16
Ott 2008
ore 10:45

Curiosi, fighetti e perplessi

< >

Se guardo indietro, a quando è iniziato "il gioco" e il Gambero Rosso ha fatto la sua comparsa sulla scena di un mondo del cibo e del vino vecchio e stanco, e poi mi fermo un istante ad osservare quello che accade oggi, mi viene da dire che questo mondo, il mondo dell'enogastronomia, è così profondamente cambiato che uno si sente un reduce, uno di quegli anziani guardati con affetto ma non più ascoltati, tanto si sa già quello che dicono.

La prima notazione del vecchio reduce è che Roma, un tempo motore dell'innovazione, tale è stata la spinta del Gambero Rosso dal 1986 fino a tutti gli anni Novanta, è diventata marginale.

Oggi il baricentro è al nord, in Piemonte, Slow Food è diventata l'istituzione e accanto al polo braidese è nato un polo imprenditoriale che ha l'ambizione di espandersi nel mondo e ha il suo fulcro in Eataly di Torino.
Questi sono i protagonisti assoluti, per tutti gli altri rimane il ruolo di comprimari.

La seconda notazione è che proprio i politici del centro-destra sono quelli che più hanno capito le potenzialità del settore e aiutato lo sviluppo di Slow Food e delle sue parole d'ordine: Ghigo, Governatore del Piemonte, ha creduto e finanziato, diventandone socio, il Salone del gusto, Alemanno, ministro delle Politiche Agricole, ha cementato questo asse, Zaia, nuovo ministro, continua e rilancia.

Per carità cristiana non elenchiamo le occasioni perse dal centro-sinistra, ma come non ricordare un Veltroni che inaugura la Città del gusto nel 2002, ne parla come di un fiore all'occhiello della città di Roma, ma praticamente non destina 1 euro a questo progetto.

Oggi il vino, la ristorazione e i prodotti alimentari di qualità sono quello che la moda è stata all'inizio degli anni Settanta.

Il vino guida la corsa con la sua grande forza di immagine evocativa, con la qualità dei prodotti e la quantità della produzione.
Essere presenti in questo settore, o come produttori o sul versante editoriale, diventa strategico e forse capendo questo si somprendono meglio le ultime vicende del Gambero Rosso.

La ristorazione ha cambiato pelle, è ormai un mix di tecnica e di comunicazione e i ristoranti di punta sono quello che, nel comparto automobilistico, è la Formula Uno, comprese le star.
Chi non si adegua diventa un classico, cioè scivola verso il museale.
La grande cucina italiana dei mille ristoranti e trattorie è il nerbo e la linea di rifornimento del palcoscenico gastronomico: popolato da personaggi isterici, volubili e contraddittori come già quello della moda.

continua...

commenti 39

Domanda: secondo lei perché La città del gusto non è diventato quello che è Eataly, a parte le promesse di Veltroni?

16 Ott 2008 | ore 10:54

Domanda interessante.
Mi ricordo l'innaugurazione della Città del Gusto e le parole di Veltroni. Poi mi ricordo a ruota una serie di altre innaugurazioni e di altre case, tra cui la più importante, quella dell'Auditorium. Inizialmente ho pensato che si trattasse di una eccessiva dispersione degli interessi culturali, che poi la città del Gusto sarebbe stata più divertente nella sinergia con altri ambiti artistici e invece?

Direttore le sue riflessioni sono molto interessanti.

16 Ott 2008 | ore 11:08

Io che osservo le cose dal Piemonte, mi pare che una differenza notevole in tempi recenti è tra Roma - adagiata nelle sua notorietà secolare che dà per scontato continui all'infinito - e Torino - sull'orlo del tracollo che cercava disperatamente di rinnovarsi ora che la/e grande/indutstria non è più così centrale!

16 Ott 2008 | ore 11:53

Se da un lato sono le idee che muovono il mondo (e il Gambero e Slow Food, ne hanno avute molte), dall'altro sono poi gli investimenti, le agevolazioni statali, le strategie governative che permettono a queste idee di correre e qui invece le mancanze ritengo siano molte. Mi spiace constatare che in questo il centrosinistra di Prodi ha brillato per assenza, concordo con l'occasione sprecata da Veltroni rispetto alla Città del Gusto, spreco che poi magari ha finito anche per influire sulle vicende più recenti a tutti note.

16 Ott 2008 | ore 12:01

Il fatto di veltroni alla città del gusto è l'emblema della politica di sinistra, di ieri, di oggi e del futuro..., tante belle parole, progetti interessanti, ideali da non poter non condividere.. etc..etc.., ma poi se stringiamo sui fatti ci rimane in mano un pugno di mosche...
Diciamo, loro pensano, poi forse qualcuno provvederà a fare..
Per non parlare poi della caccia aperta al piccolo artigiano, al piccolo bottegaio, al piccolo produttore, a favore della grandissima distribuzione..

16 Ott 2008 | ore 12:04

Lasciando in un angolo la politica... penso che anche nell'enogastronomia ci sia il eating-victim... al giorno d'oggi tutti sono esperti di tutto, tutti sanno degustare un vino e il massimo piacere è l'apericena dove pensi di assaggiare prelibatezze di cucina ricercata. La velocità della vita ci ha fatto perdere il "classico" modo di GUSTARE con calma le sempicità che la nostra Italia ci offre... un piatto con qualcosa dentro lo sanno fare tutti quegli improvvisati cuochi... un piatto con dentro del cibo, con la "C" maiuscola che riesca ad attivare tutti i sensi sono pochi... e capita che non siano per forza i cuochi- imprenditori.

Non commento altro per ignoranza... Per quanto mi riguarda Sig. Bonelli non la seguivo, forse non mi sono mai imbattuta in un suo editoriale o roba simile... ma trovo in lei un innato amore di Arte culinaria

Scusate la divagazione sul tema ;-)

16 Ott 2008 | ore 12:19

Sono d'accordo che anche in questo campo il Nord fa da apripista. Come in tutti i campi dell'impresa italiana. Da meridionale non me ne rallegro, ma sarebbe sciocco negarlo. Quanto alla nota politica, condivido e non me ne sorprendo. Trovo che il localismo, il rispetto delle tradizioni, il legame con la terra siano più nel DNA di certa destra che della sinistra tout court. Per natura operaista più che contadina. D'altra parte Bonilli potrebbe raccontare come la sinistra all'inizio guardava al concetto di prelibatezza a tavola. Come un vizio borghese, un pò come l'omosessualità (la storia di Pasolini docet).
Insomma, con il Gambero e con l'avventura anch'essa nata a sinistra di Slow food, è la sinistra (o meglio la parte più illumunata di essa) che ha fatto proprie - con innegabile successo grazie alle capacità organizzative e intellettuali di cui dispone - parole d'ordine che nascono più vicine all'humus di certa destra rappresentata da Alemanno o della Lega di Zaia che del localismo e del recupero delle tradizioni fa addirittura la propria bandiera.

Ad Majora

16 Ott 2008 | ore 12:24

Non mi pare che la sinistra (da queste parti) mostri meno rispetto delle tradizioni e meno legame con la terra della destra - la "scena" di Bra non è mica nata dalla destra.
Forse la destra però è meno appesantita da quella vasta ala della sinistra per cui il cibo appena sale un pochino di prezzo diventa roba da ricchi bastardi, cose da padroni non da veri compagni, lusso superfluo e così via. E poi quasi sicuramente ha più fiuto a capire dove sta il business e assecondarlo confidando nel fatto che prima o poi qualche ritorno ci sarà.

16 Ott 2008 | ore 12:35

Vero, forse la sinistra non ha mai saputo identificare qualità con mercato: quando cerchi qualità sei fighetto, quando fai mercato sei di destra. Dimenticando che puoi fare mercato coi prodotti di qualità, con i piccoli produttori, con una visione anche antica dell'enogastronomia.
Carlin Petrini era ed è sinistra, tutto Slow food lo è, e cosi Eataly e Farinetti: ma per non rimanere etichettati come fighetti hanno capito che dovevano cercare o fornire appoggi altrove. E' il vecchio problema: la sinistra non osa, prigioniera di un politicamente corretto spesso stucchevole e sterile.
Senza contare che spesso il successo, da sinistra, è visto come fumo negli occhi.

16 Ott 2008 | ore 13:05

@Fabrizio
Ed è forse il vero, grande ostacolo intellettuale: essere troppo imbrigliati in ideologie talvolta demagogiche da trascendere la realtà pur cecando di calarsi all'interno ed essere paladini del vero e del giusto. Ero un liberal progressista che con l'avvento del veltronismo aveva la speranza di poter finalmente appertenere ad una vera sinistra moderna e concreta e che ora vede sempre più pallida la propria collocazione.
Saluti
Pier

16 Ott 2008 | ore 13:32

Corncordo con gli ultimo commenti. Ritengo che la 'sinistra' (nel nostro caso, slow-food) abbia comunque aperto a una certa parte della popolazione (quella per la quale ogni cosa al di sopra dei ristoranti delle Feste dell'Unità risultava 'fichetto e borghese') una nuova visione delle cose; cioè che contro il mondo alimentare delle multinazionali, tutto profitto e niente qualità, ci fosse anche altro, partendo dai prodotti locali, quelli 'in via di estinzione', quelli da salvaguardare dalle grinfie della grande industria (che poi li rivende, magari manipolati e rivisti, alla GDO), quelli a Km zero... insomma una parte di tradizione che poteva essere 'rivista' in chiave moderna e di nuovo sviluppo sostenibile.
E' vero, la tradizione, le origini e il localismo sono più appannaggio di una destra che di una sinistra, per sua natura internazionalista e multiculturale... ma QUEL localismo, QUELLE tradizioni potevano (e lo sono state) essere trattate come sfida alla modernità; sfida che ritengo vinta grazie anche (o all'inizio solo da) Petrini e Slow food.
Pensateci: anche solo quindici anni fa, c'era qualcuno di voi che cercava il prodotto di nicchia? C'erano i DOP? C'erano i mercati biologigi, sempre più frequentati e di qualità? C'erano i prodotti (e i ristoranti) a KM zero? C'erano 'Cheese' e tutte le feste-fiere-sagre di paese che, per carità, spesso sono un baraccone allucinante, ma avvicinano il produttore al consumatore?
Certo che poi la 'destra' cavalca la tigre... si è trovata la pappa pronta!
Ora però la 'sinistra' dovrebbe rivendicare con forza queste conquiste per tutti noi, e non continuare a guardarsi allo specchio e poi chiedersi: quanto sono bella, ma dove ho sbagliato?

16 Ott 2008 | ore 14:16

Scusate, condivido il discorso di fondo ma perchè dobbiamo equiparare localismo a qualità? Il prodotto italiano mi va benissimo se è indice di una maggiore qualità rispetto ad uno di importazione altrimenti la difesa dell'"italianità" è solo una difesa dei produttori locali, che mi può andar benissimo ma è un'altra cosa (quantomeno non coincidono tout court).
Perchè non dovrei preferire, ad esempio, un ottimo jamon de belota iberico a un mediocre Parma (non dico il Parma in sè che è eccellente, mi riferisco ad alcuni produttori mediocri)? Perchè il secondo è italiano? Se poi il discorso è ambientalista (km 0 eccetera) va bene, però chiariamo la cosa. Giusto ieri ho visto su la 7 un servizio interessante. Faccio un esempio tratto da lì: il pesce del mediterraneo contiene mediamente più mercurio di quello dell'oceano pacifico per via dei fondali più bassi e delle correnti marine. Devo dire per forza e sempre viva il nostro pesce (tra l'altro il 60% di quello che troviamo nelle nostre pescherie è pesce importato decongelato)?

16 Ott 2008 | ore 14:32

Lunga vita a Slow food e alle sue osterie

16 Ott 2008 | ore 14:47

@timo: no, no... non è che perchè un prodotto è 'locale' ma pieno di piombo o schifezze me lo mangio allegramente, solo perchè lo fa il caseificio dietro casa... ma per fare il tuo esempio: il 'Parma', se non sei di Parma, NON è un prodotto locale... è un prodotto italiano! Il pesce, se non se di Mazara e te lo compri dal pescatore sul peschereccio, NON è locale, ma (nel caso) nazionale. Poi io non difendo l'italianità tout court... ma, ovvio, quella di qualità!
Così come il 'locale'; se io ho il 'polso del territorio locale', se conosco le caratteristiche di allevamenti e coltivazioni dei singoli produttori, se so che ci vanno giù pesanti con la chimica, insomma, quelli proprio non mi vedranno mai...
io amo i formaggi, ma non è per forza che mi devo mangiare uno stracchino locale (mediocre) e tralasciare un Roquefort di Millau, se mi va...

16 Ott 2008 | ore 14:47

Caro timo, non so se se ne è accorto ma il pesce del nostro mediterraneo è semplicemente più buono di quello dell'oceano pacifico. Quindi viva il nostro pesce. Tenga poi presente che la tutela di ciò che è piccolo e locale è di grande importanza. Pensi alle battaglie di Slow Food per i presidi. Di che prodotti si tratta?
Km 0 significa non solo meno inquinamento ma anche più qualità. In senso generale, poi ovviamnet come sempre si possono trovare tante eccezioni.

Ad Majora

16 Ott 2008 | ore 15:02

@ giovanni gagliardi
Caro Gagliardi a meno che lei acquisti solo pesce azzurro o poco più le garantisco che ciò che le viene spacciato come "nostro pesce" è nel 60% dei casi pesce di importazione (sono dati del ministero delle politiche agricole che si occupa anche di pesca). Sul sapore poi non discuto, ma non mi si può dire che la qualità significa solo gusto e non salubrità per cui la concentrazione di mercurio nel "nostro" pesce c'entra eccome a parer mio. Poi per carito io facevo un discorso più ampio e non sto dicendo che i gamberetti cinesi siano il top...

16 Ott 2008 | ore 15:12

Caro timo, mi spiace deluderla ma a me nessuno spaccia niente. So quello che compro. Dopodichè il problema del mercurio si pone in maniera significativa per i pesci di grandi dimensioni. e anche qui bisognerebbe farne incetta per anni. In altre parole sul pesce per me il gusto fa ancora la differenza. Ed il nostro è più buono. E quello del Tirreno migliore di quello dell'Adriatico (dove forse mediamente lo cucinano però meglio).

Ad Majora

16 Ott 2008 | ore 15:18

forse il baricentro del food sta su torino! per bere e il vino in particolare non esiste (quasi) al mondo nulla di simile a quanto Franco Ricci sta facendo con Bibenda al Rome Cavalieri e Parco dei Principi, verticali di Petrus e di Cheval Blanc a Torino io non ne ho mai viste!!!
e lo dice uno cui Ricci non sta nemmeno tanto simpatico...

16 Ott 2008 | ore 15:19

Forse il discorso andrebbe anche fatto in modo trasversale rispetto alle correnti politiche. Nel senso che la politica si è accorta che la cucina italiana va difesa e promossa esattamente come fa il governo spagnolo con la sua.
Come ogni forma d'arte ed espressione culturale, la politica di qualsiasi colore e bandiera dovrebbe preoccuparsi di difenderla e promuoverla perché l'enogastronomia è un mondo che non va perso. Appartiene al nostro DNA e delinea la nostra identità personale e collettiva.

16 Ott 2008 | ore 15:28

@ gagliardi
Guardi che anche di anidride carbonica e di biossido di azoto bisogna farne "incetta per anni" prima di subirne i danni ma questo non mi fa dire che sorbirmeli sia indifferente. Poi per carità uno mangia e fa ciò che vuole.

16 Ott 2008 | ore 15:32

Perché la Città del gusto non è decollata?

Forse perché ha avuto l'ambizione di nascere senza una lira di soldi pubblici ma con un investimento di dieci milioni di euro della società Gambero Rosso, parte in soldi propri e parte come finanziamento bancario a medio termine.
Questo è stato il peccato mortale.

Poi non è decollata per i nostri errori, perché in un solo contenitore, che era unico al mondo e non per modo di dire, abbiamo concentrato troppe specificità senza dedicare ad ognuna di esse gli adeguati specialisti.

La Città del gusto, quando è nata, era: scuole di cucina, spazio per convegni e manifestazioni, un bar, un ristorante, una pizzeria, un negozio e gli studi televisivi, la redazione.

Non tutti questi segmenti sono andati a regime subito.
Non lo sono andati, per esempio, la pizzeria e il ristorante e così i ristoratori romani, venuti a spiare il Gambero Rosso diventato secondo loro concorrente (??) sono potuti tornare tranquilli alle loro stanche mense dicendo che "quelli predicano bene e razzolano male".
Forse avevano ragione, il primo anno effettivamente il mangiare è stato un problema e d'altra parte non volevamo fare quelli che vanno a rubare un cuoco bravo a qualche ristorante, per poi dargli il voto sulla guida!
La contraddizione ci è cascata addosso tutta.

Alcuni eventi sono stati un successo troppo grande e quindi ci sono stati dei problemi organizzativi.

Gli studi televisivi, invece, funzionavano alla perfezione ma essendo il canale a mezzadria con RaiSat non potevamo fare la televisione dalla Città, come era nel progetto, ma dovevamo rimanere chiusi negli studi.
Il mensile, poi, non poteva amplificare i programmi e i personaggi del canale perché quelli erano diritti Rai e la Rai dopo un paio d'anni ha scaricato il canale perché non lo sentiva come suo.
E a ragione la Rai sentiva il canale come estraneo, tutti dicevano Gambero Rosso Channel, mica RaiSat e come Gambero Rosso lo percepivano e infatti il canale era fatto e pensato da noi.

Da ultimo il comune non ha fatto una sola manifestazione nella Città del gusto pur parlando spesso il sindaco della "Casa del gusto" il chè faceva pensare a un tutt'uno con la Casa del Jazz e la Casa del Cinema e il Parco della Musica.
L'Assessore alla Cultura del Comune di Roma, Borgna, ha messo piede alla Città del gusto a tre mesi dalla fine del suo mandato quando è venuto a chiedere se facevamo GRATIS la mostra per i cento anni dalla nascita di Aldo Fabrizi.
Non dico soci al 50% del marchio Città del gusto, come il Governatore del Piemonte, Ghigo, a Torino per il marchio Salone del gusto, ma degli aiuti leciti e alla luce del sole il Comune di Roma poteva stanziarli e così la Regione Lazio magari per dei corsi di cucina invece che, sempre la Regione Lazio, aprire un locale pubblico in via Frattina a spese del contribuente e con costi di avviamento pazzeschi.

Ecco, questi sono alcuni dei motivi per cui un sogno si è trasformato, almeno per me, in una sconfitta.

16 Ott 2008 | ore 16:13

Stefano, bravo. Sei coraggioso. La tua analisi sui "perchè non è decollata" è una riflessione molto interessante

16 Ott 2008 | ore 16:19

concordo, analisi molto interessante, soprattutto perché si fa un quadro delle responsabilità a 360 gradi. Peccato comunque, perché in questo momento dà l'idea di una cattedrale nel deserto, mentre poteva essere molto di più...

16 Ott 2008 | ore 16:42

Analisi di ciò che uno voleva ottenere e non ha ottenuto e del perchè... ottimo punto da dove poter creare ;-) da freelance

16 Ott 2008 | ore 17:01

Trovo molto intelligente la discussione aperta dal direttore. Io tuttavia credo che una grande risorsa, ad oggi per gran parte inesplorata, sia il sud. Dove ci sono grandi eccellenze, grandi individualità, ma non c’è una ‘messa a sistema’ delle risorse. E dove forse ci sono più spazi per innovare e inventare.

16 Ott 2008 | ore 17:42

scusa BOB, e chi è il soggetto che deve "mettere a sistema" le megarisorse del sud? Lo Stato? I cittadini? Gli imprenditori? fammi un pò capire...perchè sta storia del sud che ha tante risorse e poca messa l'ho già sentita un paio di volte. Però niente succede...governo ladro

16 Ott 2008 | ore 17:48

la mia era una considerazione e non una lamentela. le risorse le possono mettere coloro che vogliono investire, che credono nell'impresa, che vogliono rischiare. non era la solita solfa che lo stato non fa abbastanza. ti è scattato un riflesso un pò condizionato e poco intelligente. credo che proprio perchè non c'è molto al sud conviene investire. punto

16 Ott 2008 | ore 17:57

E io che pensavo che il negozio della Città del Gusto fosse un antesignano di Eataly.
Siamo sempre lì, l'enogastronomia insospettisce, il cibo deve essere cultura povera, essenziale, in quanto bisogno primario, la ristorazione, invece, solo cultura dell'apparenza, di chi ha i soldi e la puzza sotto il naso. Altrimenti come la mettiamo con la "base"?
Io non vedo impallidire la mia collocazione, caro Piermiga, anch'io da tempo, tanto tempo, sostengo, mi entusiasmo per una sinistra moderna, dinamica e innovativa, in realtà è la sinistra che è impallidita, di titubanza, di paura, di indecisione. Anche e soprattutto in settori vitali, moderni che contribuiscono alla felicità della gente, quali l'enogastronomia. Invece si sta lì ad ingrigire, fermi ad aspettare, scavalcati, nel fare, persino da ministri leghisti.
Quindici anni fa, Moretti invitava a dire qualcosa di sinistra, oggi è già tanto che la sinistra dica qualcosa.

16 Ott 2008 | ore 18:08

no caro BOB, il riflesso del complesso di inferiorità, tipico della gente del sud, è scattato a te. Per quanto mi riguarda è scattato invece l'incazzatura tipica dell'imprenditore del nord che ha investito un sacco di soldi al sud, credendo nel sud. E sto aspettando ancora adesso, ad anni di distanza, che i servizi resi vengano pagati, come da contratto e da accordi e piani di sviluppo vari. Tutto li. Last but not least, purtroppo per il sud, di gente come me che ha avuto le stesse esperienze e che prima di investire nuovamente ci penserà meglio che la prima volta, al nord ce n'è molta. Tutto li di nuovo

16 Ott 2008 | ore 18:13

Io andrei a sud ma, francamente, vuol dire giocare una partita con l'handicap e di questi tempi mi sa tanto che uno passa la mano.

Andrei al sud perché lì c'è il nuovo, il futuro ecc... ma non ci sono infrastrutture nè enti locali affidabili e, visto quel che è accaduto a Roma, non mi sembra cosa da poco.

16 Ott 2008 | ore 18:21

non ho nessun complesso di inferiorità. non volevo aprire una polemica, ma fare solo una considerazione su una cosa che afferma bonilli: cioè che il nord è oggi (e lo è davvero) il baricentro dell'innovazione nel campo dell'enogastronomia. certo non volevo discutere dei problemi che hai avuto (credo ti riferisca al saltexpo che hai organizzato a napoli). mi sembra più interessante riflettere sul senso del post di bonilli. tutto qui

16 Ott 2008 | ore 18:25

Qualche precisazione: a Torino, dove vivo e lavoro occupandomi prima di tutto di politica, la politica a favore dell'enogastronomia è stata fatta sia dal centrodestra che dal centrosinistra. L'ha iniziata certo Enzo Ghigo, cui vanno grandi meriti, non solo per aver lanciato con Petrini il Salone del Gusto, ma anche per aver creato il progetto delle residenze sabaude (con i ristoranti di Scabin a Rivoli e adesso anche di Russo a Venaria, e ne arriveranno altri) e per aver dato il via alle Stelle del Piemonte un'associazione che per la prima volta ha messo insieme tutti i ristoranti di alto livello di una regione per lavorare (ma anche "studiare") insieme e promuovere il Piemonte. Il centrosinistra, pur con qualche titubanza e qualche moralismo in più, però ha seguito questa strada: il Comune di Torino (governato dalla sinistra da quasi vent'anni) è a sua volta socio del Salone del Gusto, e ha dato la sede a Eataly a condizioni "vantaggiose" la Regione con la giunta Bresso ha continuato le politiche di Ghigo (in modo un po' più nascosto, perchè la presenza in maggioranza della sinistra radicale provoca qualche frenata). Insomma, credo che più che una questione di schieramento sia una questione di persone e di gusti: e non è ininfluente il fatto che, a modo loro sia Ghigo che Bresso che Chiamparino siano dei gourmet. E comunque apprezzino cibo e vino di qualità.

16 Ott 2008 | ore 18:27

Penso che ci voglia una grande intelligenza per fare un'analisi così lucida.

16 Ott 2008 | ore 18:36

Gran parte della politica al Sud è una camorra inutile. Quando stanziano dei soldi arrivano a indicare persino il cameriere oltre a imporre studi grafici, etc etc.
Chi organizza eventi e iniziative nel Sud si è ormai reso conto che farne a meno vuol dire risparmiare tempo e danaro

16 Ott 2008 | ore 18:46

insisto su un detto tipico del senese (Siena) che recita: "il bisognino fa trotterellare la vecchia". Ora, io sono il primo ad essere convinto che il sud sia una "pentola d'oro" e che la gente del sud sia seduta su "un giacimento di diamanti". Lo dico seriamente. Però non vedo trotterellare MAI la vecchia. Il caso di Torino, al nord e così ben descritto da Marco TRABUCCO, è invece emblematico. Città che ha subito una vera e propria crisi economica e di identità in anni non sospetti ha saputo investire, trotterellare, sviluppare progetti d'eccelenza non solo in campo enogastronomico "ma anche" (come direbbe il nostro) culturale, socio-culturale, sportivo, ecc. ecc. E il sistema che ha implementato e messo a regime funziona. Anzi, ha una visione che va lontano. Per esempio nel 2011 si becca quintalate di finanziamenti per l'Unità d'Italia. Attraverso e grazie a progetti seri. Vogliamo invece parlare dei pallidi tentativi di Trapani, della Regione Sicilia, di Napoli e della Regione Campania di aggiudicarsi la sede per la Coppa America, giusto per fare un esempio? Basta andarsi a rileggere le motivazioni del comitato organizzatore, quando non ha scelto - nonostante le riconosciute potenzialità - il sud come propria sede. Allora: quando il bisognino del sud sarà così forte da far incominciare la gente a "trotterellare" seriamente? Secondo: del famoso MODELLO ROMA che doveva diventare Modello italico, cosa è rimasto? Avete letto le dichiarazioni di qualche giorno fa rilasciate da un imprenditore del sud che si chiama Caltagirone? Scusate, eviterò di riandare fuori tema.

16 Ott 2008 | ore 18:46

Forse qualcuno dimentica che i grandi magazzini li hs creati mister B. E Canale % e le veline hanno favorito l'omologazione al ribasso dei gusti o il recupero degli ultimi suini italici? Suvvia la sinistra in Italia é quasi morta ma da quí a dire che la destra ha salvato la tradizione a tavola ce ne corre...o basta comprare 200mila forme di grana per dirsi fautori del tipico a tavola? Certo in Toscana ed Emilia errori ne sono stati fatti...Parisi racconta che i politici toscani fecero orecchi da mercanti quando lui raccontava loro che la vera cinta era scomparsa e che quella da lui salvata era figlia di un incrocio con maiali bianchi...salvo poi salire tutti sul carro del vincitore quando il marchio ha incominciato ad avere successo...troppo facile attaccare la sinistra oggi. A me vedere da lontano che il presidente del Consiglio sfiora il 70% del gradimento mette i brividi

16 Ott 2008 | ore 20:56

Canale % cioé Canale5

16 Ott 2008 | ore 20:58

10 anni fa iniziai a fare vino, ma l'influenza di quello che e' stato il movimento gambero-rosso slow food inizia almeno 5 anni prima.
C'era una una voglia di riscossa da parte dell'agroalimentare, quella che voleva passare da prodotti un po' umili e sfigati - l'agricoltura non era ancora di moda e i casali non erano tutti da foto di copertina di Ville e Casali - a prodotti di moda, rampanti, patinati e scintillanti. Una specie di applicazione del made in italy della moda al cibo e al vino; un proseguimento del "glielo facciamo vedere noi ai francesi..."
Sono stati momenti belli, in cui ci stava dentro tutto e il contrario di tutto. Adesso e' il momento del riflusso e della riflessione, ma non mi sembra abbandonato il bisogno di agganciare l'agricoltura ad una moda.
Francamente io comincio ad essere stanco delle mode del vino, prima tutti a premiare ed incensare i vinoni grassi e piacioni, oggi tutti alla ricerca dell'etereo ed impalpabile, condito dal giusto difetto che fa tanto contadino puro e duro.
Magari faccio male a lamentarmi, perche' senza la moda il vino forse tornerebbe ad essere un prodotto un po' sbiadito, un po' 70's, con sensibile effetto sulle casse delle aziende (e del mondo della comunicazione), pero' effettivament faccio fatica a trovare una bussola.
Forse questi momenti di rottura sono necessari, e da qui si rinasce con una visione piu' limpida. Certo e' che le cose non saranno piu' come prima. Piu' velocemente si capisce e meglio se ne esce.
Bravo Stefano per le parole semplici con cui spieghi i problemi che ci sono stati. Ogni volta che si spalanca un armadio, per quanto piccolo, si sente che la rinascita comincia un pochino di piu.

16 Ott 2008 | ore 22:39

Andare al Sud?

Quale Sud?

No, meglio Barcellona, si fa prima, si fa meglio.

E, soprattutto, non si spera nei politici....

16 Ott 2008 | ore 23:29

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marchio_cucinare.jpg
a cura di Stefano Bonilli


Zuppe_Minestre.jpg
Arrosti.jpg
in libreria e on-line

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notizie in breve

Lucky_Peach.jpg

> Lucky Peach di David Chang, Peter Meehan e Chris Ying è una nuova rivista trimestrale dedicata al cibo pubblicata dall'edtore McSweeney's, e questa è la grande novità per la casa editrice californiana che fino ad ora aveva pubblicato romanzi, saggi ma mai libri e riviste di cucina. Lucky Peach è rivista, ma anche una appllication per l'iPad. Il primo numero è dedicato al "Ramen".

Pasta_broccoli_arzilla.jpg Minestra di pasta, broccoli e arzilla

Lo confesso, io sono un minestraro, adoro tutti i tipi di minestre e purtroppo mi accorgo...


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IMG_6089.jpg Meglio le favelas della vita da contadino

Ho letto una recensione sul Sole24Ore di domenica...


_electaweb_images_nondisponibile.jpg E' la pappa bellezza

I libri sul cibo spesso sono noiosi, spesso...


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