07
Ago 2008
ore 11:58

Smettere di fare il ristoratore

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Ho appena finito di parlare al telefono con un giovane ristoratore, di quelli sempre entusiasti, che mi ha detto "Io se potessi smettere lo farei".
Mi ha molto colpito perché da lui non me l'aspettavo.
"Questa è una vita di sacrifici - ha detto - che oggi non ha contropartita".
Ascoltando il suo sfogo si capiva la delusione di chi ha riversato soldi, energie e entusiasmo infinito in un mondo che sta facendo i conti con la propria incoscienza.
Non parlo dei professionisti di lunga data e di chi ha fatto centro presso il pubblico ma dei molti giovani, spesso incoscientemente entusiasti, che pensavano alla ristorazione come a una strada larga e rettilinea. Alle prime curve, sempre più strette, molti sono andati fuori strada.
E così si scopre che i conti e la cucina stanno insieme a fatica e che se il giovane cuoco, che è anche ristoratore, deve dedicare sempre più tempo al commercialista, la cucina soffre e il cassetto è sempre più vuoto.
Bisognerà ripensare tutto questo mondo, dell'editoria e della ristorazione, dalle radici: scartare i rami secchi, le scelte sbagliate, le previsioni errate.
Le crisi servono anche a questo. 

commenti 86

ho dato...e vivo sereno... ora mi diverto e cucino con allegria... il calore dei fornelli sullo stomaco sono terribili..i conti e le tasse...la gente i turisti le loro paturnie... il cucinare cose che non ti andrebbe di fare ma li devi far contenti!!!

07 Ago 2008 | ore 13:01

Ci sono giorni in cui uno vede tutto nero...oggi capita anche a me dopo 3 ore di fila nel consolato dove per un centinaio di persone ci sono due sportelli, due dell'amministrazione e un poliziotto stile anni settanta che fa selezione, una porta automatica rotta, una macchinetta per le foto rotta e dopo 3 ore di coda ti senti dire che il passaporto non te lo possono concedere perché la carta dell'empadronamiento ha 3 mesi e un giorno e non 3 mesi. In piú ti hanno messo la multa alla macchina perché dal consolato quando entri non ti fanno uscire per ragioni di sicurezza e il parchimetro non accetta piú di un'ora alla volta. Tutto questo tenendo conto che per farti il passaporto il nostro consolato ci mette 5 mesi, 5, e che apre tutte le mattine fino alle 12, in una cittá con le distanze e gli orari di Madrid. Per la prima volta in vita mia ho perso le staffe: "ecco perché l'Italia non funziona". Sicuro che il giovane ristoratore domani avrá cambiato idea e sará piú positivo...anche se OT, spero che il mio sia interpretato come un invito a tenere duro

07 Ago 2008 | ore 13:15

Salve direttore
Sono anch' io un giovane chef con un ristornate e la fatica per proporre la propria idea di cucina è faticosa da portare avanti facendo quadrare i conti, cmq non dispero e mi rimbocco le maniche.un unica cosa che mi da fastidio è che anche voi delle guide dovreste valutare i ristoranti anche dal loro potere economico perchè è facile per uno chef fare un super ristorante con tante belle materie prime e personale se alle spalle ha un potenziale economico importante.

07 Ago 2008 | ore 13:19

Io non sono tanto sicuro perché tira una brutta aria e non è solo questione di soldi, è che si incomincia a pensare che non ci sia nulla da fare, che nulla cambierà.
E se sei giovane ti senti veramente impotente e disperato.

07 Ago 2008 | ore 13:21

Purtroppo il fenomeno della chiusura riguarda anche aziende vitivinicole, soprattutto di piccole dimensioni di ex conferitori di uve disperati dall'abbassamento dei prezzi. Eppure la crisi è anche opportunità.Per esempio: in Penisola alberghi e ristoranti al top non soffrono, è la fascia appena inferiore in affanno per la mancanza di turisti americani di media propensione alla spesa. Poi, sotto i dieci euro, funziona tutto alla grande. Un momento molto difficile per chi sta in trincea. Il punto è, qualunque cosa si faccia, partire da quanto la gente è disposta a spendere e non dalle proprie idee astratte per quanto buone possano essere. L'idea che sto maturando è che bisogna ripartire dai prodotti e dai piatti base della tradizione italiana.

07 Ago 2008 | ore 13:42

Premetto che a me, da cliente, sembra allucinantemente faticoso gestire un ristorante - però spero che qualcuno continui ad aver voglia di farlo, se no poi io dove vado ad assaggiare cose buone? ;-)

Sono appena tornata dalla Francia dove in 15 giorni abbiamo speso circa 300 euro per dormire e circa 900 per mangiare (tanto per ricordare che ognuno può dividere il suo budget vacanziero come gli pare!).

Devo ammettere che ho trovato veramente una vastissima scelta di locali non troppo costosi (non abbiamo mai raggiunto i 50 euro a testa tutto compreso), esteticamente piacevoli e curati, con un servizio efficiente gentile e che bada alla sostanza, menu leggeri di 2-3 piatti. Per me è il massimo!!!
Oppure idee simpatiche come il bar vicino al mercato che a mezzogiorno ha un banchetto gestito direttamente da un produttore che ha il banco al mercato, o alla sera per l'aperitivo metteva un barbecue davanti al locale e offriva 15 kg di sardine appena cotte a tutti i clienti. Pensavo: certo che si danno da fare, fanno le cose bene 'sti francesi.

Però mentre mangiavo mi guardavo intorno, e pensavo anche quello che leggo e sento dire in Italia e pensavo che forse qui gli stessi locali probabilmente sarebbero comunque vuoti perché alla gente non interessa provare cose nuove, vuole più roba nel piatto, se va sul lungomare vuole solo gli spaghetti allo scoglio e il fritto di calamari e gamberetti precotti oppure la pizza e non gli interessa neanche se sono fatti bene o no. E dall'altra parte invece ci sono i gourmet che misurano i cm quadri del bagno e si lamentano dappertutto se il cameriere è un po' sudato, se il bicchiere ha una macchiolina, se c'è un puntino storto nel piatto. Poveri cuochi!!!

07 Ago 2008 | ore 13:47

p.s. la spesa che ho indicato qui sopra per le mie vacanze era il totale in due, quindi 150 euro a testa per dormire e 450 per mangiare in 15 giorni. :-)

07 Ago 2008 | ore 13:51

si parla di creatività dello chef...ma de che!!! la maggior parte si dedica alle carbonare, cacio e pepe, cannelloni e matriciane...questo il cliente vuole... a Roma così gira il mercato...ditemi che non è vero!!!??? e se ti ribelli perchè vuoi fare l'artista ed innovazione il propietario ti cazzia... altrimenti non batte cassa. Quindi devi farti coraggio e con le politiche giuste e piccole raccomadazioni ti apri un locale...ci provi...e buona fortuna

07 Ago 2008 | ore 13:57

Siamo alle solite... imprenditori e cuochi due lavori e due formazioni / predisposizioni diverse.

Ma questo vale in tutti i settori in tutti gli scenari della libera professione. Prima di tutto bisogna essere imprenditori di se stessi... E nella ristorazione come in altri ambiti conta di più il talento imprenditoriale che non il talento ai fornelli OGGI , in passato evidentemente NO... o non era fondamentale come oggi.

In questi due anni di girare la "ristorazione di eccellenza, mi è anche capitato di incontrare più di qualche chef "stellato" che ha preso e prende per il culo tutti, compreso il sottoscritto fino a un certo periodo. Chef che non sono capaci di cucinare ma che hanno assunto qualcuno appositamente per questo... però sono stellati... quindi lavoricchiano più degli altri, e sono dei bravi imprenditori di loro stessi perchè si sanno vendere bene MEDIATICAMENTE e nelle relazioni con le guide in particolare...

SI quando sei un BRAVO cuoco ma ti mancano queste caratteristiche, nel sistema mediatico di oggi ti passa veramente la voglia e lo posso capire...


Se potesse smettere lo farebbe... bene. Per poi fare cosa ?

Se è davvero un bravo cuoco trova almeno 5 grandi hotel in Italia e fuori che gli offrono subito un posto da executive chef all inclusive, e si dimentica delle banche, del commercialista, dell' inps e degli f24 in genere .

@Marco Migotto

Vero... nella ristorazione di eccellenza (Top 250-350)
ci sono colossi come nel calcio Juve-Inter-Milan, che dispongono di grandi budget e perdono ogni anno grandi soldi, e per tornare alla ristorazione poi ci sono le provinciali che giocano nello stesso campionato dove i clienti/tifosi sono ugualmente esigenti che se non trovano 10 cuochi 10 camerieri una cantina da un milione di euro tovaglie di lino stirate e champagne millesimato offerto, si lamentano...

VG.

07 Ago 2008 | ore 15:11

Direi che è l'attività di impresa in genere che è impegnativa e che in periodi di vacche magre come l'attuale risente della congiuntura economica. Non parlerei della ristorazione in quanto tale che resta a mio giudizio un settore che mediamente tira e che mediamente premia chi lo fa bene. Anzi spesso premia anche chi lo fa male. Ovviamente sono benvenute tutte le eccezioni che confermeranno la regola.

Ad Majora

07 Ago 2008 | ore 15:13

Smettere di fare....(potremmo metterci qualsiasi attività), perchè fare impresa non vuol dire essere bravo in qualcosa.
Ci sono persone che dovranno fare per sempre i dipendenti altre invece che nascono imprenditori.
C'è gente con tanti soldi che è fallita ci sono altri che da zero hanno creato aziende di successo, è il mondo ma non solo quello della ristorazione, chi non riesce ad anticipare i cambiamenti 90 su 100 rimane fottuto.

Per gumbo: ma per 10 euro a notte dove hai dormito? è solo curiosità

07 Ago 2008 | ore 16:28

Quoto Migotto, sono un giovane cuoco-proprietario anche io, e negli ultimi tempi è diventato davvero impossibile andare avanti, ho impegnato tutto di me per aprire il ristorante, e adesso per poter andare avanti impegno anche qualcosa della mia famiglia, questo solo ed esclusivamente per amore e passione per il lavoro che faccio, e per le soddisfazioni che dovrebbero arrivare da chi ci giudica, ed è proprio per questo che una bella distinzione fra chi và avanti solo con le sue forze e chi invece ha papà Hilton alle spalle andrebbe fatta....
Non pecco di presunzione ma sono sicuro che anch'io avendo a disposizione badget illimitati e personale qualificato a volontà, senza pensare ad altro che non sia cucina, qualcosa di buono anch'io la tirerei fuori...
Voi dal vostro canto, sign direttore, potreste darci una mano enorme,sarebbe ora di iniziare a pensarci...

07 Ago 2008 | ore 17:22

@antonio1972, per una media di 10 euro a notte ho dormito in tenda. Che a me tra l'altro piace, mentre un alberghetto anonimo e mediocre mi rattrista (oltre al fatto che comunque costerebbe di più). Anzi, 7 euro a ntte al primo campeggio, in mezzo al verde e al silenzio e con tutte le bellissime strutture anni '30 (all'epoca era un prestigioso stabilimento balneare sulle rive dell'Isle), con bar, sala da ballo, sala dei giochi, trampolini, moletti per le barche) con giusto un po' di patina del tempo a renderle più affascinanti. E ogni domenica concerto jazz di musicisti bravi (gratis), vasta scelta di bevande, vini e birre serviti ognuno a temperatura e con bicchiere appropriato. Siamo proprio dei "low cost snob"! ;-)))

Comunque per stare più in tema a me continua a restare il dubbio che le idee che in Francia sembrano funzionare abbastanza bene, in Italia non avrebbero altrettanto successo. Tra l'altro di italiani - a parte una coppia di cinquantenni romani nel campeggio - non ne abbiamo incontrati, dove siamo andati noi (nelle vie da acchiappaturisti a mangiare pizze orribili e fritto di pesce invece sì). :-(

07 Ago 2008 | ore 18:01

Non è tanto la questione delle prime curve strette. Questo oggi riguarda qualsiasi impresa commerciale dal ristorante alla piccola casa vinicola come coferma luciano. I tempi son tosti e il vil denaro scarseggia.
Se parliamo invece del giovane chef a colloquio con il direttore immmagino che debba essere uno di quelli in gamba, uno di quelli che aspirano a gamberi cappelli e stelle. Veramente la sua fatica deve essere stata immane. E trovarsi con due tre coperti al giorno dopo tanto sudore viene veramente da sconfortarsi e da ripensare. Ma non tocca soltanto a lui il ripensamento. E' veramente il caso di rimeditare sui modelli proposti e sostenuti finora in modo esclusivo. Largo dunque al low cost di qualità: tradizionale o innovativo che sia.

07 Ago 2008 | ore 18:40

Negli UK (ma immagino che le statistiche siano simili o peggio per l'Italia) un terzo delle nuove imprese fallisce entro tre anni: impressionante, no? La verita' e' che fare l'imprenditore e' davvero difficile, in Italia e dovunque.

Uno chef/patron deve poi avere qualita' davvero speciali appunto perche' la sua professione richiede di combinare il talento tecnico/creativo con quello imprenditoriale e con forti qualita' di leadership. Un po' come un calciatore che fosse anche proprietario della squadra (pero' non vorrei ritrovarmi Berlusconi centravanti...).

E per i piu' il rendimento economico e' accettabile ma non e' in media meraviglioso se paragonato agli enormi sforzi e al talento necessari; per fare soldi, ci sono sicuramente modi molto piu' facili.

Pero', io tendo a credere nel verdetto del mercato: fra quelli che non ce la fanno, si trovera' chi ha avuto sfortuna, ma la maggior parte hanno semplicemente fatto una scelta sbagliata. Concordo con Gagliardi che in media chi fa bene il proprio lavoro viene ripagato, perfino in Italia. Se uno si ritrova con 2-3 coperti, vuol dire che sbaglia.

Girando il mondo si incontrano bravi connazionali che si sono adattati ai mercati locali, piu' difficili e con gusti piu' strani di quello italiano. Quelli che trovano l'Italia ostile - e che non sono alte, svedesi e bionde, verrebbe voglia di aggiungere ;-) - hanno considerato di provare all'estero? Io nel mio dolente campo (non imprenditoriale) l'ho fatto, e anche se vivere a Londra presenta le sue durezze, e' stata una scelta giusta. C'e' spazio da queste parti per giovani e bravi chef italiani..
PS: @Gumbo: per me le pretese sono commisurate a quello che pago. Dalla signora Franca Merz a Baselga di Pine' che fa il coniglio farcito buonissimo a 13 euro non mi importa nulla della presentazione, ma dallo stellato Locatelli a Londra che il coniglio lo fa pagare 26 sterline pretendo che non ci sia una virgola fuori posto ne' nel piatto, ne' sul tavolo, ne' in sala, ne' in bagno!

07 Ago 2008 | ore 18:46

Domanda: ma se la gente alla fine vuole spaghetti allo scoglio e calamari fritti, piuttosto che rimanere vuoti/perdere soldi/chiudere non sarebbe meglio proporre degli spaghetti allo scoglio fatti come dio comanda e dei calameri fritti, fritti come dio comanda? Perchè fare i testardi e continuare a perdere i soldi facendo i creativi? Forse servono bravi esecutori e meno compositori. Si continua a parlare di crisi però non leggo mai DUE RIGHE su una analisi seria di mercato, fatta con tecniche serie e che permetta l'analisi di dati utili. Chef, cuochi, giornalisti, gourmet, riviste ecc. ecc. parlano sempre per sentito dire, sulla base di sensazioni soggettive, fiutando l'aria. Non è forse giunto il momento di essere imprenditori e analizzare le cose prendendo i tori per le corna?
Detto toscano: il bisognino fa trotterellare la vecchia...

07 Ago 2008 | ore 19:13

Anch'io ho riversato soldi (tanti),energie ed entusiasmo infinito,per aprire il "posto" per gaudere tutti insieme,una particolarissima osteria su un pontone galleggiante sul Po.Ma caro Direttore
Lei mi ha anticipato con questo post,perchè si avvicina l'apertura e qui da noi tira una brutta aria.Tutti a dirmi(vedrai che successo!!!!! sei una novità,tutti che mi consigliano i menu da fare,il prezzo,ecc.ecc.
Io so che sarà dura perchè la gente ormai........!!!!!
Il resto mettetelo VOI.
Io la strada la vedo già stretta.

07 Ago 2008 | ore 19:56

Anche io sono un giovane cuoco che da 2 anni ha un ristorante e in effeti, me la aspettavo, è dura perchè siamo finiti probabilmente in uno dei periodi più neri dove la gente ha paura di spendere ha paura del futuro .
Ci sono giorni che mi chiedo chi me l ha fatto fare però è dura e bisogna cercare di restare a galla
Certo io a mezzogiorno mi devo adeguare ai tickettari di corso sempione(milano) e dagli insalatone e prosciutto e melone e alla sera trasformo tutto e cerco di fare la cucina come so fare .

Certo che se la situazione non cambia sarà dura per tutti stare in piedi.

Infatti io ho fatto la scelta in extremis di stare aperto ad agosto proprio perchè devi stare aperto se non vuoi crollare

un saluto
andrea alfieri

07 Ago 2008 | ore 19:59

Leggere le ansie di molti giovani ristoratori mi fa una strana impressione: da un lato è bello che abbiano voglia di far sentire la loro voce e manifestino la volontà di resistere, dall'altro il periodo difficile mette a nudo tutte le manchevolezze.
Ha ragione Fassone, non si può parlare e tantomeno prendere decisioni sulla base di sensazioni, di semplice passione.
Cosa vuole la clientela di Corso Sempione?
Il barcone sul Po è fatto pensando a chi, con quale menu?
Ma basta saper cucinare bene? E cosa è cucinare bene?
Il pubblico non è unico, è segmentato e aprendo un ristorante si fa anche e soprattutto una scelta commerciale e quindi sarebbe importante un'analisi e una ricerca preventiva.
Certo, con la situazione così difficile penso che la cosa migliore sia raccontare storie vere, con luci e ombre.
Se qualcuno vuole incominciare ad anticipare qui un suo racconto, avanti, coraggio, credo che tutti abbiamo voglia di leggere.

07 Ago 2008 | ore 20:30

Fassone. Lo sai quando varia il costo dei calamari freschi durante l'anno?
Se vuoi fare uno scoglio serio che ci metti il surgelato del Marocco o della Tailandia?
I prodotti buoni e freschi costano, a parte la creatività del cuoco.
Forse è quello che si paga meno il sudore del cuoco, i costi maggiori sono nei prodotti, però si possono fare scelte diverse.
Utilizzare prodotti meno pregiati ma buoni lo stesso, non ti aspettare i calamari ad Aprile, forse a Settembre si, non chiedere tartufo bianco, aspettati scorzone estivo.

07 Ago 2008 | ore 20:48

SEPE. Facciamo finta che io sia un tuo potenziale cliente. Anzi, che io rappresenti la categoria dei tuoi potenziali clienti. Se fosse così (naturalmente ho ben presente quello che dici) delle tue domanda a me non me ne fregherebbe un tubo. Non sei tu che devi fare domande a me, sono io che rappresento UNA DOMANDA DI MERCATO per il tuo business. Dunque cerca di soddisfare la domanda, trova ottimi prodotti surgelati in marcocco, tailandia o dove ti pare, usali, INTERPRETALI. Non devi creare. Se tutto questo non ti è possibile allora devi cambiare mestiere altrimenti perdi soldi, non ti fai la pensione, non fai studiare i figli. Oppure cambia zona/area/paese e cerca una DOMANDA DI MERCATO a cui puoi rispondere con il tuo lavoro e la tua creatività. Tutto il resto, credimi, non conta. Anche se personalmente posso capire perfettamente le tue domnande e i tuoi dubbi.

07 Ago 2008 | ore 21:02

@fassone: ottimi prodotti surgelati?? non è una contradizione nei termini?

07 Ago 2008 | ore 21:59

Sono al mare e vi leggo tra una minestra di fagioli fredda, un'insalata e uno champagne. I miei commensali dicono che i giovani cuochi si vergognano di fare i piatti tradizionali e quindi sbagliano a vendere il loro ristorante.
Io nella parte del difensore dei giovani cuochi, contrattacco. Mi sento un po' patetico perchè l'obiezione che mi fanno é che in un ristorante si torna perchè si sta bene e dove non capisci i piatti é difficile tornare... Per un iPhone intervento troppo lungo :-)

07 Ago 2008 | ore 22:18

Sì però è come dire che nei locali (e nei festival, nei campeggi e nelle piazze e in ogni angolo esistente) dovrebbero suonare solo cover band-cloni di un gruppi famosi perché se non conosci già i pezzi non li puoi cantare e ballare. E' vero che la gente di solito reagisce con più entusiasmo alle cose più familiari (musiche o piatti che siano). Però ci può anche essere chi si annoia a sentire sempre le stesse cose; senza contare che prima di diventare conosciuto, un pezzo o un piatto, qualcuno ha avuto il coraggio di crearlo e proporlo.

07 Ago 2008 | ore 23:02

prodotti surgelati, piatti ovvi, pubblico conservatore, per i giovani cuochi é sempre più dura :-)

07 Ago 2008 | ore 23:11

E' normale che se non rispondo ad almeno una richiesta del mercato son destinato a morire, ma neanche posso essere aperto per far mangiare, gratis o ultrascontato,fino a scoppiare , i miei clienti che vestono griffato, che hanno il telefonino privato di Dio e poi vogliono spendere un euro per un Sauvignon LA FOa.

Non credo che i giovani cuochi siano tutti Hi Tech c'è anche chi innamorato del proprio territorio lo ripropone a tavola con tutte le sue tradizioni.

Io mi appresto a cenare ora , non posso competere con lei direttore sullo champagne, stasera vado ad acqua, ma è da oggi che ho un desiderio del pane strofinato con i pomodori (pomodori peperoncini e basilico di mio suaocero, pane di Ambrifi e origano di un mio amico di Ventotene), cicoria e fagioli e qualche marzolina prodotta qui in zona.
E' la mia cena ideale in questo periodo dell'anno, mi ricorda quando si cenava in campagna da mio nonno, quando il pollo e le lasagne si mangiavano la domenica.

Altri tempi altre problematiche, spero che un giorno mio figlio abbia un buon ricordo della sua infanzia come ho io oggi.

07 Ago 2008 | ore 23:32

Fassone.
Sul mio lavoro non ho molti dubbi, cerco di fare il mio massimo di non dare fregature e di soddisfare le domande dei clienti ( quando ne fanno).
Se una donna tichiede la pasta al pomodoro per la sua bimba, e dopo 1 minuto ti chiede se è cotta la pasta, dopo un altro minuto te lo richiede, aspetta qualche secondo e poi si lamenta della lentezza del servizio; ti vien da pensare che le donne a casa non cucinano più,non sanno neanche i tempi di cottura della pasta, e che sono abitaute alla pasta precotta .
Io son pronto a rispondere alle domande dei miei potenziali clienti, ma ne trovassi uno che ha qualche idea o domanda, seguono tutti degli stereotipi.
Hai perfettemante ragione nel dire che se non riesci a soddisfare l'equazione domanda e risposta lascia perdere.
Vuol dire che ci standardizzeremo tutti, e passerò a preparare mc chicken in sequenza da catena di montaggio, almeno avrò una certezza per il futuro di mio figlio.

07 Ago 2008 | ore 23:44

Certo che dare torto alle lamentele di questi giovani rimane difficile.
Qundo ho iniziato ad imprendere in questo settore, il 90, era tutto piu' agevole: c'era piu' curiosita' da parte dei clienti, gli affitti e le utenze erano dimezzati rispetto ad ora, gli indici di guadagno erano maggiori e il personale costava meno, come il cibo...insomma un quadro generale molto piu' positivo per poter crescere nel proprio ambito.
Ora la situazione e' sotto gli occhi di tutti: costi proibitivi per acquistare il cibo di qualita', affitti spropositati, utenze fuori norma ecc ecc.
Piu' che ristoratori bisognerebbe essere laureati alla Bocconi in economia per pianificare i costi delle nostre aziende.
Non ultimo problema, Direttore, il discorso dei rami secchi che purtroppo io la vedo come una selezione naturale si', ma che coinvolgera' tanti di quelli che come me e come noi, imprenditori di noi stessi e senza capitali terzi importanti alle spalle , quelli che maggiormente ora sono in sofferenza con le banche o altri creditori.
La stessa cosa non accadra' a chi invece ha alle spalle un' investitore solido e che non ci deve vivere con il ristorante, e sono la maggior parte.
Basta fare un conto degli ultimi 5 anni di nuove aperture a Roma per avere il polso della situazione.
Io credo seriamente che se continuera'cosi'si abbassera' di molto la proposta di qualita' a favore di posti alla moda e con una cura del cibo prossima allo zero.
Spero di sbagliarmi ....

07 Ago 2008 | ore 23:59

guardate che se si insiste a dire che la colpa è tutta del consumatore che oramai non distingue più un fico secco i problemi rimarranno sul tavolo irrisolti. Il lavoro da fare è un altro. Chef, siete fortunati perchè partite da un mercato consolidato: nel senso che tutti devono mangiare a questo mondo. A casa o al ristorante. Bisogna forse ricominciare a ragionare da capo, come si faceva nei compiti di matematica quando l'espressione algebrica non dava il risultato giusto. Inutile cercare l'errore a casaccio qua e là...l'unica maniera è ricominciare a lavorarci da capo. E la soluzione non sta nella standardizzazione e tanto meno nelle catene MC di montaggio.

08 Ago 2008 | ore 00:22

I linguaggi sono diversi tra Fassone, Sepe, Dandini e Alfieri perché un conto è avere un ristorante a Roma, un altro è provare in una piccola città di provincia, un conto è iniziare sottocapitalizzati e altra cosa è lavorare per soci ricchi e intelligenti. Tralascio le grandi catene, quello è un altro discorso.
Di solito senza capitali e con un budget fatto a spanne si pensa che il mondo riconoscerà la bravura del cuoco. No, i tempi sono cambiati, non basta essere bravi, bisogna riuscire ad essere visitati da un pubblico del passa parola, bisogna insomma riuscire a far parlare di sè e questo è difficile.
Certo, noi giornalisti potremmo fare di più ma bisogna avere chiaro che per emergere bisogna avere l'ossigeno-denaro bastante a un progetto che vada oltre il classico programma esemplificato dalla frase "gli faccio la mia cucina" perché ce ne sono altri venti con la stessa offerta.
E se "la mia cucina" è solo corretta, solo buona è molto meglio mettersi l'animo in pace e, se i conti non tornano, prenderne atto e chiudere.
In America si fa così, da noi ci si svena, si coinvolge la famiglia e poi...

Ps Il mio Champagne era buono ma costava meno di quasi tutti i buoni spumanti italiani. La minestra di fagioli era molto buona, l'avevo fatta io :-))

08 Ago 2008 | ore 00:43

Ci sono 2 categorie di ristorazione. C'é chi inizia per passione (ed é il caso del mio compagno e mio) e c'é chi lo fa per soldi (e basta affacciarsi in una delle mille pseudotrattorie a Roma). Se si fa parte della prima categoria, certo, un concept solido del ristorante ed una bella schiera di investitori sono le 2 cose che fanno la differenza tra la vita e la morte. Se il pubblico romano (a cui ci rivolgiamo) vuole la cacio e pepe, beh, se la puó andare a prendere ad ogni angolo. Da noi si viene solo per provare nuove cose. So perfettamente, anzi il mio compagno sa perfettamente che se volessimo far soldi basterebbe che inserissimo una amatriciana, una cacio e pepe ed una bella tagliata. Oh, una bella insalata di funghi porcini o ovoli. Licenzieremmo tutto il personale che certosinamente abbiamo trovato, educato e mantenuto ormai da anni e assumeremmo bassa manovalanza. Avremmo risolto un potenziale problema di cash flow. Ma non é questo per cui troviamo la forza di andare a lavorare ogni giorno. Quando ci irritiamo é quando vediamo i ristoranti che appunto propongono piatti della tradizione ben eseguiti elogiati dalle "autoritá competenti", ovvero guide e show televisivi.
Il paradosso é che poi si tenta di screditare la michelin, sostenendo che privilegia i ristoranti francesi rispetto a quelli di ogni altra nazione ed in particolare l'Italia, ma poi tutti elogiano il modello francese invitando l'Italia a prenderne atto.

In ultimo, ormai, come dice il direttore, non basta piú la bravura del cuoco. Il marketing rappresenta una colonna portante della riuscita del ristorante. E non sia mai a farlo notare!

08 Ago 2008 | ore 02:18

Se uno fa "la sua cucina" questa cucina dovrá riferirsi a qualche scuola o tradizione, mica viene dall'iperspazio.
Il problema é quello di trovare un pubblico e far sapere che si esiste.
Mi sembrano azioni necessarie per qualunque azienda-ristorante.

08 Ago 2008 | ore 08:06

Fassone e sepe hanno purtroppo ragione, e mi spiego: bisogna in effetti ricominciare da capo e partire dall'inizio dell'equazione; è proprio nell'inizio dell'equazione che sta l'errore, nella domanda di mercato...tutti esperti gourmet che dopo 5 minuti che si sono seduti ti chiedono se il risotto è cotto, che per dessert vogliono due fette d'ananas con il maraschino e di contorno l'insalatina, guardi di secondo potrebbe farmi un filetto alla griglia ben cotto....Se volete mangiare statevene a casa o se volete mangiare determinate cose andate dove sapete di trovarle, al ristorante (trattoria, osteria etc....) si va per fare un'esperienza, non per nutrirsi.Probabilmente una seria educazione alimentare e un po' di economia domestica farebbero bene a una popolazione sempre più obesa, pubblicità-dipendente e immersa in un benessere falso e ipocrita.E allora poi il risultato dell'equazione tornerà a chi avrà studiato bene l'algebra, gli altri continueranno a fare errori. Ma questo è solo il mio pensiero...

08 Ago 2008 | ore 09:27

L'unica cosa che non ho capito dell'interessante intervento di anon è: perché vi arrabbiate quando guide e show televisivi elogiano i piatti della tradizione ben eseguiti? Perché mai non dovrebbero? Meno male che c'è ancora qualcuno che li fa bene - sono una ricchezza, mica bisogna abolirli.

Quello che a me non quadra è che quando si parla di ristoranti fuori dalle pubblicazioni/trasmissioni enogastronomiche si tende a ridicolizzare tutto ciò che non è tradizionale, parlare di cibo in modo superficiale e ripetere che "gli italiani" (categoria che non esiste perché include individui completamente diversi fra loro) non possono più spendere per cose superflue come mangiare fuori e mangiare bene.
Però poi un'altissima percentuale fa la pausa pranzo al primo bar che propone piattini precotti oppure di riempie la casa di piatti preconfezionati che costano un occhio della testa. E comunque di dati precisi e scientifici sulla situazione ne girano pochi come diceva Fassone.

Quindi, comunque, una raddrizzata anche al mondo dell'informazione e ai clienti che viaggiano su binari senza mai porsi domande, non ci starebbe male!

08 Ago 2008 | ore 09:35

Leggo con interesse e in qualche modo faccio parte della folta schiera dei giovani cuochi imprenditori che hanno deciso di dedicare una bella fetta di vita e di fondoschiena a questo difficile ma meraviglioso mestiere. Ho fatto il cuoco per gli altri con alle spalle poco e nulla e anche con una super-compagni alle spalle. Mi chiedo cosa farei se non facessi il cuoco e l'unica risposta che riesco a darmi è il cuoco. Essere imprenditori ed esserlo di se stessi penso e ne sono sicuro è difficile, difficilissimo, qualsiasi strada si decida di percorrere. Che poi ci sia gente che lavora poco e guadagna molo come alcuni vogliono farmi credere beh .... Ci credo poco

08 Ago 2008 | ore 09:43

nei commenti di ANON e MORGANTE ci sono affermazioni che cozzano completamente con quello che dovrebbe essere un sistema efficiente di analisi di crisi. Siete ristoratori, il vostro scopo e il vostro business è dare da mangiare alla gente. Ribadisco, fare un'analisi della DOMANDA e dell'OFFERTA cercando di costruire un sistema che sia in linea con i vostri obiettivi economici e equilibrato con la missione e la visione del vostro lavoro. Intutto questo non possono starci affermazioni del tipo "Se volete mangiare statevene a casa..." oppure "ci irritiamo é quando vediamo i ristoranti che appunto propongono piatti della tradizione ben eseguiti...". E' una miopia pazzesca da parte vostra e l'incazzatura violenta che avete nei confronti del vostro pubblico rischia di ritorcersi contro di voi.

08 Ago 2008 | ore 09:57

La burocrazia oggi ti costringe a fare due lavori in uno, quando quello che hai scelto per passione e volontà ti assorbe già la totalità delle tue energie. Oltre alla fatica ti devi anche preoccupare di essere congruo per il fisco e che tutto ciò che hai, dai tavoli alle stoviglie sia proporzionale al numero di clienti e all'incasso.
Ti trovi poi il locale vicino che cambia gestione ogni anno e se ne infischia delle norme a cui tu ti attieni e ti fa concorrenza.
Mettici poi la crisi che impone a quasi tutti di consumare meno e il gioco è fatto.
A mio avviso in queste condizioni basta poco per scoppiare. Quando fatichi a pagare spese e investimenti, come fai a tirare fuori qualcosa per il rischio d'impresa.
Largo alle grandi catene.

08 Ago 2008 | ore 10:15

Vorrei ribadire il concetto, caro Fassone, che da mangiare si da agli animali: il ristoratore non deve dare da mangiare, altrimenti sì che il suo compito è finito; tanto varrebbe andare a lavorare in una mensa self service, dove la gente va appunto per nutrirsi (e dove non è detto che ci sia personale che lavora male o fa schifezze, l'obiettivo è solo di altro tipo). La ristorazione deve trasmettere un messaggio culturale a un target in grado di percepirlo. E' come se il sottoscritto, digiuno di arte moderna, andasse ad una bellissima mostra e cominciasse a dire che fa schifo perchè non è in grado di capirne il messaggio: non credo l'errore stia in chi ha allestito la mostra, nè nel messaggio, ma nel ricevente. Andrò ad un'altra mostra, oppure se l'arte non mi piace dirigerò il mio interesse su altro. Oppure continuerò insoddisfatto a frequentare mostre d'arte moderna e a lamentarmene nei blog.Oppure mi verrà voglia di conoscere di più l'arte moderna per poterla apprezzare...Verrà questa voglia a chi invece di nutrirsi desidera qualcosa di più..?Chi crede nel lavoro di ristoratore spera sempre, penso, che chi sta seduto al tavolo desideri imparare qualcosa. In fondo sappiamo tutti dove va a finire quello che abbiamo mangiato, qualsiasi cosa sia, no...?

08 Ago 2008 | ore 10:26

tutto bene MORGANTE quello che dici. Perfetto anzi. Ma la tua frase "La ristorazione deve trasmettere un messaggio culturale a un target in grado di percepirlo" nasconde un bel tranello. Dai per scontato che il target sia formato. Mentre invece il tuo target lo devi formare tu, sei tu che devi indurre l'esigenza...visto che fai cultura e lo stato non ti sovvenziona. Sappi che nelle tecniche di marketing e comunicazione "L'ERRORE STA NEL RICEVENTE" è un affermazione che non esiste. O che va stratattata con le strapinze. E ribadisco che se continuate a riversare i problemi esclusivamente sui RICEVENTI invece di fare una seria analisi delle VOSTRE TRASMISSIONI rischierete di entrare a far parte dell'immenso stuolo di artigiani/artisti incompresi che vanno in giro affermando "la mia arte non è capita dal pubblico".

08 Ago 2008 | ore 10:40

Fabio, la tua spiegazione non fa una grinza. Però io capisco anche che se uno intraprende un'attività motivato da alcuni aspetti, poi non è facile essere così freddamente razionali da buttare all'aria la voglia di creare cose nuove, divertirsi cucinando ciò che piace, fare ciò che si crede giusto fare (usare il calamaro fresco e non quello surgelato thailandese) per seguire più ragionevolmente ma più tristemente "lo scopo del business" stando dietro al pubblico - che tendenzialmente deve essere come quello medio musicale; e tu puoi immaginare come definivamo noi frequentatori degli ambienti di nicchia... ;-)

Angolo della solidarietà emozionale chiuso, tutti di nuovo a ragionare seriamente per portare a casa lo stipendio, via! :-)

08 Ago 2008 | ore 10:41

correzione post precedente: "puoi immaginare come LO definivamo noi (il pubblico)"

E aggiungo però :non a caso tutti noi ci siamo messi a fare altro per campa'... :-/

08 Ago 2008 | ore 10:44

ps. a proposito del fatto che mangiare si da agli animali (detto in tono un pò dispregiativo come fa l'amico MORGANTE). MA lo sapete che i trend dell'industria cibo per animali sono in fortissima crescita e che stanno andando verso scatolette sempre più raffinate e elaborate. Avete visto ultimamente la pubblicità di una nota brand di cibo per gatti: una base di riso con sopra gamberetti al naturale e verdurine sfiziose. E il piatto sembrava montato da uno che ci sa fare... :))))
ATTENZIONE AI RICEVENTI signori...

08 Ago 2008 | ore 10:46

Gumbo, hai ragione e sai che la penso esattamente come te. Questo non toglie che nei momenti di crisi bisogna farsi delle grandi doccie fredde e capire cosa si può cambiare per fare quello che si ama fare. La disciplina non sta solo in cucina, negli ingredienti e nelle tecniche di cottura...ma anche nei termini in cui si affronta il proprio business. E se è business, business dev'essere.

08 Ago 2008 | ore 10:52

@Fassone
Non posso che darti ragione.
Analizziamo il problema insieme allora: ristorazione fascia alta: non mi interessano i commenti dei clienti, i ricavi coprono ampiamente i costi, la mia clientela è in grado di sopportarli e il supporto mediatico mi permette di agire liberamente. Chi non si può permettere di venire da me non si avvicina nemmeno perchè è cosa per pochi da entrambe le parti (ristoratori e clienti) ovviamente.
Ristorazione fascia medio bassa. Faccio quello che voglio da mangiare utilizzando la "roba" che costa meno, sfrutto il personale, faccio cassetto e se mi avanza qualcosa domani polpette al sugo. No comment...
E tutti gli altri? Quelli che hanno la fascia di consumatori più ampia da "soddisfare", che non possono mettere un cartello fuori con scritto il riso cuoce in 18 minuti, le fragole non crescono a dicembre, siamo a Vigo di Fassa e la tartare di branzino pescato stamattina nel pacifico meridionale faccio fatica ad averla? Come fa a definirsi un target? Quanto gli ci vuola a far comprendere un progetto che ha alla base una ricerca, una cultura un businness plan se vuoi, ma improntato ad un'idea che non è semplicemente un lavoro. L'insoddisfazione di un ristoratore non è di non essere diventato ricco, ma quella di non aver saputo fa apprezzare ciò che aveva dentro. Ma non sempre la colpa è di chi lavora onestamente. Le banche non hanno pazienza, la gente ha meno soldi ed è abituata a determinate cose che le riviste, la tv, le guide, quello che vuoi fa passare come il ristoratore...Così nascono le imitazioni dei grandi chef, le sofisticazioni alimentari, il non rispetto delle norme da parte di pochi che vanno a danneggiare chi si smena onestamente, ma non è abbastanza furbo da assomigliare a...e così chiude.Oppure si suicida perchè gli tolgono una stella....non scordiamocelo

08 Ago 2008 | ore 11:02

reciso che con non scordiamolo intendo che chi fa il cuoco lo fa per passione e non come un semplice lavoro

08 Ago 2008 | ore 11:06

A parte il fatto che la ristorazione alta di questi tempi ha il fiato corto, fa fatica, spesso fa pochi coperti, io penso che il mestiere del ristoratore, che non è quello del cuoco, sia un mestiere difficile se fatto bene.
Perché? Facile, la maggior parte dei ristoratori per ottenere un margine di guadagno taglia sulle materie prime, non dico fino a vendere il surgelato per fresco - anche se molti lo fanno - ma cercando sempre quello che costa meno.
Questi ristoratori esistono ma non riguardano questo dibattito.
Qui, come al solito, finiamo nella rarefatta nicchia - scusate l'odioso termine - dei cuochi per passione e ristoratori per missione.
Ne ho rispetto ma, caro morgante, siete pochi, molto pochi e non fate che l'uno virgola qualcosa se va bene.
Il distacco che si è scavato tra il pubblico e la ristorazione è anche colpa di un'informazione mediocre e urlata che cerca sempre e solo la notizia.
Qual è secondo loro la notizia?
Quello che ha mangiato la star di passaggio al Bolognese di Piazza del Popolo a Roma - salvo poi sbagliare i vini, un rosso preso per un bianco, ma chi se ne frega, non se ne accorge nessuno - il tartufo pagato 22.000 euro da Locatelli di Londra, la carbonara migliore di Roma fatta da un tunisino che finisce nella prima pagina del New York Times, ma solo dopo che c'è l'imprimatur Usa il caporedattore dice "vamme a vede' sto tunisino che cazzo combina...".
I mostri, insomma, perché la storia di lui e lei che costruiscono un gioiellino della ristorazione tra mille sacrifici è notizia demandata a noi del settore. E noi siamo letti da una nicchia di lettori - di nuovo scusa per nicchia - e il cerchio si chiude e si scopre che anche nella ristorazione "i diversi" fanno più fatica ad affermarsi ma sempre del conto economico dovranno tenere conto e del target e di quelle cose lì che sembrano essere, almeno in questa discussione, delle sovrastrutture.

Ps Il ristoratore che vuole smettere è uno che fa cucina tradizionale con amore e grandi materie prime e poca soddisfazione economica.

08 Ago 2008 | ore 11:26

Perchè? E' anche lui uno dei pochi utopisti? Non è capace? Fa il furbo con le materie prime? Fa il suo lavoro contro voglia? E' schiacciato dal sistema? La crisi economica? O è danneggiato dalle panzane sulla ristorazione che si sono propinate alla gente con tutto quello che ho detto sopra? Sembra dalle risposte che chi fa ristorazione per passione è un povero pirla incapace di vendersi, però poi è quello che le riviste come quella che ospita questa discussione cerca di difendere e salvare. Oppure ho compreso troppe cose io nel modo errato. E allora scusate se non credo nel budinness, nelle holding etc etc...Colpa mia (nostra)

08 Ago 2008 | ore 11:38

Questa non è una rivista ma il blog di Stefano Bonilli che da un bel po' di anni cerca di capire cuochi, ricette e annessi del grande circo della ristorazione.
La storia del Gambero Rosso, nel passato, ne è un po' la prova.
Ho visto cose che voi umani non potete immaginare, potrei aggiungere, parafrasando il mio film preferito, perché ai tempi della Nouvelle Cuisine i paladini del "ho la mia cucina" erano tanti e, salvo eccezioni, sono tutti naufragati.
Ora, morgante, potrei sapere in cosa consiste la vostra cucina? In cosa siete diversi?
Perché altrimenti si vola sempre nell'indistinto e io invece voglio capire, magari vi vengo a trovare, parliamo, quelle cose semplici che fa un giornalista :-))

08 Ago 2008 | ore 11:52

Una delle poche cose su cui mi trovo d'accordo con Bonilli e' che Blade Runner e' un film eccezionale.

Non e' facile trovare un ristorante di media fascia di prezzo dove si mangi davvero bene; magari materiali 'poveri' ma di otttima qualita' e trattati ad arte. (O voi invece lo trovate facilissimo?)

Mi sembra quindi che in linea di principio ci sia spazio, ma molto spazio, per chi, rinunciando a fare proposte troppo innovative che il pubblico non capisce, si preoccupa di cucinare bene piatti fortemente centrati sulla tradizione con qualche dolce variazione/innovazione 'da chef'. (Questo vorrebe dire educare il proprio target invece di criticarlo per non essere il target giusto).

Ma 'la gente non e' disposta a spendere per la qualita' '. Mah, secondo me non e' del tutto vero, spesso dietro a questa scusa si celano errori (di localizzazione, di scelta del menu, di gestione della sala) e anche, a volte, una capacita' culinaria non sufficientemente elevata da indurre i clienti a spendere un po' di piu'. Nell'unica realta' italiana che conosco davvero bene ho toccato con mano come la qualita' alla fine paghi.

Qualita' per inciso vuol dire anche una cultura del servizio che in Italia manca, come evidenziato da alcuni interventi. Se il tipo vuole il filetto alla griglia ben cotto invere di fare il broncio si sorride e gli si fa il filetto alla griglia ben cotto, servito con un sorriso ancora piu' grande, perche' si e' contenti di far felice il cliente, magari inventandosi qualcosa per indurlo, la prossima volta, a provare qualcosa di meglio. 'Certo io a mezzogiorno mi devo adeguare ai tickettari di corso sempione(milano) e dagli insalatone e prosciutto e melone e alla sera trasformo tutto e cerco di fare la cucina come so fare.' Non riesco a immaginare una frase che esprima in modo migliore un atteggiamento sbagliato.

08 Ago 2008 | ore 12:35

@Gumbo: non dico mica che la categoria dei cuochi di cucina tradizionale debbano essere aboliti! Assolutamente! Sono la prima frequentatrice di trattorie. Dico solo che "altre" ristorazioni dovrebbero essere messe in luce e prese in considerazione come serie tanto quanto le tradizionali. Solo cosí si potrá avere un'equa distribuzione ed un incoraggiamento per andare avanti e far vedere al resto del mondo una cucina italiana di successo che non sia solo la carbonara (per di piú preparata da un non Italiano. E chi considera questa una nota di merito, rivedesse le proprie posizioni perché l'articolo del NY Times, a mio parere, non era tanto di elogio quanto di presa per i fondelli).

@ Fassone. Sebbene sia d'accordo in un discorso che sembra basato sull'equazione domanda-offerta (e chi potrá mai contraddirti su tale punto?!), non credo che "cambiare" il proprio tipo di ristorazione possa giovare alla cultura gastronomica nazionale in generale. Insomma, mi pare di capire, e correggimi se sbaglio, che a tuo parere poiché il pubblico italiano richiede un certo tipo di cucina bisogna fornirgliela senza correre invece dietro alle proprie convinzioni e passioni. Secondo me é proprio qui l'errore. Il famoso detto chi non risica non rosica puó essere interpretato liberamente nel caso specifico: ma se nessuno, e dico, nessuno provasse a fare qualcosa che non sia una semplice risposta alla domanda di mercato, non credi che il risultato sarebbe sorprendentemente spiacevole? Ovvero appiattimento dei gusti, livello medio basso per assenza di competizione. Per sopravvivere in chi crede in quello che fa richiede una notevole maestria (ed é quella che vedo nel mio compagno, non un ristoratore improvvisato) e a volte la necessitá di scendere a compromessi é fondamentale (evito la tartare-ce-l'hanno-tutti-e-fa-cosí-cucina-creativa- di tonno come la peste, ma il filetto in carta addá stá!). Ma questo non esclude la voglia e capacitá di portare avanti una "propria" cucina. Certo, un piccolo aiuto da parte di tutti, iniziando dall'editoria e finendo ai canali televisivi specializzati non farebbe male ;). In ultimo, si, noi ci consideriamo parte di quella nicchia di ristoratori che sceglie i prodotti buoni e che alla fine del mese di tasca propria va a comprare un gadget per il ristorante invece di un vestito per sé. E ci va bene cosí. Credo che prima di cambiare tutto in una trattoria, venderemmo tutto.:)

08 Ago 2008 | ore 12:41

@Man

perchè? se l'insalata è fresca ed il prosciutto di buon livello, non vedo nulla di male...la sera dovrebbe essere diverso, anche con la stessa clientela con più tempo a disposizione...
E non vedo nulla di male se un imprenditore decide, pur di far quadrare i conti, di "fare due cucine diverse"...anzi...

08 Ago 2008 | ore 12:53

minestra di fagioli director...ce l'ha messo il sedano? e il rosmarino? tiri fuori la ricetta...il dott. bonilli che cucina mi intriga... perchè non apre un'osteria?mitico... ma qualche cozzetta o vongoletta al mare? no?
beato Lei io tra qualche giorno vado a mangiare pipistrelli

08 Ago 2008 | ore 12:55

Non penso che si possa vivere solo di "o la mia cucina", ma si vive di tanti piccoli compromessi.
Ma è altrettanto vero che se perdiamo la nostra identità cosa ne sarà della tradizione culinaria italiana?
Come possiamo affrontare il solito e dannoso confronto con i cugini Francesi e Spagnoli se non proponiamo , se non proviamo se non riscopriamo le nostre tradizioni e non proviamo anche strade diverse?
Voglio avere in carta un piatto che risponda alle richieste del mercato, al mio modo di intendere cucina e che affondi nelle italiche tradizioni.

Quindi penso che comunicare, che trasmetere agli altri, incuriosire e far provare siano fondamenti di questo lavoro.

Il tutto con una sana autocritica, una sana gestione delle risorse , ed un'occhio sempre attento al mercato.

08 Ago 2008 | ore 13:23

@ Anon
Io la carbonara fatta dal cuoco tunisino che vive in Italia da 25 anni l'ho già descritta - oltre che averla battezzata la migliore di Roma - e anche il giornalista del NYT che è cliente dello stesso locale ho già spiegato cosa pensa e cosa ha scritto. I caporedattori italiani non leggono il NYT, sentono che...
Sulla cucina tradizionale e la cucina variata e personale e sul filetto che un cliente non dovrebbe mai chiedere pena la squalifica, penso ci sia ancora tanto da ragionare e sento che voi cuochi-ristoratori non volete capire.
Pazienza, col tempo ci chiariremo :-))

08 Ago 2008 | ore 13:42

Mi spiace signor Bonilli, ma non sono più ristoratore, sono rimasto vittima, insieme al proprietario del ristorante dove lavoravo, alla sua famiglia e alla mia, dell'idea di ristorazione che volevamo portare avanti.
Adesso mi tocca fare l'impiegato e cucinare per gli amici...
Sono però curioso della risposta alla domanda che le ho rivolto: perchè il ristoratore con cui ha parlato al telefono se potesse chiuderebbe?Perché?Perchè è così sconsolato?Volevo solo sapere questo.

08 Ago 2008 | ore 14:15

@anon, perché la "cucina tradizionale" diventa automaticamente "trattoria" e (alla fine della risposta a Fassone) a prodotti non buoni quanto quelli che proponete voi facendo sacrifici? Ci sono veramente confini così delineati fra i diversi tipi di cucina e tra una tipologia di locale e l'altra? Quali sono le caratteristiche che li distiguono e li differenziano, precisamente? (io non lo so) Si possono rimescolare un po' gli elementi e far uscire qualcosa che possa interessare/incuriosire più persone?

08 Ago 2008 | ore 14:34

Quanta piccola demagogia si fa. Conosco trattorie meravigliose, so i prodotti che acquistano e quanto spendono. Sono dei pazzi che lo fanno per passione.
La maggior parte degli osti, trattori e ristoratori alla poesia preferisce l'incasso.
Mi sembra logico e naturale. Io, poi, posso pensarla in modo diverso ma le cose che siete venuti a dire qui in sei o sette non sono rappresentative.
Un po' di realismo.
Nel mondo dell'informazione è la stessa cosa: alcuni, pochi, per puro piacere intellettuale non fanno le marchette, il resto o le fa o convive con chi le fa e fa finta di nulla.
Un po' di realismo :-))

08 Ago 2008 | ore 15:32

@Gumbo. Trattoria non voleva avere un'accezione negativa. Di Trattorie tradizionali e moderne che vale la pena di frequentare ce ne sono tantissime. Credo che associare il nome trattoria ad una cucina tradizionale sia più un'abitudine che altro. Quindi non attribuirei più valore di quanto ne abbia realmente.

@Bonilli. Mi spiace abbia preso il mio commento in maniera negativa. Quanto al cacio e pepe, so bene quello che ha scritto e quello che ha scritto il NYT, ma rimango della mia idea e mi piacerebbe vedere un giorno un articolo sulla pasta di uovo di Cracco come la migliore del mondo (e questo è solo un'esempio.Forse è vero che non ci comprendiamo, ma sono certo che un giorno lo faremo. In ultimo, non credo di aver mai detto che ci debba essere vergogna a chiedere un filetto. Nè tantomeno ad offrirlo. Ma il tema era la ristorazione e come cuoco preferisco di gran lunga cucinare e offrire un piccione piuttosto che un filetto, specialmente se poi la cottura è ben cotta. Nonostante ciò, proprio per i compromessi che necessariamente e senza vergogna bisogna accettare, se mi si chiede un filetto ben cotto o una pasta al pomodoro, sorrido e lo cucino.:)

08 Ago 2008 | ore 15:37

Cracco di articoli e foto - e adesso la pubblicità - ne ha fin troppi, il bravo cuoco tunisino fino al momento dell'articolo sulla migliore carbonara - non cacio e pepe - di Roma non se lo filava nessuno.

08 Ago 2008 | ore 15:47

Credevo di aver scritto che era solo un esempio. Non a caso ho preso proprio uno dei cuochi più famosi. Quanto al cacio e pepe, pardon, mi sono confusa di pasta poichè, come si sa, erano nello stesso articolo:)

08 Ago 2008 | ore 15:49

ma....io pensavo che stessimo lottando CONTRO questo realismo fatto di uniformazione, bisinness, profitto, marchette....invece è tutto "logico e naturale"; sono proprio io che sbaglio. Mi dimetto da contemporaneo.Scusate se ho disturbato.

P.S. Fatemi però sapere perchè, la ragione profonda per la quale il bravo, giovane ed entusiasta ristoratore vorrebbe chiudere...

08 Ago 2008 | ore 16:13

L'argomento e' molto interessante, un po' meno, a volte, l'individuazione del problema, dando per scontato che un problema ci sia.
Sicuramente alcuni ristoratori/chef di nicchia (direttore sfrutto la tua richiesta di clemenza per l'utilizzo del termine) possono commettere errori, possono avere una visione del mondo eccessivamente egocentrica, etc etc.
E' altrettanto sicuro che gli stessi errori commessi da chi fa cucina non di nicchia (ho pensato per 5 minuti a come definirla
ma la coazione a ripetere ha prevalso) producono effetti piu' lievi. Sbagliare un fornitore, incaponirsi su un ingrediente, sopravvalutare le capacita' di un dipendente in prova, in un ristorante di nicchia possono generare catastrofi.

Appurati gli errori dei ristoratori/chef vogliamo renderci conto che il problema piu' devastante e' la dimensione di questa nicchia che e' molto piu' angusta di quello che ci piace credere.

Senza fare gossip di basso livello, ma parlando di cio' che e' stato scritto sul forum e non smentito, solo a Roma quest'anno ha aperto e chiuso Ziro, che ha goduto di ottimi giudizi sul forum e di grande esposizione mediatica, Uno e Bino sembra avviarsi verso la fine della propria esperienza, e qualcunaltro fara' fatica a riaprire i battenti.
Non parlo bene della mia cucina, parlo delle cucine di cui tutti parlano bene. Tra i primi 20 ristoranti di Roma (in base ai voti GR) esclusi quelli di strutture alberghiere che pur avendo gravi deficit aziendali se ne possono fregare, il 70/80 % viaggia sempre sul filo del rasoio. Basta un vertice Fao di troppo, un presidente americano girovago o l'Italia che arriva in finale perche' i conti non tornino piu'.
Possibile che tutti questi ristoratori, cosi' bravi nel far da mangiare siano al contempo tutti incapaci di far quadrare i conti?
Direttore, saremo anche sei o sette (otto con me) e saremo anche poco rappresentativi ma siccome immagino che nel paragone con il giornalismo anche tu ti ponga nella schiera dei non marchettari iniziamo a pensare di stare dalla stessa parte e che la nicchia a cui ci rivolgiamo noi e' la stessa a cui ti rivolgi tu.
Anche quella nicchia e' poco rappresentativa ma e' quella che mi interessa e a cui mi voglio rivolgere. Se non ce la faro' anch'io mi aggiungero' alla lista dei caduti sul campo e il mio locale diventera' un altro acchiappa turisti in mano a qualcunaltro. Ma fino a quel giorno fatemi i complimenti perche' riesco ad andare avanti e non torturatemi perche' non comprendo il mercato.

08 Ago 2008 | ore 16:18

Difatti Roscioli non l'ha mai nominato nessuno tranne lei, Direttò ogni volta che può. Chi fa demagogia?!

08 Ago 2008 | ore 16:20

business
ecco. Mi fa talmente schifo questa parola che neanche sono capace di scriverla giusta.
Plaudo vivamente jbg.
E gli faccio i complimenti.
Teniamo duro.

08 Ago 2008 | ore 16:38

Lavori a pranzo, cena e tutti i fine settimana, trascurando inevitabilmente la famiglia per un margine che non è quello che dovrebbe essere. Il denaro non è tutto nella vita ma un minimo di gratifica economica quando lavori nei momenti in cui tutti si svagano e stanno coi loro cari mi sembra il minimo.
Fare ristorazione, dare da mangiare alla gente (da mangiare non si da solo agli animali!) è un lavoro che nelle gestioni piccole non rende adeguiatamente o non rende proprio. In più devi fare i conti con il rischio d'impresa, quello che ti stronca se fai male i conti.
Il "se potessi smettere lo farei" è più grave di quanto immaginiamo, denota quasi una costrizione a proseguire in un lavoro che non ti da ciò che dovrebbe ma ti impone di continuare per restare a galla.

08 Ago 2008 | ore 16:51

morgante mi ha fatto tornare in mente la frase che stava scritta sulle cassette pirata (di dischi pubblicati dalle major-multinazionali) che si vendevano in qualche centro occupato: affonda le galere del bu$ine$$ :-)))
Peccato che a pensarci bene, con calma e distacco, così facendo rischiano di affogare anche i galeotti.

Allora, si potrebbe riformulare il concetto senza usare i termini del marketing che a tanti fanno venire l'orticaria istantanea perché ricordano qualcosa di spiacevole, freddo, calcolatore vs sogni, poesia e ideali?

In fondo quello che tutti (noi clienti e voi ristoratori e tutto il mondo che ci gravita intorno) vogliamo non è trovare un il modo di essere tutti più contenti e soddisfatti? Perché invece siamo finiti tutti contro tutti (o quasi)?

08 Ago 2008 | ore 17:00

p.s. ovviamente il concetto che intendo riformulare non è quello delle cassette pirata, ma quello espresso da Fabio Fassone all'origine di parte di queste discussione

08 Ago 2008 | ore 17:14

A un certo punto si perde il filodella nostra discussione.

DUNQUE:

un ristoratore del nord riapre ad agosto e mi telefona manifestando propositi di chiusura. Di qui inizia il nostro dibattito, bello, ricco, interessante.

Quello che vuole chiudere è uno che fa cucina tradizionale, che cerca ogni prodotto, che ama il suo lavoro e il suo cliente.

Il panorama della ristorazione italiana nell'ultimo periodo è in affanno, come molti altri settori della nostra economia. Dentro questo affanno i giovani cuochi e i giovani ristoratori sono ancora più in affanno.

Non credo che ci sia stata da parte mia una presa di distanza da questo mondo, che io amo e che seguo da 35 anni, ma solo la sottolineatura di errori e ingenuità che rendono il lavoro più difficile. Arrivati a questo punto non ci si capisce più ma è solo scarsa attenzione gli uni alle motivazioni degli altri, al fondo c'è una visione comune di una ristorazione brava, entusiata ma scarsamente premiata dal pubblico.
Bene, io non penso che sia il pubblico ad avere torto se non varca la porta del vostro ristorante o non acquista in edicola il Gambero Rosso e a partire da qui dovremmo ragionare sulle difficoltà che si presentano e come superarle.

08 Ago 2008 | ore 17:23

@ Bonilli.
Ne' io avevo nessuna intenzione di prendere le distanze da te, ammesso che anche solo in parte tu a me ti riferissi.
Ero e sono convinto che siamo dalla stessa parte e condivido che insieme dobbiamo intraprendere un ragionamento che ci porti a inquadrare il problema se non proprio a risolverlo. Per quanto mi riguarda accantonerei subito la differenzazione tra cucina tradizionale o meno. In quest'ottica rende meglio il concetto di nicchia.
Quello che vorrei capire, con te e non da te, è qual è il giusto equilibrio tra le varie esigenze. Non sarà colpa del pubblico... ma neanche si può dire ancora che il cliente sia sovrano
qualsiasi esigenza abbia.
Se lasciamo scegliere al pubblico (inteso come contrario di nicchia in questo caso) la strada è chiara e la conosciamo tutti. Non è la conoscenza del mercato che ci difetta in questo momento, ma probabilmente la capacità di incidere anche solo parzialmente sulle scelte.

08 Ago 2008 | ore 17:41

Ma c'e', da parte di molti ristoratori, attenzione verso il cliente? Oppure a volte si scade in una ricerca di autocompiacimento?
Voglio dire che in fondo si va al ristorante per stare bene, e per mille motivi, a volte per lavoro, a volte con la famiglia e i bambini piccoli, non sempre per un esperienza gastronomica.
Si rendono conto i ristoratori di questo? Che il cliente va assecondato, aiutato, "fatto star bene"?
Avete provato ad andare in molti ristoranti italiani con tre bambini piccoli al seguito? E non sto parlando di stellati, ma ristoranti "normali". Fate il paragone con l'equivalente nordeuropeo: menù per bambini, bagni attrezzati per i cambi con sanitari appropriati, camerieri pazienti, no barriere architettoniche per i passeggini e simili.
E' una fetta di clienti, le famiglie con bambini, che ha paura ad andare in un ristorante italiano, perché nulla è pensato per loro.
Fossi un ristoratore approfitterei di questa mancanza e mi butterei nella nicchia di mercato. Ricordarsi questo, in igni caso: "Customer uber alles"

08 Ago 2008 | ore 17:54

Direttore grazie per l'intervento.
Finora ho "ascoltato" i pareri degli "addetti ai lavori", ma credo si sia andati da tutt'altra parte...

Rappresento, credo,il buon cliente, quello un attimino oltre la media...
Mi piace mangiar bene e bere altrettanto, cerco la qualità, ma non rifuggo dalle mode(tipo tonno-rosso-appena-scottato-che-tutti-c'hanno-ma-che-fa-tanto-tendenza), non mi ritengo facente parte di nessuna nicchia, se devo bere, tra una falanghina ed un viogner scelgo la seconda, ma se esco per cenare, non credo di dovermi preparare a ricevere "un messaggio culturale" e soprattutto di dover far parte di "un target in grado di percepirlo"...

Non è vero che 'la gente non e' disposta a spendere per la qualita', personalmente, meno potere d'acquisto=meno uscite, ma preferisco farne 2/3 in meno e concedermi qualcosa di "serio"...
Questo non significa solo "top" o solo "trattoria", dove sono sicuro di trovare qualità vado con piacere, pizza compresa...

Invece è vero, esiste ed esisterà sempre (ma credo faccia parte del gioco) il cliente impaziente, che, dopo 2 minuti dall'ordinazione chiede quando arriverà il suo risotto,ma, da un po' di tempo mi capita di sentire frasi del tipo:"signore, facciamo cucina espressa, prepariamo tutto al momento,ecc. ecc.", tutto questo senza che io abbia profferito parola.
Quindi, o la qualità del servizio non è scadente come si è detto, oppure sono tutti talmente prevenuti che prima che si possa parlare...

Ho letto:"Non e' facile trovare un ristorante di media fascia di prezzo dove si mangi davvero bene; magari materiali 'poveri' ma di otttima qualita' e trattati ad arte."
Io i posti così li vado a cercare, poi, se si è fortunati e lo si ha sottocasa...è chiaro, però che non si possa pretendere (cito a mo' d'esempio) il branzino pescato all'amo da poche ore in Alta Badia, ma lo speck che ti servono deve essere di qualità assoluta...

Credo che sia importante chiedersi, come giustamente lei fa notare, perchè le scelte dei clienti non sempre convergano verso la qualità (visto che tutti gli intervenuti l'hanno sbandierata ai 4 venti), del perchè, sono parole sue, "il pubblico non acquista in edicola il Gambero Rosso" (ma la "nicchia" che lo fa và ben oltre quell'uno virgola poco, aggiungo io).

Chiedo scusa, sono riflessioni disordinate, e può darsi che qualcuno abbia già scritto su quanto ho detto, ma, e ben venga, sarò ben lieto di essere di essere contraddetto.

08 Ago 2008 | ore 17:57

E' un momento di crisi generale che colpisce tutta l'italia, in tutti i settori, non solo la ristorazione.
Pensiamo all'introito perso da chi viveva esclusivamente di turismo americano.
Comunque anche negli anni passati i rietoranti aprivano e chiudevano con una certa frequenza, l'attuale crisi amplifica questi fenomeni ed accelera i tempi.

Di peccati veniali la nostra categoria, giovani che vogliono portare le proprie idee in tavola, è colpevole.
Troppo entusiasmo, troppo auto stima, poca analisi e basi di gestione.
Ma a fronte di questo, testardo come sono, non riesco a farmi capace che devo per foraza a tutti i costi uniformarmi alla richiesta delle masse.

Vorrei e tento tutti i giorni di fare un lavoro serio rispettando il mio life style ed il pensiero dei miei clienti.
Forse il cliente che prima veniva a trovarmi 3 volte a settimana ora viene tre volte al mese, ma questa situazione è frutto del momento .
Io cerco di fare lo stesso al meglio il mio lavoro e trovare il modo di esortare i potenziali clienti a venirmi a trovare.
Purtroppo non ho 400 coperti e quindi non posso puntare sul numero, ma posso puntare su un giusto rapporto qualità prezzo e su un servizio accettabile (che di questi tempi è già tanto).
Sono questi i momenti in cui decidere se mollare o stringere i denti aguzzare l'ingegno e traghettarsi verso giorni migliori.

08 Ago 2008 | ore 19:49

Mi hanno rotto le palle tutti i sapientoni che sanno come si fa a dirigere un ristorante, tutti bocconiani, nel senso tutti bravi ad usare la bocca, ma che non hanno mai investito un solo centesimo.
Sono due anni che tentiamo di vendere il nostro ristorante: vediamo quanti di tutti questi sapienti si fanno avanti.
E' facile digitare su una tastiera, tanto non costa assolutamente niente. Ed abbiate almeno il pudore di star zitti.

08 Ago 2008 | ore 22:52

Ehm...ho l'impressione che alcuni ristoratori non siano molto propensi ad uno scambio di idee. Forse nel mondo dell'enogastronomia gira proprio così: ognuno per sè, tutti contro tutti.

08 Ago 2008 | ore 23:35

@gumbo
anch'io ho l'impressione che alcuni clienti abbiano la stessa propensione.
stabilito che siamo in pochi a volerci confrontare si può provare a farlo senza attendere un plebiscito? :-)

09 Ago 2008 | ore 00:29

Si, si può fare il confronto anzi, qui lo abbiamo già iniziato e in un modo che mi sembra interessante.
Le resistenze sono quasi scontate ma parlare e ragionare non può che migliorare la situazione.

09 Ago 2008 | ore 01:31

Non avevo letto l'intervento di maurice il quale nel suo sito spiega l'itinerario che l'ha portato a vendere il ristorante che nessuno si vuole comprare.
Un intervento esasperato che parla più di qualunque discorso ma non dice il perché la storia del suo ristorante è finita così.
Solo colpa del pubblico?
Non lo credo e se ne avesse voglia potrebbe spiegarci le difficoltà dall'euro in poi per chiarirle a sè stesso e a chi legge e capire quanto è difficile fare l'imprenditore in questo settore.

09 Ago 2008 | ore 01:45

Io Maurice e il suo ristorante li conosco. E' un caso istruttivo.

Maurice e' uno chef eccellente. E' anche un ospite delizioso, e fa proprio la cucina basata sulla tradizione locale con variazioni interessanti che mi piace e che dovrebbe attirare le masse. E pratica pure prezzi onestissimi.

Il suo messaggio esprime la frustrazione di chi si arrovella chiedendosi perche' la sala non e' piena nonostante, ed e' vero, 'io faccia tutto bene'.

Pero' Maurice, ti devo dire sinceramente che (anche se avessi i soldi) il tuo ristorante non lo comprerei. Perche'?

Per un motivo molto semplice. Io e Woman siamo stati 5 mesi a Trento, andiamo spesso a mangiare fuori, ma quante volte siamo venuti da te? Una. Avendo la scelta, dopo aver lavorato tutto il giorno, fra il Menestrina nella Valle dei Laghi a 20 minuti e il Maurice nella Valle di Sole a un'ora di strade tortuose, e' chiaro che tendiamo ad andare dal Menestrina. E come noi molti che stanno a Trento.

E allora, fuori stagione, se non vengono dalla 'metropoli' (ehm), da dove devono venire i tuoi clienti? Tu avrai fatto questa considerazione quando hai aperto il ristorante: ma come hai risposto?

09 Ago 2008 | ore 22:06

Man solleva un'aspetto interessante, spesso si privilegia il locale più vicino, più comodo ai grandi centri abitati. Lo si fa soprattutto durante i giorni di lavoro, ma quando si cerca più tranquillità e una buona cucina si fanno anche le ore di strade tortuose.
Molti locali che sono un patrimonio per la gastronomia ed il turismo si trovano in posizioni svantaggiate e hanno meno afflusso di clienti, soprattuytto nei giorni lavorativi.
Che fa lo Stato? Li lascia chiudere tutti? Ci rendiamo conto di quale sarebbe il danno per il turismo e per la nostra società?
Il problema è che in uno stato normale chi si assume il rischio d'impresa dovrebbe essere messo in condizione di poter lavorare e avere reddito anche senza avere ogni giorno il locale pieno.

10 Ago 2008 | ore 12:39

@Carlo Zaccaria
amico mio, inguaribile romantico e utopista di un sistema amministrativo perfetto...hai presente la situazione Italiana vero? Scuole che non funzionano, università con diversi problemucci, ospedali in seria difficoltà, corruzione anche a livello degli organi di controllo, educazione musicale e artistica inesistente, educazione civica al minimo storico. Tralascio esempi più strettamente economici. E tu sogni incentivi/finanziamenti statali per chi non ha il locale pieno. Ti voglio bene!!! :-)

10 Ago 2008 | ore 15:24

dunque, sembrerebbe che il ristorante di MAURICE stia "in culo al mondo". Ora, caro Maurice, se così fosse mi fa specie il fatto che tu stia tentando di tirare un bidone a qualche bocconiano cercando di vendergli il tuo ristorante. Io non ho fatto la Bocconi ma la LUISS e ti posso dire con certezza che la variabile "in culo al mondo" è considerata - tanto per usare un termine markettaro - "punto di estrema debolezza" nell'analisi dei fattori di rischio DI QUALSIASI ATTIVITA' IMPRENDITORIALE dove la location è fondamentale per l'esercizio dell'attività. Ribadisco, non solo nel campo della ristorazione. Naturalmente poi, visto che ogni rovescio ha la sua medaglia, ci sono ristoratori che hanno dimostrato il contrario. Tu no e me ne dispiace molto.

10 Ago 2008 | ore 15:47

Che bel post interessante.
Io sono un ragazzo di 23 anni, che sta intraprendendo la carriera del cuoco, solamente per aprire il proprio ristorante. Altrimenti non potrei mai lavorare tutta la vita come cuoco, sapendo che non lo aprirò mai. E' il sogno della mia vita. Che intendo realizzare e che realizzerò. Quindi questi post non fanno certo piacere, ne incoraggiano.
Questa crisi si avverte tantissimo e delle volte mi chiedo se abbia un senso imparare l'alta cucina e se l'alta cucina stessa avrà un futuro in Italia, a parte quella dei pochi eletti, che oltre a lavorare non bene, di più, hanno agganci e investimenti solidi alle spalle.
Mi chiedo quindi se abbia ragione Ferran Adrià dicendo che la cucina diventerà un'elite (si, ancor più di adesso -_-' ) e verrà praticata con successo solo da pochi ristoranti in europa e invece dai grandi mercati/economie emergenti come Cina e Brasile.
Mi chiedo, se non fosse più facile aprire un bel punto di ristoro dove mangiare tigelle e gnocco fritto (visto che sono di Modena) e bere del Lambrusco in compagnia.
Non sono uno che si butta giù facilmente, ma tutta questa crisi mi fa veramente -ri-pensare alle mie idee..
Poi penso a come sarebbe vendere e tigelle e gnocco fritto e non è quello che voglio fare.
Sono incastrato. Sono incastrato??

10 Ago 2008 | ore 15:52

Non sei incastrato, solo che la piccola impresa individuale non è poi così renumerativa.
Si puoi fare le tue scelte, sui prodotti , sulle ricette, sulle ferie, Ma poi sei da solo con il mondo che ti aspetta che ti prova che

10 Ago 2008 | ore 21:37

Sono d'accordo su molte cose che ha detto Fabio Fassone all'inizio, nei primi post.

Vorrei aggiungere che la cucina tradizionale fatta bene è privilegio di pochi, magari ce ne fossero di ristoranti così.
E che fare la cucina tradizionale non è limitarsi a cacio e pepe o all'amatriciana, ma secondo me sarebbe anche cercare e proporre piatti dimenticati, cosa che fanno in pochi.

11 Ago 2008 | ore 08:48

Vediamo.Fra massimo 6 anni ti so dire ^^

11 Ago 2008 | ore 12:46

Non sogno incentivi e finanziamenti Fabio, penso che un po' di ragionevolezza dovrebbe far capire a tutti che chi opera in situazioni svantaggiate non debba essere oppresso dalle tasse. Ogni impresa è vita, è umus dove ogni pianta può attecchire.
Molte località turistiche stanno morendo perchè l'offerta di servizi sta scomparendo sotto i colpi di una tassazione insensata che colpisce anche e soprattutto i ristoranti che devono essere tassati in base a ciò che incassano e non in base al numero di tavoli e ai calcoli fatti per quella vergogna che si chiama studi di settore.

11 Ago 2008 | ore 13:27

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a cura di Stefano Bonilli


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> Lucky Peach di David Chang, Peter Meehan e Chris Ying è una nuova rivista trimestrale dedicata al cibo pubblicata dall'edtore McSweeney's, e questa è la grande novità per la casa editrice californiana che fino ad ora aveva pubblicato romanzi, saggi ma mai libri e riviste di cucina. Lucky Peach è rivista, ma anche una appllication per l'iPad. Il primo numero è dedicato al "Ramen".

Pasta_broccoli_arzilla.jpg Minestra di pasta, broccoli e arzilla

Lo confesso, io sono un minestraro, adoro tutti i tipi di minestre e purtroppo mi accorgo...


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