ore 10:53
Bossi, Di Pietro e la pasta e fagioli
Un recente sondaggio assegna alla Lega di Bossi il 10,8% delle preferenze e all'Italia dei Valori di Di Pietro oltre il 9%. E' l'Italia delle canottiere, ha titolato qualcuno, l'Italia dei populisti, hanno detto i più. E', comunque, l'Italia simboleggiata dalla storica immagine di Bossi che nel 1994 passeggia in canottiera ad Arcore con Berlusconi. E, più recentemente, dall'immagine estiva di Di Pietro in canottiera a bordo di un trattore.
Lasciando da parte la politica di schieramento, io direi che questo 20% e più è l'Italia della pasta e fagioli, l'Italia che non si riconosce nel parlare oscuro della politica, che ha bisogni ai quali non si risponde, che detesta i professionisti e i fighetti della politica, che ragiona di pancia e che quando va a tavola vuole solo la tradizione, i piatti che conosce, prezzi contenuti.
Io adoro la pasta e fagioli - e la faccio anche molto buona - ma arrivo anche a Ferran Adrià :-)) e questa è ormai quasi una colpa e invece incontro sempre più persone che non si vergognano più di ineggiare alla tradizione a tavola, intesa come conservatorismo, sbeffeggiano la nuova cucina e i cuochi-star e penso con tristezza che dopo la debacle in politica avremo, forse, anche quella gastronomica.
Fighetti e mazziati :-)
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Lo confesso, io sono un minestraro, adoro tutti i tipi di minestre e purtroppo mi accorgo...
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Leggo il tuo bel post appena terminata la lettura del (Manifesto di oggi) oramai unico giornale che leggo con passione. Un po' più di pasta e fagioli per tutti sarebbe ottimale, specie se buona...
ciao
Piú che l'Italia della pasta e fagioli (a proposito quelli zolfino di Agostinelli sono adatti per una buona pasta e fagioli? E voi la pasta la cuocete a parte o direttamente nella zuppa?), direi l'Italia della ventricina e della polenta...
Io non vedo una debacle nè politica nè gastronomica, se per debacle politica si intende la ricerca di idee e progetti concreti, più o meno condivisibili, come possono essere quelli di Bossi e di Pietro.
Ne vedo tantomeno una debacle gastronomica nell'apprezzamento di quei piatti "veri" e genuini, ricchi di tradizione come una pasta e fagioli. Dipende tutto da cosa cosa propone la politica e da com'è questa pasta e come sono questi fagioli.
E comunque, mi viene da dire, viva la pappa col pomodoro!!
c'e' una bella differenza tra Bossi e Di Pietro
.. anzi, direi, Bossi che ci azzecca?
Il problema è che queste persone, tutti noi ne conosciamo più di qualcuna, non si curano poi come è fatta, di cosa è fatta, che qualità ha la pasta e fagioli: la loro unica preoccupazione è quanta se ne mangia, quanto è abbondante la porzione. Insomma c'è un significativo numero di persone che identifica tradizione con quantità, retaggio di una povertà postbellica che non ha più ragione di essere, ma forse legata alla sempre presente paura di essere fregati: ne consegue che se mi dai piccole porzioni (scelta propria delle cucina di alto livello)significa che mi freghi, mi derubi. Basta mangiare.
Il problema quindi anche a livello politico, cioè di scelte di civiltà, di modi di comportarsi, si pone tra abbondanza e frugalità, tra trombonismo e discrezione, tra menefreghismo e partecipazione, tra conformismo e libertà.
La debacle la si ha se questi - pasta e fagioli come emblema per il tutto - diventano i soli piatti possibili e il resto solo cucina per fissati.
E' stato scritto un centinaio di volte in questo blog ma penso che repetita juvant: la tradizione è un'innovazione ben riuscita.
Il senso del post era di preoccupazione perché sta prevalendo, anche nella stampa, una nostalgia per la tradizione in contrapposizione alla nuova cucina e ai giovani cuochi, che non ha ragione di essere.
Cuochi e clienti intelligenti e gourmet alternano innovazione e tradizione e solo così si ha una cucina viva.
Ma che sia saporita.
Scusami Direttore ma sembra che per te il rapporto tra nuova cucina e quella d'antan sia una sorta di rapporto dialettico complicato mentre dovrebbe essere semplicemente costruttivo. Sembra cmq...
Stefano B.
Ma che sia saporita
ecco credo che in questa definizione tranchant ci sia il senso della modernità enogastronomica. Nel mondo del cibo, come in parte è già successo in quello del vino, non credo che ci sia un mero rimpianto delle tradizioni, di un'arcadia felice e passata. Ma ci sia, invece, una ben più interessante nostalgia dei sapori, dei saperi, delle esperienze he sono alla base di ogni cucina (moderna o tradizionale). Per molto tempo si subiva la fascinazione della tecnica, delle emozioni, del gioco sui sapori. Credo che ci stiamo, faticosamente, rimpadronendo di questi. Che poi ci sia chi a buon mercato se la cavi inneggiando ai sapori della nonna e chi inneggiando alla cucina tecnoemozionale (che brutta parola!:-)), in un dualismo sciocco e dannoso...beh un mio conterraneo diceva "la madre dei cretini è sempre incinta".
viva la cucina... Quella buona ma davvero!
Negli ultimi mesi mi sono trovato spesso in cene nelle quali ero l'imputato "Voi..." era quasi sempre l'esordio e giù con le critiche, spesso motivate, spesso schematiche.
E' un pubblico magari colto ma che si sente emarginato da una certa ristorazione, che si sente preso in giro da un'altra certa ristorazione che pensava - non lo pensa più :-) di fare del prezzo (alto) il sigillo della qualità.
Un pubblico che si è rifugiato nei ristoranti "normali" e si trova spalla a spalla con quelli che l'altra e alta ristorazione non l'hanno mai presa in considerazione.
E'una specie di enorme corto circuito nel quale noi, grilletti parlanti che stiamo nel mezzo, ci annoiamo ripetendo sempre le stesse cose e ascoltiamo il lamento sempre più forte "C'è la crisiii..." strillato e scritto un po' da tutti.
Dite voi se tutto questo non fa impressione avendo un suo profondo risvolto materiale: il cambio dei flussi dei clienti.
Non esiste una contrapposizione tra la cucina tradizionale e quella moderna,in cucina non si inventa niente, quella moderna è solo una rivisitazione, alcune volte geniale (vedi i grandi chef) della cucina tradizionale, del vecchio modo di cucinare, dell'accostamento tra i sapori. La differenza stà nel prezzo, la cucina moderna costa di più, anche se alcune volte ti fanno pagare una ribollita 25 euro,magari perchè in cucina c'è quel signore con la barba ed i capelli lunghi bianchi che vediamo molto spesso in tv..., che si vanta di cucinare con gli avanzi del frigo..., e qui come la mettiamo..??
Mi sembra di capire che non dovremmo qui discutere per l'ennesima volta delle differenze tra cucina tradizionale e innovativa, di quanto l'una debba all'altra e così via: il dubbio sollevato nel post riguarda, mi sembra invece, l'approccio verso la cucina nel suo insieme, sulla sua importanza come specchio dei tempi, domandandosi se quelle differenze di approccio non nascondano anche comportamenti e convincimenti politici e persino morali. Un conflitto, insomma, tra coloro che si fermano alla presunta sicurezza e conoscibilità della loro cucina tradizionale, e coloro che invece, sia essa tradizionale o innovativa, si avvicinano alla cucina con curiosità e voglia di capire, di sapere. Ecco, la curiosità: avvicinare la cucina con punti interrogativi, senza preconcetti, contro i punti esclamativi della sicurezza, dello status quo, dell'immobilismo.
Non è forse anche un atteggiamento politico? Non è forse sbertucciato anche in politica chi distingue, chi vede sfumature, chi tollera, rispetto a chi mostra i muscoli e fa propaganda?
Credo che incuriosirsi, cercare di imparare sia una forme di libertà, voler scegliere sia esercitare un privilegio, lo stesso che, eventualmente, ci permetterà di non tornare in un ristorante o da un cuoco che non ci ha soddisfatto.
Ho fiducia e sensazione, però, che per un effettivo flusso di clienti verso una ristorazione "normale", punto d'incontro di diversi conflitti, punti di vista e frustrazioni, una certa e non piccolissima percentuale di clienti, cerca di fare il percorso inverso: cerca di cambiare, di vedere colori, di divertirsi anche a tavola, anche mangiando un pò meno, bevendo un pò meno, a vantaggio della confortevolezza e della sorpresa. Ci sono giovani cuochi che, anche a prezzi ragionevoli, ci provano: vanno sostenuti e ringraziati.