20
Feb 2008
ore 11:00

Voglio una spesa a chilometri zero?

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VOGLIO UN VIAGGIATORE A CHILOMETRI ZERO? 

Antonio Cianciullo sulla Repubblica riprende una delle molte parole d'ordine di moda in quest'ultimo periodo, la spesa a chilometri zero.
Slogan suggestivo, intriso di demagogia fino alle radici, inapplicabile. Certo, si parla di fare piccoli gesti, non di prendere alla lettera lo slogan, però...
Sicuramente un gourmet - che non è una parolaccia - sa quando è la stagione dei carciofi, dei piselli o delle fragole, dubito che la maggior parte dei consumatori mantengano queste conoscenze. Ormai gli italiani fanno la spesa guidati, purtroppo, dalla sola bussola del prezzo più basso a causa pressanti problemi di budget familiare.
Assumendo come applicabile lo slogan, mi chiedo però, tanto per andare sul paradossale, quanto contribuisca all'inquinamento del globo chi percorre centinaia di migliaia di miglia in aereo e mi viene da fare una proposta: perché non cominciare ad applicare la parola d'ordine chilometri zero a chi un giorno è in India, l'altro in Cile e poi va in Australia?
Perché non usare al massimo le nuove tecnologie invece di inquinare il pianeta?

Spiega Cianciullo: per trasportare un chilo di pesche dall'Argentina (12 mila chilometri in aereo) si consumano 5,4 chilogrammi di petrolio. E per trasportare una persona che pesa ottanta chili negli Usa, in India, in Inghilterra, a Tokyo quanti chili di petrolio si consumano?

La spesa a chilometri zero sembra meno assurda del viaggiatore a chilometri zero eppure i due slogan si equivalgono :-) 

commenti 53

W la spesa a chilometri zero...io che sono di sinistra penso che l'autarchismo alimentare é l'unico modo per salvarci dalle multinazionali e dalla globalizzazione, quella negativa (ne esiste anche una positiva, che é la globalizzazione delle menti, dei cervelli come dimostra Silicon Valley)...d'altronde perché in tempi di autarchia avevamo 28 razze di maiali neri differenti, piú che qualunque paese d'Europa, e nell'epoca dei maiali a chilometri 2000 (provenienti da Olanda, Spagna ecc.) di razze autoctone ne abbiamo appena 5 e sull'orlo dell'estinzione. Immagini se ogni regione avesse valorizzato il suo porcello cosa sarebbe oggi la norcineria italiana. Chilometro zero sí, peró come con tutte le cose cum grano salis...peró certo che un paese che ha pesche come quelle di Leonforte debba importarle da Oltre Oceano fa strano.

20 Feb 2008 | ore 12:07

Interessante spunto... che tratteremo in parte anche sul prossimo mensile di aprile. Certo, perché il pesce sì e il turista no? Però... c'è un però! Il punto, credo, non sia tanto nel petrolio utilizzato. Ma, ad esempio, se pensiamo che un cibo più viene trasportato e meno è fresco, più viene trasportato e meno nutrienti mantiene, allora si può dire: meglio meno chilometri. Poi, è vero che magari, l'orticello dietro casa è pieno di schifezze! Però, c'è un altro però... Spesso chi si fa paladino dei "chilometri zero" e parlo soprattutto di cuochi-militanti, è in genere un difensore strenuo del territorio in cui vive, cerca di incentivare la produzione agricola intorno a sé, cerca di stimolare la produzione di beni organici, di alta qualità, cerca di difendere insomma l'ambiente. E di questo, ad esempio, parlerà Rosario Scarpato raccontando la storia dell'italo-australiano Stefano De Pieri, paladino del fiume Murray che sta scomparendo. O, chessò, la storia di Berardino Lombardo che alleva maiali neri, capponi nel bosco, e ha il museo delle mele, un progetto di relais&chateaux a Sessa Aurunca, immerso nel bosco e tra giardini di piante antiche ed erbe spontanee... Insomma, spesso "chilometri zero" è un modo per difendere un territorio. Poi, certo, quando diventa slogan o ideologia diventa anche inapplicabile. Però, credo che se si cominciasse a conoscere meglio questi temi, se la coscienza collettiva aumentasse, forse alcuni chilometri diminuirebbero... Certo, poi magari se ne allungherebbero altri, ma chissà, magari sarebbero comunque più puliti: chessò, se magari uno acquista dei beni prodotti altrove sostenendo però comunità indigene con prezzi equi. Come per il cacao. E poi, direttore, ne parlavamo anche in redazione: come sarebbe ad esempio un vino a chilometri zero????
Eppure, anche qui alla fine c'è una ricerca dei vitigni autoctoni, di vini che parlino dei territori in cui nascono... Dunque, i chilometri in qualche modo si accorciano, se parliamo di chilometri anche "virtuali", che poi son quelli che oggi forse contano di più...

20 Feb 2008 | ore 12:19

Caro Direttore, quante micce accenderanno queste tue riflessioni ? eh si perché il punto è proprio questo: l’analisi dei limiti. Non dico il paradosso come tu citi che di per sé è l’estremizzazione del concetto, ma semplicemente parlo di limiti matematici entro i quali un equazione (leggi un’idea, una proposta, una legge) funziona. A ben guardare preferisco aspettare le rosse di Sicilia piuttosto che farmi una spremuta in agosto e non far viaggiare un chilo di arance piuttosto che fermare la libera circolazione delle persone ma questo è un fatto personale. Non dimentichiamo che il vero problema è stabilire quanto un viaggio (trasporto) sia compatibile con necessità, economia ed ecologia ben sapendo che forse lo spostarsi di 80 chili di uomo porta più movimentazione di denaro (e dunque più fatturato e più lavoro) di 80 chili di arance a parità di costi: quest’ultime verranno comprate commercializzate e vendute; l’uomo mangia, beve, dorme, si diverte, conosce, compre, impara, copia, importa idee ecc. ecc. Sento però nella tua riflessione- provocazione un qualcosa di ben più profondo ed “economicologicamente” sostenibile che, come è naturale, non sta in uno slogan populista ma in una applicazione meditata (che non è mediocrità o mezza misura ma semplicemente analisi costi benefici) e misurata delle singole esigenze coordinate e rapportate con cicli naturali o moderne tecnologie. Ma ciò comincia dal basso, dalle piccole cose di tutti i giorni come ottimizzare l’uso dell’auto, cercare alternative collettive o pubbliche, avere testa per non dover usare a sproposito gambe con corse evitabili, spegnere quando non serve, seguire i tanti consigli per consumi sostenibili ovvero consumi che non siano solo costi ed infine, perché no?, farsi tante belle spremute a Natale o comperare le verdure di stagione che, guarda caso, si conciliano anche con i problemi di budget perché costano meno.
@Stefano Polacchi
Tutto interessantissimo ma il concetto va ancora approfondito a seconda che si tratti di pesche dall’Argentina consumate in Italia piuttosto che arance siciliane mangiate, che so, a Torino ovvero porri di Cervere a Bra o ancora semplici spinaci dell’ortolano di Lungotanaro astigiano comprati da lui o dal verduriere in città. L’aspetto dimensionale è importante ed i costi associati non sono semplici moltiplicazioni ma vere progressioni.
Saluti
Pier

20 Feb 2008 | ore 12:53

Ma il punto qui è risparmiare, vivere in modo più ecologico o nutrirsi in modo migliore? O tutti e tre insieme?

Approfitterei dell'occasione per fare una domanda - una mia curiosità - dato che i dati che sulla spesa media degli italiani per il cibo sono ogni giorno diversi.

Voi che avete state leggendo questo post, sapete quanto spendete in media ogni mese per il cibo (senza eventuali ristoranti/bar/pizzerie ecc)? Guardate solo il prezzo e comprate nel primo posto che capita?
Confidate nel fatto che le GDO abbiano sempre le cose pià convenienti e chi se ne frega della provenienza? Andate a cercare il prezzo conveniente nel posto che vi garantisce una certa qualità?
Cercate la qualità e non avete problemi di prezzo, quindi quanto costa costa, va bene lo stesso?

Io sto tenendo il conto da quasi 2 mesi e la nostra media (in 2) risulta essere al momento circa 300-350 euro al mese in totale andando una volta sola in ipermercato, comprando molte cose a basso kilometraggio (zero è impossibile) e scialando non poco sui dolci.
Alcuni a cui abbiamo chiesto spendono (2 coppie di impiegati con bambina piccola) al mese 160-200 euro. A questo punto mi piacerebbe raccogliere qualche altro esempio...

20 Feb 2008 | ore 12:58

Ma i km che fanno quelli che girano per tutti ipermercati alla ricerca delle offerte, in auto, a diversi chilometri da casa, uscendo con carrelli straripanti...si possono aggiungere al kilometraggio del cibo?

20 Feb 2008 | ore 13:03

Si questo è uno dei grandi problemi che al giorno d'oggi, sovrasta i mercati e inquina il mondo e le persone... le quali si trovano a loro volta spaesate davanti ai prezzi bassi.
Io Mi occupo proprio di questo, sto infatti studiando filosofia all'università di Bologna e preparerò una tesi su questo argomento... ovvero sulle micro-economie locali... vero e proprio polmone del mondo e della cultura, non solo enogastronomica.
Carlo Petrini su questo ha detto molte cose e continua la sua battaglia.
Un Caso assurdo che riguarda questi viaggi del cibo???!!!... io abito nella provincia di Cremona, ma studiando a Bologna abito anche qua... il mio coinquilino è calabrese e un giorno vennero i suoi genitori a trovarlo e gli portarono il GALBANINO acquistato appositamente per lui a Bagnara Calabra.
IL Galbanino in questione è prodotto in Provincia di Cremona quindi si è fatto due volte l'italia...
E' possibile che un calabrese non abbia niente di meglio che un misero Galbanino?

Tornando all'argomento avanzato da Stefano Polacchi, sul ruolo del ristoratore... le chioccioline di Slow Food investono l'oste di questo compito... Salvagurdare il territorio e favorire lo sviluppo delle microeconomie locali... ma il compito spesso risulta difficile... gli agricoltori della pianura padana non sono i più adatti per questo ruolo... e diventa così difficile far capire loro l'importanza che possono avere piccoli allevamenti fatti bene... senza antibiotici e farine di cereali... insomma la maggior parte di loro preferisce produrre molto ( 1 l di latte viene pagato loro circa € 0,40) dato che il prezzo sindacale è basso, anzichè rischiare a produrre di meno ma bene... in un ottica ecocompatibile.
Il problema comunque è molto ampio e porta con se un mucchio di altre complicazioni che ora non si possono approfondire.
Mi fa piacere che l'attenzione si sposti sempre più in maniera critica, nei confronti dei Big dell' Agroalimentare.

Poi anche la questione dei salari va valutata... purtroppo la gente, o almeno tanta gente, risparmia sul cibo per permettersi 3 telefonini, vacanze a Sharm, Abbigliamento costoso e auto da paura...
Anche qua Carlo Petrini non Sbaglia, quando dice che l'olio per l'auto a 10€ è economico, mentre l'olio di oliva extra Vergine allo stesso prezzo è CARO...

20 Feb 2008 | ore 13:16

Gumbo, hai perfettamente ragione. Si calcola che almeno il 50% dell'energia venga speso dagli acquirenti. E molto del restante per il trasporto finale al punto vendita. Da questo punto di vista, per quanto a molti non piaccia sentirselo dire, e' piu' "energy efficient" un enorme camion della GDO, e un supermercato centralizzato vicino a casa, che non centomila trabiccolini semivuoti che riforniscono negozietti sparsi.
Ovviamente mangiare frutta e verdura fuori stagione comporta un costo energetico piu' alto, ma non necessariamente il cibo che arriva dall'estero costa energeticamente di piu' di quello vicino, per non parlare dei costi ambientali collaterali. Hanno calcolato ad esempio (studi economici seri, non chiacciere da bar :-) ) che e' piu' "Verde" allevare un agnello in nuova zelanda e spedirlo via aerea in inghilterra che non produrlo in loco. Questo perche' le condizioni naturali neozelandesi sono piu' favorevoli. E si potrebbero fare altri esempio, con paesi dove e' necessario un input di fertilizzanti ben maggiore per produrre la stessa quantita' di cibo.
Insomma, le cose non sono cosi' semplici come uno vorrebbe..

ciao Dario

20 Feb 2008 | ore 14:59

A mio modo di vedere sarebbe già molto se ognuno di noi per bere usasse l'acqua del rubinetto di casa e, perchè no, anche a ristorante. Se proprio volessimo bere l'acqua in bottiglia basterebbe acquistarne una che sgorghi vicino al luogo di consumo.
Per quanto mi riguarda credo che ormai nella ristorazione sia difficile attuare un menù che preveda alimenti a km zero. Se pensiamo all'approvigionamento dei soli vini, delle birre artigianali, degli olii, dei sali, delle spezie vediamo che sarebbe impossibile. Altro discorso sarebbe incentrare il tutto tendenzialmente ad un maggior risparmio di km possibile....e già sarebbe più facile. All'autarchia economica o alimentare non ho mai creduto, il mondo vive di commercio e di scambi, se riduciamo questi riduciamo l'economia. Altro discorso sarebbe sviluppare mezzi di trasporto maggiormente ambientalmente sostenibili, così come l'agricoltura, la pesca e l'allevamento.

Ciao

20 Feb 2008 | ore 15:47

Scusate, mi sono dimenticato una cosa circa il tema del mercato delle acque minerali. Non mi ricordo i dati ma dopo averli letti pensai che economicamente rappresentasse una cifra mostruosa....sarà difficile da combattere !
Però in Francia se chiedi la caraffa di acqua del rubinetto te la portano a costo zero e nessuno ti guarda storto. Io in Osteria non ho nemmeno le caraffe.Forse dovrei incominciare a comprarle e metterle nel menù a costo zero. Anche se, sono sicuro, inizialmente nessuno avrebbe il coraggio di chiederle.
Cosa ne pensate ?

Ciao

20 Feb 2008 | ore 16:14

Vigna: penso che si dovrebbe fare come negli USA dove non c'e' neanche bisogno di chiedere. Te la portano direttamente loro (almeno in molti dei posti dove sono andato)

Dario

20 Feb 2008 | ore 16:29

Solo che negli USA ti mettono talmente tanto ghiaccio (cosa che qui non si usa) che almeno non senti più il gusto schifoso del cloro. Io faccio questo compromesso: quando sono in giro o al lavoro bevo acqua del rubinetto o ai mitici tori verdi (fichè resistono) ; così risparmio sull'acqua plasticosa e costosa del bar; a casa mi faccio portare quella (piemontese) in bottiglie di vetro - che costa un po' di più ma non sa mai di petrolio e posso fare la spesa a piedi, in bici o al massimo in Vespa.

Poi di fondo il rischio è di diventare diventa quello di diventare talmente integralisti che si possono mangiare tre cose! Persino i bisnonni mangiavano il baccalà, le acciughe, il cioccolato che in Piemonte non ci sono, però se in proporzione mangi tante cose locali mi sembra un giusto compromesso di buon senso...

20 Feb 2008 | ore 17:03

@Dario Bressanini
E far pagare quella in bottiglia 6$. Oppure come a Berlino: birra 1,85€; bottiglietta di minerale 3,00€
Saluti
Pier

20 Feb 2008 | ore 17:04

@gumbo chicken
Ma süma sicur che cüla dji turet a sia ancüra del pian d'la Mussa?
Ciao
Pier

20 Feb 2008 | ore 17:09

@Gumbo: no dai, che si possono usare i filtri (li vendono anche al supermercato) e il sapore del cloro non lo senti piu'
E basta chiedere "No Ice" (io lo faccio anche per la Coca Cola, e mi guardano strano 8) )

ciao Dario

20 Feb 2008 | ore 17:12

Dunque, domenica passata sono stato in Irpinia. Ho mangiato benissimo. Pranzo completo per due con un calice di rosso a testa, un passito, due caffè: 64 euro. Segreto della cuoca: la spesa a km zero. Anzi meno che zero: orto di famiglia, fornitori del paese. Caso raro?
Raro o non raro è un esempio che funziona.

20 Feb 2008 | ore 17:14

@Tommaso
Funziona quando hai max 20 persone, fai esclusivamente una cucina di stretto territorio, cambi il menù secondo mercato anche giornalmente, segui le stagioni e, dunque, pure i tuoi eventuali cavalli di battaglia subiscono i flussi temporali. E' una scelta che magari paga ristoratore e cliente ma che non può essere considerata uno standard replicabile dappertutto

20 Feb 2008 | ore 17:22

Proprio così. Ma non è un peccato se ci sono qua e là ristoranti del genere,(quanti? tanti da essere vicarianti degli standard replicabili?) che fanno mangiare bene e, miracolo!, sono pure innovativi quanto basta. Se i coperti son pochi basta aspettare il turno: diamine in settimana verrà! :)

20 Feb 2008 | ore 17:29

buonasera,
io sono una casalinga e mi piace sentire parlare sul mondo enogastronomico e quindi sono qui a sfogliare il gamberorosso
non sono d'accordo con "La spesa a chilometri zero sembra meno assurda del viaggiatore a chilometri zero eppure i due slogan si equivalgono :-)"
Non è il problema lo slogan, assurdo o meno che sia, il problema è cambiare la nostra cultura , il nostro vivere ,è non dimenticare di avere tradizioni culinarie e prodotti stagionali e di territorio, e non solo convenienze commerciali e accordi tra multinazionali Fin da piccola e di anni ne sono passati tanti sento parlare di mandorle della California, di frutta spagnola, di olive greche, di campi di pomodori distrutte dalle ruspe e blocchi autostradali con quintali di uva Forse troppo di noi dovrebbe cambiare e ne abbiamo un po paura

20 Feb 2008 | ore 17:57

All'inizio, per non creare confusione, ho taciuto del vino... bere a chilometri zero manderebbe a picco l'economia da 10 miliardi di euro che ruota attorno al vino. Poi c'è il turismo enogastronomico, tutta gente che prende auto e aereo, e anche loro andrebbero messi nel conto chilometrico con tanti ringraziamenti dalle Langhe o Montalcino.
Certo, stiamo parlando di un modo diverso di consumare, ma allora la vedo male per minerale, caffè, vino e pesce, tanto per citare prodotti con tanti chilometri sul groppone.

20 Feb 2008 | ore 18:24

Direttore, dimentica l'olio, il cioccolato, molta frutta, lo zucchero, il SALE! per non parlare ovviamente di pepe, cannella, vaniglia, la pasta (visto che importiamo grano)
E basta menarla :-) con gli IGP, DOP e prodotti tipici vari: se sei a Milano il pistacchio di bronte te lo scordi. etc.etc.etc....

Dario

20 Feb 2008 | ore 19:59

@piermiga: Io sapevo che era solo il turet di Piazza Rivoli, infatti ho visto spesso la coda di gente con le taniche. Però io non ci ho mai creduto, è solo che è gratis!! Comunque fosse vero pensa quanti km farebbe dal Pian d'la Mussa...non andrebbe bene con lo slogan comunque?! :-)))

20 Feb 2008 | ore 20:49

@ dario: finché non capisco bene il funzionamento di una cosa non la compro. E i filtri per l'acqua (a parte quelli da trekking!) non li ho ancora capiti! E poi per 12 litri al mese, consegnati ogni 2 mesi...quanto ci guadagno io e l'ecologia del mondo passando ai microfiltri?

Il cioccolato l'avevo già detto io insieme alle acciughe (che in effetti però hanno pure il sale)...neh! ;-)

Diciamo che per essere al 100% coerenti con il km zero ci si può solo ritirare in un monastero autosufficiente, in una fattoria dedita alla permacultura oppure su un'isola con orticello e canna da pesca...(forse).

21 Feb 2008 | ore 00:07

Questa notte tornando a casa mi sono guardato il bellissimo reportage di Rai 3 sulla città di Tokio. Vi abitano 35.000.000 di persone, più della metà dell'intera Italia, se dovessimo dar loro da mangiare a km zero come potremmo fare??
Poi ho ripensato ai miei studi di storia medievele che mi hanno insegnato che gran parte delle foreste dell'europa occidentale sono andate distrutte in quel periodo per ricavarne il legno occorrente per la costruzioni delle splendide cattedrali gotiche che tanto ci affascinano per il loro splendore.
Con questi esempi voglio dire che potremmo far di tutto per diminuire il nostro impatto sull'ecosistema del pianeta terra ma essendo il nostro sistema un sistema chiuso presto dovremo farci pesantemente i conti...anzi già li stiamo facendo.

Ciao

21 Feb 2008 | ore 10:02

@gumbo: beh, ma se vuoi capire tutto quello che usi, allora devi spegnere pure il computer :D (a meno che tu ti intenda di elettronica quantistica :) ) Comunque parlo di quei filtri da mettere nelle caraffe, durano un paio di mesi e in america li hanno quasi tutti. L'acqua del rubinetto viene completamente depurata.

Se ti fai spedire l'acqua a casa devi tener conto del consumo energetico e dell'inquinamento del trasporto. Per non parlare del fatto che il vetro e' un materiale che a produrlo si consuma molta energia, piu' della plastica sicuramente, solo che il vetro fa "ecologico e tradizionale" mentre la plastica no :-). Comunque molto meglio l'acqua del rubinetto, con un buon filtro eventualmente

ciao dario

21 Feb 2008 | ore 10:19

mah ... non ci crede nessuno ai menù a km zero, come del resto VIVA la Malpensa a 13 Minuti dal mio garage... alla faccia di AirFrance e dei comuni vittima di Malpensa (mio compreso).

Sui menù a km zero dico... che tristezza che sarebbe per la libera espressione , creatività , talento , questo confinare lo spazio/tempo per i nostri cuochi più talentuosi.

Da Viaggiatore dico, inquino già abbastanza io per tutti ... certo anche gli ispettori di Michelin , Gambero, Espresso, ne fanno di km... dai tutti in bicicletta così riusciamo anche a "smaltire" . ;-)

VG.

21 Feb 2008 | ore 10:36

Prendendo spunto da quanto scritto ieri da Dario Bressanini circa l'efficienza energetica del trasporto della GDO, mi chiedo perchè la stessa Grande Distribuzione non riesca ad organizzare Farm Market al suo interno. C'è il bancone del biologico, quello dell'esotico, quello dell'impacchettato che non si sa da dove viene,addirittura il sushi (?), ci potrebbe stare il "bancone dell'orto", su cui presentare prodotti del territorio, i fagioli di qui, la ruchetta di là e così via. Si può fare? Forse, per quanto bistrattata, la GDO avrebbe mezzi e possibilità comunicative per farlo, in carenza di alternative, perchè non è detto che il mercato di quartiere sia tutto territoriale, ammesso che ormai esista ancora il mercato di quartiere, dal momento che per diversi motivi igienico-urbanistici le bancarelle non esistono più. Eataly fa grande distribuzione di qualità, ma ovviamente non ha la capillare presenza delle grandi catene: però costituisce un possibile modello. La GDO deve diversificare, offrire nuovi prodotti, cercare qualità: forse così ci sarebbero anche meno spostamenti delle persone. il che potrebbe favorevolmente incidere su quel 50% di inquinamento dovuto al movimento degli acquirenti.
Quanto alla provocazione mica tanto astratta del Direttore, detto da uno che viaggia pochissimo e tanto meno in aereo, mi incuriosirebbe vedere se, organizzandolo, si sospendesse per un giorno il solo trasporto aereo di persone: caos? risparmio? amori distrutti? amori che nascono? affari persi o guadagnati? Saranno tutti spostamenti dettati da necessità, da un corretto bilancio costi-benefici? Per non parlare poi dei movimenti terrestri. Forse si potrebbe fare qualcosa di meglio, rigettando anche l'affermazione di sè attraverso i mezzi di trasporto( dai Suv ai viaggi aerei di mera rappresentanza).
Comunque per il teletrasporto ci stiamo organizzando.

21 Feb 2008 | ore 10:43

@Dario:
bè capire...ma mi accontento di qualcosa di leggeremente meno approfondito di atomi o quanti (su cui peraltro una volta avevo letto un paio di libri comunque!).
:-)))

Quello su cui sono sempre dubbiosa sono le mode improvvise e corredate da un certo allarmismo dopo decenni di assoluto menefreghismo. Sono i momenti in cui si inseriscono personaggi loschi ad approfittare degli umori variabili delle folle a rifilarti fregature per poi cambiare di nuovo versione dopo qualche mese o anno.
Adesso dire peste e corna dell'acqua minerale è di moda, quindi tendenzialmente non mi fido molto di ciò che leggo.

In ogni caso - come hai già detto anche più su - le cose sono più complesse di ciò che sembrano e se dovessi fare il conto di ogni cosa impazzirei.
Quindi al momento penso di stare abbastanza soddisfatta a bere acqua del rubinetto o della fontana di giorno e minerale in bottiglia di vetro di sera (tanto più che non sono un cammello). Poi certo un giorno posso comprare un filtro economico (se non ce ne sono 50 perchè se no non capisco le differenze non posso scegliere!) e provo anche quello, perché no...

21 Feb 2008 | ore 10:57

Spazio-tempo, dice Viaggiatore, citando il famoso concetto di unità di misura. Una unità di misura che non c'era ed ora esiste almeno concettualmente. Come ulteriore provocazione forse si potrebbe cominciare pensare all'idea di un indicatore di "ecomomicologicità"
Saluti
Pier

21 Feb 2008 | ore 11:01

@dario: comunque la plastica delle bottiglie non è perchè fa meno ecologico...è che in campeggio ho provato diverse volte il gusto dell'acqua nelle bottiglie di plastica riscaldata e otltre a essere cattivissimo mi lascia qualche dubbio sul fatto che non abbia residui.
Secondo sono semplicemente stufa di vedere bottiglie di plastica ai lati delle strade, nei boschi, nei prati, tra gli scogli, sulla spiaggia e in mezzo al mare, quindi ho deciso che IO non le voglio usare.

21 Feb 2008 | ore 11:01

@Gumbo: vero sulle bottiglie di plastica. Ma anche quelle di vetro di birra, rotte sulla spiaggia, sono piuttosto fastidiose :D

@Fabrizio: certo che la GDO ci arrivera' anche qui. In america e' un po' che alcune catene (per ora quelle da fighetti gastrochic :D ) si sono organizzate anche per questo. Quando vivevo laggiu' andavo a fare la spesa in uno di questi posti (la catena FreshField, tutta organically grown politically correct e ecologically minded :p )
Io ci andavo perche' la' ci trovavo il parmigiano e il parma (e non costava piu' di quanto lo si poteva trovare in Italia), ma c'era anche una sezione "buy local".

Poi ovviamente, come per "l'organic", il "Bio" insomma, il costo era maggiore (paradossalmente, pur essendo a Km 0). Ma questo e' quello che i maghi del marketing chiamano "self targeting" :p e non c'entra realmente con il costo di produzione

ciao Dario

21 Feb 2008 | ore 11:22

Io direi che sia nella ristorazione sia a casa, un menù a km 0 é impossibile da applicare, per ovvi motivi, in Italia non produciamo caffé, cacao e vaniglia tanto per cominciare. Mi accontenterei se le materie prime fossero nazionali, ma non per essere autarchici a tutti i costi, diciamo per innescare un meccanismo virtuoso nella nostra economia. Tutti avete sentito che a Berlino i mandarini calabresi costano 0,60 al Kg e a Milano-Torino il doppio. Questo lo dobbiamo ai nostri ex-ministri, a cominciare da quello in carica nel 1986 che iniziò la diatriba delle quote latte, che non sono capaci a lavorare. Il nostro paese ha una produzione insufficiente per quanto riguarda carni, latte, zucchero, grano, frutta, etc. con delle proporzioni assurde, per esempio la carne italiana copre solo il 20% del fabbisogno nazionale. Per forza di cose dobbiamo comprare dall'estero! In Piemonte siamo fortunati perché molti alimenti sono prodotti in loco, ma poi la GDO propone kiwi neozelandesi, mele polacche, arance israeliane, latte tedesco, carne francese etc. Ma la GDO decide di comprare dove costa di meno per guadagnarci di più, lo sanno bene i buyers delle 4-5 centrali d'acquisto nazionali. Forse dovremmo cambiare noi le nostre abitudini. Io riesco a fare la spesa in regione per il 90% dei prodotti, ma non vado neanche a cena fuori per mangiare la costata di Angus perché preferisco quella di Fassone. Alla fine avremo un pò orientato il mercato e di conseguenza aiutato i contadini, ma di certo non potremmo mai annullare certe regole economiche.

21 Feb 2008 | ore 11:36

@dario: vabbè, tanto non c'è scampo, qualcosa di storto si trova in tutto!

In fondo credo non esista la scelta perfetta e impatto zero (tranne forse appunto abbandonando la vita moderna e ritirarsi come un eremita) ; il punto sta nel raccogliere più informazioni possibile e trovare un equilibrio tra le proprie necessità e preferenze e quelle di chi e cosa ci sta intorno. Cos'altro si può fare?

p.s. però il massimo in USA è l'acqua dell'acquedotto filtrata e venduta in bottiglia con tanto di marchio come fosse minerale - peraltro l'unica a prezzo abbordabile e comunque più alto delle bibite! :-)))

21 Feb 2008 | ore 11:42

D'accordo con Paolo, ma mi chiedo quanto rientri in "regole" economiche di mercato la distruzione al macero delle arance o dei pomodori. Perchè ci devono essere quantità in eccesso? Non è possibile programmare? Perchè costa di più un'arancia siciliana rispetto alla spagnola? A chi giova distruggere il prodotto nazionale a favore dell'importato? Più che regole di mercato, occorre stabilire regole e impegni di politica agroalimentare, che non ci sono ( protezione marchi, quote latte, Tocai friulano, ecc).
Nell'ambito invece della carenza di comunicazione o approssimazione nella vendita, un quesito: io sono ligure, ma nei supermercati trovo carne "razza piemontese". Non è specificato Coalvi, nè tantomeno Fassone, e non è la stessa cosa, o sbaglio?

21 Feb 2008 | ore 12:03

dunque non ho capito se mi devo mangiare il radicchio trevigiano e sono a roma il km 0 non lo capisco e se voglio mangiare formaggio di malga non è territoriale laziale quindi…faccio l’ingenuo ma non capisco chi mi spiega meglio

21 Feb 2008 | ore 12:59

Tempo fa lessi un articolo sull'Economist in cui si spiegava che il mito del cibo a km zero è per l'appinto un mito. Dai calcoli che facevano risultava che la grande distribuzione, che era messa sul piatto della bilancia coi farmers market (che esistono da sempre in UK), era il sistema che dava meno emissioni potendo sfruttare economia di scala nella logistica.

Fatto sta che anche a me tutta questa demagogia pelosa sta indigesta e voler dare una valenza etica ad ogni gesto che uno compie mi sembra una insopportabile forzatura.

Alla fine mi è sembrato significativo il commento illuminante che un automobilista indignato dava al TG sul prezzo della benzina in aumento: "se continua così la prossima volta prendo il treno (così imparano, sembrava voler dire)". Ecco, prendi il treno allora, se c'e', perché la benzina costa troppo. L'unico modo è colpire nelle tasche. Meno elegante dell'etica, ma funziona di più.

21 Feb 2008 | ore 13:03

oops, l'aveva già detto Bressanini...

21 Feb 2008 | ore 13:05

Non faccio "menu a km 0", ...ma mi ci avvicino...
Coltivo terreni collinari a cereali, allevo capre da latte e produco formaggi.
In cucina della Locanda utilizziamo il più possibile prodotti della nostra az. agricola: frumento, farro, grano saraceno, mais marano di alta qualità(100% prod. propria: dalla semina alla molitura, a cilindri o a pietra)servono per i pani, la polenta, le paste ripiene e non, certi dolci, ecc.Idem per certa verdura e frutta. Le carni caprine (dal capretto alla capra)percorrono una decina di km per andare e tornare dal macello...Per quelle bovine, ho la fortuna di essere vicino ad uno dei rari macellai (Pignatelli, Riva di Pinerolo) che non si limita a rivendere carne di lontana provenienza, ma
"macella" ancora in proprio, animali di allevamenti locali, razza piemontese.I formaggi 100%capra che produciamo, per arrivare in tavola non fanno Km...eccezion fatta per quelli che spediamo al Pescatore, Cracco, Pinchiorri, Gambero Rosso, Passignano, Pergola a Roma, ecc...
alberto

21 Feb 2008 | ore 13:21

Bhe qualcosa si può fare. A Roma -come in tutte le città non urbanisticamente dense- la spesa a chilometri zero è in parte fattibile. Non è un caso se il primo incontro del candidato sindaco Rutelli lo abbia fatto con la confagricoltura, che oltre a chiedergli un assessorato all'agricoltura, gli ha proposto la nascita di un farmer market in città. Il territorio comunale è infatti per granché agricolo e abbondano le aziende, anche biologiche, anche buone

21 Feb 2008 | ore 13:48

Fabrizio, il problema é nato più di 20 anni fa, quando i ministri di allora cominciarono ad incasinarsi con le politiche comunitarie e non ci hanno mai capito niente o hanno fatto finta di non capire. Il risultato oggi, é davanti ai nostri occhi: dobbiamo importare quasi tutto perché non siamo autosufficienti! Ma é mai possibile che gli altri paesi facciano delle leggi per agevolare le loro politiche economiche e noi ci dobbiamo solo dare la zappa sui piedi? Faccio solo un esempio: ricorderete quando negli anni '70 si vendeva il latte sfuso in latteria. Non morì mai nessuno per quello, ma negli anni '80 una legge ne proibì la vendita per motivi igienico-sanitari. Da allora i ministri hanno fatto tutto ed il contrario di tutto: prima hanno favorito gli allevatori, poi hanno imposto le quote per frenare la produzione, poi hanno concesso i contributi per abbattere i capi, poi per chiudere le stalle, poi per favorire le centrali del latte ed adesso ci si scanna per pagare 5 centesimi al litro in più ai produttori, quando sui banchi il latte costa fino al quadruplo. Tutto questo ha messo in crisi un settore a livello europeo quando bastava lasciare vendere il latte agli allevatori come volevano e a chi volevano rispettando la catena di refrigerazione e le norme sanitarie. Oggi chi può vende il prodotto tramite i distributori automatici, dei banali cassoni di lamiera con il compressore frigo che esistevano già 30 anni fa e che funzionano con una semplice scheda elettronica come i distributori automatici del caffé. Oltretutto questo prodotto é integro e guardacaso costa un terzo in meno di quello nel tetrapack. Sappiamo che le centrali del latte filtrano, pastorizzano e annacquano il latte. Bisognava essere degli scienziati per arrivare ad una soluzione del genere?

21 Feb 2008 | ore 14:57

Caro Paolo, le racconto una piccola storia: due anni fa, in visita a Mantova, io e amici ci siamo imbattuti in uno di quei distributori automatici di latte fresco. Le signore, le mamme furono subito interessate e leggi qui, discuti là siamo ripartiti tutti col mezzo litro di latte. La novità, io sono ligure e da noi manco l'ombra di quegli aggeggi, il clima da gita avevano avuto buon gioco.
Un paio di mesi fa, sulla scorta dell'intervento anche di Carlin Petrini sul latte fresco, mi sono un po' documentato sui quei distributori, sulla loro regolamentazione e sulla catena che sta dietro tale attività. Ne riferisco agli amici i quali, superata l'euforia del momento mantovano e quasi negando che quel latte se lo erano comperato e bevuto con soddisfazione, tutti all'unisono dichiarano:"sì, però.. non mi fido", adducendo motivazione che vanno dal comune buon senso (sic?)all'inevitabile evoluzione tecnologica in generale. Ecco, "non mi fido", questo è il problema: riallacciare rapporti di fiducia, tra produttore di latte e acquirente, nel commercio, tra le persone, nella nostra società è diventato fondamentale.

21 Feb 2008 | ore 16:48

Sono d'accordo che nel commercio la parola fiducia é generalmente scomparsa, troppi furbi l'hanno fatta franca e si sono ingrassati a nostre spese. Questo però accade nei paesi dove chi fa le leggi non le fa rispettare. Per quanto riguarda il latte, io ricordo che da bambini, tornati a casa dalla latteria, si faceva bollire il latte per due motivi: eliminare la carica batterica e togliergli la panna. Allora non c'erano i controlli veterinari di oggi, né l'Haccp. Ma non ricordo di nessun bambino mio coetaneo ricoverato in ospedale perché beveva il latte, ricordo invece chi ha avuto il colera perché mangiava le cozze staccate dagli scogli del golfo di Napoli.
Forse il "non mi fido" comprende anche che le giovani mamme non sanno come conservare gli alimenti, una volta lo si insegnava alla scuola elementare. Dimenticavo la domanda sulla carne: il fassone é un termine che si usava nei fori boari per identificare morfologicamente la bestia piemontese, che ha la doppia coscia, la Coalvi é il consorzio che tutela con un disciplinare la razza piemontese.

21 Feb 2008 | ore 17:58

Oh, io uno dei "menu a km zero (o quasi)" dell'alberto intervenuto qui sopra l'ho mangiato! Molto interessante l'approccio (e anche molto buono da assaggiare) - certo che da quel che ho potuto capire è anche molto molto impegnativo e non so quanti ristoratori hanno abbastanza passione (energia, voglia, capacità, interesse) per fare qualcosa di simile...

21 Feb 2008 | ore 18:48

Certo che non tutti hanno i terreni vicini al locale....ma questa locanda é in val di Susa?

21 Feb 2008 | ore 19:04

@gumbo chicken
grazie per la stima...(e anche per la rece che mi era sfuggita e che un cliente, l'altro ieri, mi ha fatto scoprire...segnalerò solo un errata corrige...)
alberto

21 Feb 2008 | ore 21:43

@alberto mi dispiace per l'errore, attendo correzioni (è che io penso prima di tutto a godermi la cena, non vado in giro col taccuino e la mia memoria può sbagliare).
Rispondo io a paolo dato che sono cliente anonima e posso anche dire il nome del locale in questione: Locanda della Capreria Occitana nei pressi di Pienerolo (per stare in tema: km 40 circa da dove abito, eh però mica posso sempre solo mangiare sotto casa!)

21 Feb 2008 | ore 22:15

Ehm...già che si parlava di correzioni...Pienerolo nel mio post sopra è Pinerolo (i piemontesi intuiscono di certo, magari gli altri no).Scusate.

21 Feb 2008 | ore 23:10

km 0, gruppi d’acquisto, direttamente dal produttore, etc. tesi sostenute da due categorie di persone : i furbi e gli imbecilli!I “furbi” ( io li considero più disperati)lo sostengono perchè devono portare a casa la pagnotta raccontando cazzate ( la grande maggioranza “giornalisti”) ma anche politici, intellettuali e così via. Gli imbecilli perchè soltanto un imbecille può credere a queste teorie :compri un maiale ad 1,50/kg sporco e come per magia arriva sulla tavola del consumatore a 3,50/kg eliminando tutti i passaggi appunto per magia. Carlo Petrini è soprattutto un politico e in quell’ambiente si è saputo muovere, ma io credo che un conto essere politici un conto fare l’imprenditore, anche questa è una anomalia tutta Italiana dove l’economia si fa ancora con le COOP

22 Feb 2008 | ore 03:04

Perchè furbi, imbecilli e disperati?
E che cos'è un maiale sporco a 1,50 euro al kg?

Io di sera non ho voglia di vagare per il mondo a fare la spesa e mi adagio sulla comodità; e non mangio così tanto da aderire ai gruppi d'acquisto (anche se conosco gente che lo fa). Ma in vacanza e nei weekend quando ho tempo mi capita di comprare direttamente dal produttore (soprattutto verdura e formaggio). Non mi pare una cosa da imbecilli.

22 Feb 2008 | ore 13:39

A San Francisco c'è il grande mercato dei Farmers e alle pareti ci sono molte parole d'ordine poi importate in Italia da Slow Food. Là queste iniziative stanno avendo molto successo e mi piacerebbe che sabato e domenica a Roma, in spazi non troppo periferici, ci fosse un grande mercato dei produttori - con controlli per avere la garanzia che siano veri produttori -

22 Feb 2008 | ore 14:43

Già perchè in alcuni mercati di Torino io sapevo (da persone che li frequentano o che ne conoscono alcuni) che non tutti quelli che si spacciano per produttori lo sono davvero. E altri lo sono ma non di tutti prodotti che vendono - il che significa che se li procurano non si da dove e poi li vendono a prezzo più caro. Quindi qualche garanzia sarebbe utile.

I Farmers Market che ho visto negli Stati Uniti erano enormi! Mi chiedo se fossero tutti produttori davvero.
Qui in Italia però spero gli trovino un nome tradotto perchè mi sembra un po' assurdo chiamarli in inglese...

22 Feb 2008 | ore 15:41

Gumbo saprai sicuramente che in tutti i paesi della provincia di Torino i farmer's market ( 'l mercà ) si tengono tutte le settimane almeno dal dopoguerra in qua. Non c'é bisogno che Petrini e De castro ci contino le cucche a noialtri. Grazie per l'indirizzo.

22 Feb 2008 | ore 21:02

...certo che lo so. L'idea di espandere e pubblicizzare la cosa in realtà non è male; solo non vedo perché usare un nome in inglese quando non è necessario!

23 Feb 2008 | ore 20:32

Capito per caso in questa discussione, ormai datata. Nel frattempo sono passati anni, si parla molto di filiera corta e km 0, ma non si intravedono grossi cambiamenti. Lavoro nel settore gastronomia, in Umbria, e lavoro molto con chi cerca prodotti umbri dall'estero (che per noi sarebbe da bologna in su...).

L'idea che mi sono fatto è che l'italia, per i valori che esprime con le cucine regionali, e per la passione per il cibo che ancora c'è, non si presta bene ad un ragionamento di tipo spesa a km 0. Si potrebbe lavorare sulla grande distribuzione organizzata, ma lì si lavora spingendo al massimo marketing e taglio dei costi. A meno di interventi dello stato nell'economia, e pesanti, non vedo prospettive per la spesa a km 0!

18 Nov 2010 | ore 19:49

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