28
Lug 2008
ore 15:52

Bossi entra in cucina?

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Sono nato in Padania e vivo a Roma. Mi hanno allevato a risi e bisi, risotti in tutti i modi e bigoli con le sardelle. Insomma, io parlo e capisco la lingua gastronomica del sottosegretario alla Salute Francesca Martini da Verona, leghista. Ma non vedo perché ci dovremmo inventare una dieta padana in contrapposizione alla dieta mediterranea come il sottosegretario propone dalle pagine del Corriere della sera. Gnocchi di patate contro carbonara? Ossobuco con risotto come bandiera del nord? Colpisce la serietà con cui vengono fatte proposte bizzarre. In realtà non esiste una cucina italiana, figurarsi se ha senso parlare di una cucina padana.

commenti 13

Leggendo l'articolo, non mi sembra una proposta così urlata come parrebbe a una prima analisi. Anzi, la domanda "Perché esportare solo il modello della mediterranea?" l'ho fatta anch'io più e più volte, ben prima della Martini, in numerosi articoli giornalistici a commento della gastronomia trentina.
Il punto non è contrapporre la cucina padana (che secondo Zavattini esisteva eccome, anche se la limitava ai dintorni di Mantova) a quella mediterranea, ma far capire che l'una è italiana quanto l'altra. Poi non lamentiamoci se il nostro Paese è solo pasta e pizza, per buone che possano essere.

28 Lug 2008 | ore 17:14

A questo punto anche parlare di dieta laziale, dieta marchigiana o dieta siciliana avrebbe senso. Cannoli e arancini, altro che pasta e pizza

28 Lug 2008 | ore 17:20

Considero il leghismo una sciagura e una barbarie, ma concordo in toto con ció che dice Farina. Abbiamo esportato Napoli, sarebbe ora di far conoscere al mondo anche la Valpolicella, la Valtellina, la Bassa Parmense...in un foro gastronomico spagnolo tra i piú conosciuti, quello di Carlos Marbona di abc, una volta parlai di culatello e gente che di gastronomia se ne intende, e molto, non sapeva cosa fosse, e noi qui a parlare di re dei salumi e di tartufo bianco della norcineria nostrana. Abbiamo in questi ultimi 20 anni invaso il mondo col risotto, e non siamo riusciti a far conoscere altrettanto la polenta, perché non proporre che i ristoranti italiani all'estero dedichino un giorno alla polenta, invece che alla solita carbonara che ormai fanno anche nei ristoranti giapponesi????

28 Lug 2008 | ore 17:28

La cosa curiosa è che una cosa simile alla polenta è uno dei piatti nazionali della Romania. E che la polenta stessa, in Italia, sia in uso anche in zone pochissimo padane. Polenta con spuntature docet.

28 Lug 2008 | ore 17:48

"Credo nel valore nutrizionale e salutare della dieta federalista». Ecco una frase così è un po' inquietante: perchè mette un timbro, pone una appartenenza culturale, una esclusiva che non mi piace. Mi piace la polenta, mi piace la cucina veneta e altoatesina, stravedo per culatello e parmigiano,auspico una sempre maggior riconoscibilità di tale prodotti, ma non mi sono mai sognato di definirli padani rispetto ai pomodori e alla pasta intesi come mediterranei: perchè sono prodotti di territori diversi di un paese mediterraneo, vengono conditi con olio extravergine, accompagnati da vino italiano. O bisogna cominciare a prevedere l'uso dello strutto e della sola birra?

28 Lug 2008 | ore 17:57

Non ha proprio più senso pensare alla cucina dei campanili. La cucina è proprio comunicazione totale. Io l'ho pure scritto che la tipicità resta bagaglio di chi cucina, ma ovunque e in ogni parte del mondo.

28 Lug 2008 | ore 18:02

Non ho trovato l'articolo così scandaloso, come avrei immaginato. In fondo parla di salvaguardia di prodotti tipici di una determinata zona, di valori nutrizionali che ci sono anche in prodotti che non sono e non possono essere considerati "mediterranei". Poi se vogliamo parlare di Bossi questo è un altro discorso e allora forse dovremmo pensare di proporre una nuova dieta da somministrare con sondino nasogastrico. Ma questo è un altro discorso, appunto

29 Lug 2008 | ore 01:00

Mi colpiva la necessità di dire che i leghisti hanno una loro dieta padana.
I leghisti di Vicenza hanno dei loro piatti del cuore e dell'abitudine, quelli di Orio al Serio hanno altri piatti e i leghisti della provincia di Alessandria altri ancora perché stiamo parlando di una cucina italiana caratterizzata da ricette regionali e locali che fanno dell'insieme una ricca offerta di stili e diversità, dovute al clima, alla storia, alle tradizioni locali più o meno forti e radicate.
La dieta mediterranea indica uno stile e l'uso prevalente di certe prodotti nell'alimentazione base delle popolazioni che sul Mediterraneo si affacciano.
Il nome è stato coniato dagli studiosi americani e fa la sua comparsa nel corso degli anni Settanta.
Dieta padana e dieta mediterranea, lo si capisce, non sono raffrontabili e, al limite, possono definirsi inesistenti.

29 Lug 2008 | ore 10:12

"Leggendo l'articolo, non mi sembra una proposta così urlata come parrebbe a una prima analisi."
Scusa Tommaso, ma l'analisi che va fatta è un'altra... ;-) e di cervella si tratta.

Ci sarà mica bisogno di un decreto del governo per promuovere il proprio territorio?

29 Lug 2008 | ore 10:37

"Dieta padana e dieta mediterranea, lo si capisce, non sono raffrontabili e, al limite, possono definirsi inesistenti."
Assolutamente condivisibile, ma far breccia nell'ignoranza è durissima

29 Lug 2008 | ore 10:49

D'accordo con Farina.
Secondo me, independentemente da discorsi dietetici o salutisti, esiste un problema di identità gastronomica italiana.
Mi spiego.
Ormai diamo quasi per scontato che il modello gastronomico meditteraneo equivalga a quello italiano, e se ciò è molto più vero di 30 anni fa, rimane comunque una mezza verità.
La cucina, soprattutto in Italia, è legata a filo doppio al territorio, esempio: se cerco un anatra a Roma, la dovrò prenotare una settimana prima, a Mestre, posso uscire la mattina e trovare anatre intere, a pezzi, macinata, interiora. Succede il contrario per l'agnello.
Una di queste due cose è più italiana dell'altra?
Trovo quindi abbastanza normale che qualcuno si sia un po' stancato di aver scritto sulla carta d'identità italiano, per poi vedere che questa italianità non gli appartiene neanche in quello che mangia.
L'Italia ha una enorme fortuna, quella di essere stata la puttana un po' di tutti, è questo si manifesta in cucina con una varietà di tipicità mostruose, tutte degne e tutte parimenti italiane.
L'emigrazione ha portato molti più meridionali al nord, di quanto sia vero il contrario, questo ha portato la cucina del nord a imabastardirsi prima, e probabilmente a migliorarsi.
Trovo veramente sgradevole quando parlando con gente di Roma o del sud Italia, alcune preparazioni come la polenta o il risotto o l'utilizzo del burro, vengano considerate barbare ( nel senso di straniere )
Per finire, l'Italia è la cucina fusion per eccelenza, ma dobbiamo stare attenti a conservarne tutte le sue parti.
( Federalista convinto )

29 Lug 2008 | ore 11:16

Mi sembra tanto un discorso all'italiana appunto...
Come tutti quei commercianti del centro che si lamentano delle chiusure al traffico, dell'abbandono del centro storico, degli ipermercati etc etc...ma non propongono, non fanno...in Italia tutto è dovuto, tutto deve arrivare da una qualche identità superiore, ed è sempre colpa dell'altro...Cominciare a sbattersi un po'?
Pizza spaghetti e mandolino hanno stancato? Bene, si facciano altre offerte.
Se son valide verranno prese in considerazione.
Mettere anche in cucina la politica è veramente un brutto segnale. ;-)

29 Lug 2008 | ore 11:56

Beh, se c'è un luogo dove tutte le particolarità, le diversità in cucina sono apprezzate, raccontate e provate questo è il Papero Giallo visto che il titolare è del nord, vive a Roma, pranza e cena da trent'anni dovunque e ama anche Adrià.
Ma adorare la pearà - come io amo - non vuol dire metterla sotto una bandiera padana ma dire che è un piatto della cucina veronese e se penso ai crostini abbrustoliti sulla brace con la pearà della mia infanzia, mi torna l'acquolina in bocca.

29 Lug 2008 | ore 11:56

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