e parlo del loro proliferare e della ripetitività.
I primi che fanno un'iniziativa non sono ripetitivi per definizione, sono semplicemente i primi :-)
E gli altri, direte? Gli altri dovrebbero brillare per fantasia e capacità di innovazione e invece mi sembra si ripetano, tutto qui. Poi il mondo è grande e c'è spazio per tutti ma se io non ho difficoltà a dire che trovo noiosa e ripetitiva una nostra degustazione dei Tre Bicchieri figurarsi se taccio la noia che provo all'ennesimo cuoco che nell'ennesimo congresso gastronomico inventa un piatto complicato per avere un suo spazio al sole.
Certo, lo so che ci sono anche i cuochi creativi bravi, ma sono pochi.
Il resto è ripetitività e noia.
Mi sembra utile dirlo. O no?

18 Feb 2008 | ore 23:14

Se non ricordo male, il primo simposio di alta cucina che ha visto riuniti agli stessi fornelli più cuochi contemporaneamente e che era anche un embrione del salone del gusto perchè erano presenti come espositori piccoli operatori eccellenti è stata Saperi e Sapori di Igles Corelli, nata nel 1989 e portata a livello nazionale e internazionale nel 1991 con tanto di Ferran Adrià ospite di Corelli quando ancora portava il pannolino.
Tuttavia ha ragione Bonilli e magari i congressi vanno frequentati solo nel paese di appartenenza visto che la formula è identica quindi tanto vale andare in ferie in mete non congressuali.
L'ideale per me sarebbe un congresso unico a livello mondiale così ci si spiccia in una volta sola e magari si attira anche più interesse mediatico e così anche i cuochi hanno più tempo per starsene in cucina, per buona pace di Fausto Arrighi.
Dopo tutto, con tutti sti congressi quante novità possono venire fuori? Veramente poche, e ricordando le sagge citazioni di Catalano di Quelli della Notte: "E' meglio stare zitti piuttosto che dire delle banalità".
Alcuni cuochi iniziano a sentire la necessità di sfuggire alla pressione mediatica e alla creatività forzata a cui costringono i congressi.

Mucca

19 Feb 2008 | ore 01:47

Visto, potreste accordarvi e come dice Mucca organizzare un solo grande evento all'anno. Il Woodstock della cucina. E magari tutti potrebbero parlare di meno e cucinare e masticare di più (del resto ai festival i musicisti suonano).

Mi è venuta in mente una frase divertente che ho letto in giro per il web qualche tempo fa. François Simon chiede a Bocuse qual è l'innovazione di cui va più fiero e lui risponde: "Con Fernand Point, aver fatto uscire gli chef dalle cucine. Bè, adesso forse sarebbe ora che rientrassero, hanno preso abbastanza aria!"
:-)))

19 Feb 2008 | ore 09:45

Questi ultimi anni sembra siano stati per la Cucina ciò che gli anni 80 furono per la moda: una esplosione di interesse ed esposizione. Io per primo, da semplice appassionato, tratto certi cuochi o certi enologi come delle rock star e pagherei (?) per preparare la rucola a Pierangelini, come ha fatto Mucca.
Il direttore Bonilli, che ovviamente non parla a caso, ultimamente sembra proporre una sorta di basso profilo, una riflessione su una cucina più silenziosa e fuori dai riflettori: il pollo, la carbonara, la ristorazione semplice e di qualità, i due piatti e la stanchezza per i congressi luna park. Lo fa, per altri aspetti, anche Carlin Petrini quando parla di farm market, dell' uso di prodotti locali, del latte fresco eccetera. Quindi noi che li seguiamo, sarà bene che togliamo i poster di Adrià dalle camerette e che stiamo pronti al nuovo.
Ad una conferenza non di carattere gastronomico (Festival della Mente) Davide Scabin, ancora ai tempi dei Cyber egg, delle Ostriche Virtuali e degli Ham book disse che aveva voglia e necessità di tornare a cucinare davvero (disse così " a cucinare"). Da quanto ho letto l'ha fatto.Per non parlare di Pierangelini che sottovoce ha sempre lavorato (forse ultimamente un po' meno). Ma forse sto ricadendo nella mitizzazione.

19 Feb 2008 | ore 10:40

ma se c'è sempre e solo lo stesso pubblico e gli stessi nomi un motivo ci sarà.....

19 Feb 2008 | ore 10:46

Il motivo, per i congressi di gastronomia, è lo stesso che porta ai congressi di letteratura le stesse persone, con la differenza che in quelli di gastronomia chi paga - e sono pochi - paga salato. Il resto sono sempre gli stessi addetti ai lavori ospiti o, quando va male, che entrano gratis.
C'è un posto dove pagano tutti, anche i giornalisti: alla Wine Experience di Wine Spectator a New York

19 Feb 2008 | ore 11:09

Un pò come in tutti i campi, i congressi superspecialistici si pagano e anche tanto, poi ci sono quelli su invito gratuito che sono sempre belli pieni, dopo tutto e la storia del mondo anche se non esistono pasti gratis

19 Feb 2008 | ore 11:35

Fabrizio,
io non pagherei una lira per pulire la ruchetta a Pierangelini, ci mancherebbe pure. Il nostro è stato uno scambio alla pari: “Vuoi mangiare? Allora datti da fare”. Che poi mi sia attribuito la riuscita del risotto che Pierangelini aveva fatto per come la ruchetta fosse stata pulita con amore e dedizione è un altro discorso, di cui, però, mi son già beccato un vaff@@@@.

Tornando invece al discorso generale il problema non sono i congressi in se e per se, quanto le idee che emergono perché gira che ti rigira, son sempre quelle e poche le novità che emergono. E allora tutto sembra essere noioso, ripetitivo, stanco mentre l’immagine della cucina dovrebbe esser tutt’altro.
Mucca

19 Feb 2008 | ore 12:04

@ Muccapazza
il mio è un modo di dire, chiedo eventualmente scusa. Io non la conosco, ma certo invidio e apprezzo la sua amicizia con Pierangelini. Io me la posso solo sognare (cioè, beh, insomma , non esageriamo), da qui l'utopistico e astratto "pagherei". Tutto qui.

Stando al tema vorrei citare una espressione di Simon che distingue tra cucina del "gnam" e cucina dell'"oh", tra cucina concreta e cucina circense. Ci stiamo orientando verso la cucina del "gnam"? Ci siamo già dentro? Anche se, a ben pensarci, un pochino di "oh" nel "gnam" mi continua a piacere.

19 Feb 2008 | ore 12:27

Sono d'accordo con mucca, in questi congressi dovrebbero circolare idee e invece c'è ripetitività e quindi il tutto, dopo un po', si rivela abbastanza noioso.
Forse è il prezzo da pagare perché tra tanti show inutili di cuochi stanchi ogni tanto compaia il guizzo di un giovane.

19 Feb 2008 | ore 13:03

...non so voi, ma io sono proprio curioso di sapere l'opinione di chi organizza congressi. Che fine ha fatto Marchi? E' andato a qualche sfilata di moda? :-)

Mucca

19 Feb 2008 | ore 13:41

a proposito dell'oh e dello gnam, e dell'oh dentro lo gnam: la cucina che piace a me è quella per la quale il cuoco ti fa capire subito che mai potrà passarti per la testa che quel piatto lì, lo puoi fare anche tu. Sarà per questo che Pierangelini è unico: da quando ho messo in bocca la prima passatina, il primo puré. Il gusto di capire che non ci arriverai mai o, come dice lui, "caher l'art par l'art meme" (col circonflesso la e, genuflesso io)

19 Feb 2008 | ore 13:56

eccomi Mucca. Dico solo che io ci credo e certo non organizzo Identità perché la cucina tira e se a qualcuno, Bonilli o non Bonilli che sia, i congressi sono venuti a noia, il problema, in un momento che vede il mondo proporli, è soprattutto suo perché se tanti si ingegnano (io rischiando da privato) è perché c'è una domanda elevata in tal senso.
Poi è ovvio che si tratta di organizzarli bene così come sarebbe il caso che noi, che in fondo siamo una casta, non confondessimo le nostre esperienze elitarie e privilegiate con il tran tran quotidiano di chi vede in questi eventi un'opportunità di apprendere, conoscere, confrontarsi perché mica tutti vivono alla Città del Gusto o in Mendicità Istruita o viaggiano a note spese onorate dall'editore o si fanno la cantina gratis con i campioni delle aziende e i prosciutti dei consorzi.
Esempio concreto: per me lasciare un anno fa la redazione sportiva del Giornale è stata una liberazione, ma il campionato di calcio prosegue, le Olimpiadi pure e la coppa del mondo di sci anche e quando qualcuno mi sentiva dire "che palle, domenica devo andare a vedere Inter-Milan" mi mandava a quel paese perché io andavo gratis dove lui doveva pagare e a nulla serviva ricordagli che per me era un lavoro perché per il 99% delle persone quello del giornalista non è un lavoro usurante, ma un piacere come gli attori dei film porno.
Il vero problema del proliferare dei congressi/convegni/show sono gli eventi piccoli, quelli in provincia, che, invece di pensare a offrire una chiave originale, troppo spesso cercano di scimmiottare i grandi e lì per me sbagliano perché così non usciranno dai loro confini.
in ogni modo tranquili: sto già pensando a Identità 2010 e a un qualcosa che secondo manca esattamnente come i soldi per realizzarla (che non è Londra 2008)
oloap

19 Feb 2008 | ore 14:55

Essendo il blog mio, con tanto di firma, è chiaro che il problema della noia rispetto ai congressi gastronomici è mio e non ha la pretesa di essere un pensiero collettivo, una linea di tendenza o altro.
Prendendo ad esempio i festival cinematografici = congressi gastronomici, è come si vedessero solo film coreani, di Taiwan o dell'Etiopia, poi il grande pubblico va a vedere Moccia e il pubblico colto "Nella Valle di Elah".
Tutti, ma dico tutti i congressi di gastronomia presentano solo cucina sperimental-innovativa.
Un congresso della cucina tradizionale dimenticata?
Un congresso della cucina delle minoranze etniche che si stanno integrando?
Un congresso a temi: il riso, la pasta, il cous cous ecc... anzi, quello c'è ma il cous cous di Vissani, ospite remunerato, servito alle 17 a un pubblico vario non era gran che e mi sarebbe piaciuto - a me che per due anni sono presidente del Cous Cous Fest, 40.000/50.000 presenze in quattro giorni - vedere i cuochi italiani comparire a San Vito Lo Capo a confrontarsi col cous cous di un cuoco israeliano coi fiocchi, che infatti ha vinto l'ultima edizione, ma per venire giù i nostri cuochi chiedono soldi, cosa che non si sognerebbero di fare con Milano, San Sebastian o Deauville.
Ecco alcuni motivi per cui io, solo nel mondo, spesso mi annoio seguendo un congresso gastronomico.

19 Feb 2008 | ore 16:31

Ferran Adrià gennaio 2005, prima edizione di Identità Golose: "Non vi siete mai chiesti perché nel mondo si organizzano congressi di cucina di avanguardia e mai di cucina della tradizione?". Sottinteso: perché non interessano in un contesto simile, esattamente come alle settimane della moda gli Armani presentano i nuovi capi e ai saloni dell'auto la Ford o la Bmw le nuove vetture. io non riesco a immaginarmi una serata degli oscar con solo oscar alla carriera, però è il mio pensiero
oluap

19 Feb 2008 | ore 16:53

Io me lo sono chiesto perché non si organizzano congressi di cucina tradizionale ma non ho trovato come risposta quella che non si fanno perché non interessano.
Solito esempio filmico - mica parlo di oscar alla carriera, di raduno di vecchi cuochi ma, per meglio capirsi, di Sundance Film Festival che è indipendente, mica sperimentale.
Anche perché la cucina italiana, Paolo non si offenderà, mica può avere come vetrina solo Identità Golose, cioè cucina di autore nel solco innovativo-sperimentale di San Sebastian a cui Marchi si è ampiamente ispirato e che sta avendo un meritato successo.

19 Feb 2008 | ore 17:25

Sundance non sarà sperimentale, ma non credo presenti i film di uno o due anni prima...
grazie per tutto
paolo

19 Feb 2008 | ore 17:59

Da semplice lettore delle firme prestigiose che stanno discutendo, penso che il problema sia evidente nella congressistica gastronomica internazionale, così come nella cucina o nell'editoria sempre internazionale, che presentano doppioni o triploni frequentati dalle stesse persone. In Italia, forse non c'è ancora questa sovrapposizione di eventi: Identità è diverso dal Salone del Gusto, Eataly dalla Città, Cheese da Cous Cous Fest eccetera. E in ogni caso saranno sempre più rappresentative, divertenti e stimolanti rispetto alla annuale presentazione delle guide a Porta a Porta. Ma la stanchezza sta forse nella presenza, quasi necessaria, delle stesse persone, degli stessi cuochi, quasi si fosse, legittimamente per carità, creato una sorta di oligopolio nell'enogastronomia. Ripeto legittimamente, grazie alla bravura di ognuno nel proprio campo ( per fare nomi è il caso di Bonilli, di Marchi, di Petrini, di Pierangelini e tanti altri).
Leggo però di note spese, di cantine gratis, di cuochi che vogliono soldi, e mi chiedo se tutto questo mondo non ruoti attorno a se stesso: il cuoco che presenta, il critico che va dal cuoco, la tv che chiama il critico e il cuoco che ripresentano e così via. Tutto un po' onanistico. Mi chiedo anche se, come ai congressi, è così raro che qualcuno paghi di tasca propria, senza note spesa, senza inviti di lavoro nei ristoranti top o stellati; leggo anche che spesso tali ristoranti sono pressochè vuoti: non sarà allora che tutto il sistema gira virtualmente? Che tutto si fa per una vetrina: i congressi, le tv, gli eventi per vendere di tutto fuorchè un piatto di cose da mangiare. E questo alla fine, fatto salvo il fatto che siamo qui a parlarne, con un qualche entusiasmo e passione da parte di tutti, può anche stancare.

19 Feb 2008 | ore 18:07

quest'anno Identità prevedeva 64 lezioni e 48 con relatori al debutto, però c'è chi ddice e scrive che ai congressi ci sono sempre gli stessi e nel mio caso non è vero, però è molto comodo fare un minestrone come quelli che a ottobre/novembre se ne escono con "le guide? tutte uguali, che palle" e magari non ne comperano una da sei anni e non sanno nemmeno i nomi dei curatori e sparano a caso.
io non metterei sullo stesso piano Gambero Rosso, Sale&Pepe e la Madia per capirci, ma io rispondo del mio.
grazie

19 Feb 2008 | ore 18:58

Marchi,
non penso che Bonilli avesse l'intenzione di parlare male dei congressi, semplicemente da vero cronista qual'è (mestiere di Bonilli antecedente il 16 dicembre del 1986) ha riportato un dato di fatto ovvero la noia che si percepisce nei "congressi istituzionali" dove, gira che ti rigira, non è che escano tutte queste novità. Ad esempio all'OFF Andoni non ha fatto altro che portare piatti e tecniche che erano di Adrià, tra l'altro vecchie di 2/3 anni fa. Sai che innovazione? Così come la sifonata, la schiuma o l'azotata. Per non parlare dei paesaggi (sotto forma di piatto) e degli immancabili filmati.
Se paragoni identità golose a una sfilata di moda o a qualche salone dell'auto ne deduco che per te Identità Golose sia un occasione per il relatore di mostrare in anteprima i piatti che finiranno in menù, così come gli abiti delle sfilate andranno nei negozi e le auto nei saloni. Cambierà il taglio e il colore, o la linea e la tecnologia ma sempre di vestiti e di auto parliamo. Da come scrivi sembra che un piatto, per essere innovativo, debba essere strano e basta. Penso che la tradizione possa tranquillamente convivere con l'innovazione e di certo, resta una garanzia rispetto al famolo strano e basta.
Innovazione si, a patto che ci sia veramente qualcosa di innovativo, altrimenti, Ronf, Ronf...

Mucca

P.s.
Per Identità Golose 2009 che ne pensi della mia Mucca-Idea di eliminare la figura dell'assaggiatore?

19 Feb 2008 | ore 19:18

passo la vita a leggere critiche al Gambero Rosso, alcune pretestuose, molte giuste, e credo siano utili.
Non mi sembra che rilevare di annoiarsi, a volte, sia un insulto ma una osservazione e l'inizio di un passaparola che esiste e registro.

19 Feb 2008 | ore 19:46

scusa mucca ma se vai a una sfilata di moda cosa ti aspetti in passerella? valvole cardiache? brugole? snodi per ovovie?
in ogni modo, sono già con la testa a Liverpool
buon tutto
oloap

19 Feb 2008 | ore 19:48

e infatti Stefano, appena ho avuto modo, sono intervenuto a dire la mia senza offendere nessuno, cercando di spiegare il mio punto di vista. ovviamente senza riuscirci vista anche la gentilezza di cui mi fa oggetto il tuo inquilino dipinto di blu

19 Feb 2008 | ore 20:08

Che i congressi di cucina tradizionale non interessino è ancora da dimostrare. Io se guardo all'interesse creato dalla riscoperta della Carbonara nel recente International Day of Italian Cuisines non ne sono tanto sicuro. L'errore semmai sarebbe promuovere queste eventuali celebrazioni (congressi) del tradizionale, del marginale, dell'etnico di base, come alternativa fondamentalista a quelle della cucina d'autore e innovativa.

19 Feb 2008 | ore 21:10

Se vado a una sfilata di moda “qualsiasi” prima di tutto mi aspetto di divertirmi. Una sfilata ormai non è più solo un evento per presentare una collezione ma uno spettacolo nel vero senso della parola dove gli abiti, il più delle volte, sono il contorno di un evento dentro l’evento dove l’unica cosa conta è che se ne parli e poco importa se lo stilista di turno ha mandato in passerella 8 abiti su 10 che poi nessuno comprerà. L’importante è far parlar di se. Poi, invece, ci sono stilisti che organizzano defilè mettendo al primo posto l’abito piuttosto che contorno. Si trattano di pochi e rari stilisti come Armani, Valentino che potremmo paragonare a un Pierangelini e a un Vissani, si tratta di stilisti e cuochi che hanno realizzato qualcosa di molto più creativo della moda o della cucina stessa: UNO STILE. Le mode vanno e vengono ma lo stile è per sempre.
Ecco, nei congressi preferirei vedere più stile che voglia di performance da congresso e se per arrivare a questo c'è la necessita di rispolverare anche le nostre tradizioni gastronomiche che ben vengano: Bottura docet.

Mucca

20 Feb 2008 | ore 01:12

il cibo spettacolare tira!!! che si intende per cibo spettacolare!! tutto è relativo ed è riconducibile al palato delle persone che giudicano con il propio cervello... il cibo spettacolare.. ma come dice un mio amico chef fosse gossip e tendenza alla moda... esiste forse la donna spettacolare, il libro spettacolare, il vino spettacolare, la città spettacolare,l'animale spettacolare, il quadro spettacolare, chi lo decide?...una commissione di esperti 5o 60 persone il punto essenziale è la tecnica e la buona esecuzione tutto il resto è soggettività

20 Feb 2008 | ore 10:22

L'unico vero rischio è che, da troppa sazietà [intesa anche come eccessiva spettacolarizzazione] si diventi troppo indifferenti e distaccati, forse. L'entusiasmo poi di trarre piacere da un piatto, non nasce [solo] partecipando ad eventi, senz’altro interessanti, ma tutti i giorni e dove capita anche in posti alla mano. A meno che, qualcuno non voglia indicare sempre e in ogni caso itinerari gustativi da percorrere......

20 Feb 2008 | ore 11:58

condivido il pensiero di stefano buso

20 Feb 2008 | ore 13:12

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