02
Set 2008
ore 10:54
ore 10:54
Slow Food ha conquistato gli Usa

Si, è vero, Slow Food Usa a questo punto è diventata veramente americana. Slow Food Nation è stato un successo così grande che il critico del New York Times, Frank Bruni, ha dedicato nel suo blog due interventi alla manifestazione che, per altro, ha avuto grande eco anche sui principali organi di stampa e in televisione. Le parole d'ordine californiane degli anni Ottanta e Novanta che erano state portate in Europa da Petrini, sono diventate pratiche di massa in un vero laboratorio di iniziative qual è stata l'Italia, poi Slow Food è tornata oltre Atlantico e la proposta si è saldata con la maturazione di un'opinione pubblica martoriata da obesità e hamburger.
Stefano Bonilli
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Slow Food non tira? :-)
Speriamo bene, da quelle parti hanno molto molto bisogno di un po' di slow..
A Prato, città in cui vivo, anche se è una piccola realtà, Slow food si dà da fare..., purtroppo non è molto seguito.. :(
Sono di ritorno dagli States emi ha fatto piacere vedere che all' American fast food si sta approcciando l"Organic food": il cibo biologico.
A brooklyn ho avuto modo di mangiare negli organic food restaurant: c'è molta buona volontà di sperimentare alimenti biologici, cotture semplici, meno grassi aggiunti ma c'è ancora molto da fare. Anche sull'uso delle spezie.
Nel Maine al belfast coop (www.belfast.coop/) accanto alle marmellate biologiche di Wild Bluberry ho trovato quella di Rigoni di Asiago;-)
Bye Bye, Giulia
Indubbiamente il lavoro fatto da Petrini in questi anni è stato importante, se si parla cosi tanto di cibo il merito è anche suo, in dieci anni ha fatto in Italia cose incredibili, se c'è stato una ri-scoperta di ricette e preprazioni tradizionali e storiche lo dobbiamo al suo movimento alla sua attenzione, che ha generato molto cose positive. Ora tutto questo deve trovare una nuova dimesione e personalmente sono curioso di vedere il futuro di slow food e di come si possa riuscire a livello globale a fare coesistere slow food con hamburger e patatine, se è veramente possibile di riuscire a modificare una stile alimentare globale o rimarrà un consumo d'elite e di sola comunicazione.
Impresa titanica. Ma Carlin Petrini ha mezzi e idee per farcela. Pensare agli americani che si avvicinano ai prodotti dimenticati, alla loro Arca, mi riesce difficile: probabilmente ne ho una idea condizionata e non corretta. La sensazione è che se si crea un grande movimento oltre oceano, se ne potranno avere riflessi positivi nel resto del mondo, nel commercio dei prodotti di Terra Madre, nel controllo degli ogm, anche se le posizioni di Petrini mi sembrano troppo radicali in proposito. L'unico rischio, per noi italiani pigri e scettici, è che si possa finire col preferire il Benton Ham o lo Scott Peacock's Ham al San Daniele o Parma preferibilmente stagionati.
Comunque, come si dice nelle note di presentazione, una vera Woodstock del cibo.
Si, spesso le posizioni di slow sono estreme, spesso cose dette non diventano fatti compiuti, ma nell'insieme è stato fin qui un gran lavoro di cambiamento, e lo dice uno che di critiche ne ha fatte, e tante :-)
"Spesso cose dette non diventano fatti compiuti". Ma in un paese dove QUASI SEMPRE le promesse di chi gestisce le varie forme di potere non si avverano, è già significativo e confortante che alcuni dei propositi di Slow Food siano divenuti realtà fattuale. La creazione dei presìdi, anche se talvolta realizzata con determinazione fin troppo granitica e con scelte talora discutibili, ha avuto un impatto positivo su molte micro-economie locali, con ricadute benefiche sul territorio (riconsiderato e tutelato, con beneficio per la comunità intera)e sull'occupazione. La portata culturale e la funzione di esempio virtuoso e trainante, beh, quelle sono impossibili da negare.
E infatti qui non si nega nulla, anzi, si riconosce e loda il lavoro fatto.
Poi, come i proverbi insegnano, chi non fa non sbaglia, e quindi molte luci sul lavoro di slow e alcune ombre-scelte sbagliate-forzature.
E' vero, direttore. Sulle scelte sbagliate non ho strumenti cognitivi per poter dire, sulle forzature sì. Lo schierarsi acriticamente per una cucina di prodotto e di conseguenza di territorio (arridaje...), portò ad esempio Sardo, qualche anno fa su Gambero Rosso Channel, ad opporsi a Bolasco e Noto, che difendevano la cucina "creativa" (peculiare il riferimento ad Adrià, e riddaje...) con una rozzezza ed un livore preoccupanti, degni di un Savonarola contemporaneo. Quasi che solo lui fosse il depositario del giusto sentire.
Beh, è interessante notare che questo post ha registrato interventi inferiori a tutti gli altri post dell'ultimo periodo.
I motivi?
Secondo me chi legge il papero giallo non frequenta slow food e quelli di slow food non intervengono sul papero.
Tertium datur: del post non frega niente a nessuno :-)
@bonilli
Direttore, non invitare la lepre a correre:-))). Quando hai messo un post come questo, considerando che ci sono 4 tuoi interventi su 10, mi sembra chiaro che hai cercato di fare il possibile, ma con l'ultioo hai dato da solo la soluzione, che in realtà è un bell'interrogativo sul futuro. I temi di Slow Food interessano alla gente comune? Ma per comune intendo anche gli appassionati di cibo, non sarà che oggi tali argimenti interessano e tirano di più chi si interessa di ambiente ed argomneti consimilari? Che SF abbia già dato per i gaudenti amanti del cibo ed abbia un pubblico meno vasto ma più sensibile a tematiche di altro genere rispetto al mangiare? La risposta ce l'hai già:-)))
curiosità, ma la foto da dove è tratta?
Boh, mica me lo ricordo :-) un sito Usa tra i molti che ho visitato ma mi sono perso l'indirizzo :-(
quello in secondo piano con la zucca dev'essere michael pollan, l'autore de "Il Dilemma dell'Onnivoro"..sbaglio?
Si, è lui :-)