22
Dic 2008
ore 11:55

Mangiare solo italiano?

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ananas.jpgIl ministro Zaia fa la guerra all'ananas come esempio e stimolo al mangiare italiano?
A me sembra un comportamento miope, per nulla intelligente.
Noi, paese di esportatori per eccellenza, andiamo ad alzare la bandiera dell'autarchia alimentare?
Nel Ventunesimo secolo è una ipotesi che non sta in piedi visti i mercati e la circolazione delle merci.
Non credo, comunque, che noi saremmo contenti se gli americani, attualmente colpiti da una crisi senza precedenti, lanciassero la parola d'ordine di bere solo vini made in Usa, e basta.
Il discorso, sulla spinta della parola d'ordine di NO ANANAS, si è allargato da parte di molti fino a dire no Champagne, no salmone, no carne danese, no caviale ecc...
Io ho visto che ci sono come prodotti civetta, in alcune grandi catene di distribuzione, degli Champagne che costano molto meno di alcuni nostri spumanti e penso che il discorso su Bollicine versus Champagne sia vecchio, stantio, noioso.
E' vero che quasi tuttti i prodotti italiani sono più buoni di quelli importati ma hanno un difetto, molto spesso sono più costosi, pensiamo al cattivo aglio made in China che spadroneggia sui banchi dei nostri mercati oppure la passata di pomodoro, sempre cinese e sempre cattiva, usata dalla maggior parte delle pizzerie perché costa molto meno della passata italiana.
Ormai si cerca il prezzo più basso, ormai l'ananas è la frutta di fine pasto in tutti i medi ristoranti, come il limoncello, e le arance sono spagnole, anche se meno buone delle nostre, perché la logistica spagnola della distribuzione è migliore della nostra.

commenti 27

Secondo me quando ci si adagia su slogan facili e diretti invece di prendersi tempo e spazio per chiarire e argomentare, non c'è da stupirsi se la situazione finisce fuori controllo; la deriva integralista è sempre in agguato!

22 Dic 2008 | ore 12:18

Compro, quando lo trovo, il burro francese. Per la carne, se non trovo la chianina, scelgo la danese. Mi piacciono molto l'agnello irlandese e quello gallese. Ma compro legumi, frutta e verdura, solo ed esclusivamente italiani. La frutta spagnola, almeno quella che arriva qua, è senza sapore (le pesche sanno di acqua) e i pomodori, olandesi o belgi, sono finti di colore e di sapore. Quindi, per i prodotti agricoli, sono pienamente d'accordo con il ministro. Lui era meglio se sceglieva un altro esempio perché l'ananas nel cesto di frutta natalizio ce lo mettiamo tutti.

22 Dic 2008 | ore 12:19

Non ho ben capito Bonilli, critichi il ministro perchè protezionista, poi passi ai prezzi e ti lamenti che i prodotti italiani (migliori) costino più di quelli cinesi (peggiori).
E' ovvio che la qualità debbe costare di più e questo non è certo un difetto.
Io sono con il ministro. facciamo tanti bei discorsi sui chilometri zero e poi se un politico fa qualche dichiarazione in questo senso ecco che viene tacciato di bieco protezionismo.
Bisogna mettersi d'accordo. Io nella provocazione dell'ananas ho letto un messagio valido. Quando possiamo compriamo italiano (e possibilmente secondo stagione aggiungo io). Non ci vedo nulla di male.

Ad Majora

22 Dic 2008 | ore 12:30

Io non ricordo neanche più quando ho mangiato un ananas o unmango in Italia. perché mi è capitato una volta di mangiarli in zone vicine a quelle di produzione ed erano talmente diversi da quelli che avevo assaggiato fino ad allora che...quando sono qui preferisco lasciar perdere!

Allo stesso modo assaggio quello che si produce qui; è più buono? Cerco di informarmi su come è prodotto, è fatto con cura? Lo compro anche se costa un po' di più.
Comprendo il discorso di acquistare i prodotti locali per permettere ai bravi e onesti produttori di continuare a farlo.
Comprendo ancora meglio il discorso della stagionalità.

E con tutto che per mezzo di Slow Food ho imparato molte cose, lo slogan "km zero" come regola assoluta continuo a non capirlo!
A Terra Madre, passeggiavo per gli stand dei presidi che presentavano i loro prodotti (e il loro duro lavoro), ho comprato volentieri un po' di cose ma obiettivamente...è impossibile conciliare la promozione dei prodotti di qualità di tutto il mondo e contemporaneamente comprare a "km zero"!

22 Dic 2008 | ore 12:47

sono con Zaia se intende bandire l' ananas dalla ristorazione, colpevole (quasi tutta, anche gli stellati)di ignorare la nostra frutta di qualità (quella non a caso chiamata dimenticata), di non fare un minimo di ricerca al riguardo quando invece per il sale e il pepe (tanto per fare un esempio) sono capaci di farseli venire anche dall' Himalaia o dall'Alaska! Poi quando chiedi un frutto, ecco ti arriva la banalissima fetta di ananas...che tristezza!!

22 Dic 2008 | ore 14:32

Il cibo italiano è mischiato con prodotti non italiani (senza contare quelli prodotti in Italia e originari di altri paesi).
E anche rimanendo nei confini patri, l'Italia è lunga e larga: solo per fare un esempio, l'olio d'oliva ha una linea geografica molto ben delineata (con qualche eccezione climatica intorno al Garda), eppure lo consideriamo un prodotto italiano.
Molte verdure italiane cambiano sapore se coltivate in altri luoghi rispetto a quelle di origine: per preparare un piatto a base di melanzane DEVO usare quelle siciliane o pugliesi, anche se sono in un'altra regione. E sono disposta a farlo, anche se costano di più e soprattutto è difficile trovarle in uno stato non comatoso.
In Olanda si vendono pomodori coltivati in Italia e pomodori coltivati in Olanda: il prezzo è differente (inutile dire quale dei due costa il doppio).
Come sempre sta al consumatore decidere cosa acquistare ed eviterei atteggiamenti dogmatici del tipo "sempre e solo a km0".
Proviamo a trovare qualche piatto tipicamente regionale che si può fare solo con prodotti autenticamente a km0?
Io ho più esperienza dei cibi meridionali, me ne vengono in mente ora solo quelli più antichi e poveri a base di legumi, verdure, pasta e olio.
Il km0 non vale quindi neanche per tutti i piatti antichi (o ormai considerati tradizionali): cosa sarebbero i babà senza il rum? Ci dimentichiamo il baccalà o stoccafisso? E i cantuccini senza le mandorle? E il pepe?


Non so se sono riuscita a comunicare davvero quello che penso, provo a riassumere: per alcune cose sia benedetto il km0, per altre voglio avere la libertà di comprarle (e mangiarle) e pagarle al giusto prezzo (anche alto) purchè siano di qualità adeguata.


22 Dic 2008 | ore 14:37

Dimenticavo: pollice verso per tutti i ristoranti dove l'unica frutta disponibile è l'ananas :-((

22 Dic 2008 | ore 14:39

Non ho grande stima di questo Ministro, che come tutti quelli del suo governo e' capace quasi esclusivamente di forgiare slogan ad effetto. Non e' che con gli slogan che si risolvono i problemi della nostra economia,
men che meno con l' autarchia.
Compriamo materie prime di qualita', da qualunque luogo esse provengano.

22 Dic 2008 | ore 15:49

Se i paesi che importano i nostri prodotti si fanno protezionisti - non fosse altro che per ritorsione o reciprocità - addio cucina italiana di qualità nel mondo. Finché quella del ministro è una campagna promozionale va benissimo, in fondo è il consumatore che decide. Mi preoccuperei e molto se uscisse da questi limiti.

22 Dic 2008 | ore 17:14

Questa ennesima trovatona del geniale ministro Zaia mi ricorda molto da vicino una perentoria affermazione di un sommelier pugliese che disse:"Sogno una Puglia nella quale i ristoranti propongano solo vini pugliesi !".......e se il resto del mondo facesse alla stessa maniera tutte le bottiglie prodotte in Puglia chi se le berrebbe ?
Troverei invece utile che tutti i Paesi aprissero le proprie frontiere, anche mentali, ai prodotti stranieri magari senza dazi e protezionismi. Penso che la bilancia dei pagamenti italiana ne trarrebbe enormi benefici.

Ciao

22 Dic 2008 | ore 17:30

il ministro sbaglia ad essere così assolutista come sono rimasto disgustato quando ad un programma della 7 insieme a storace affermò che rifiutava l'idea del ristorante cinese...loro non ci andavano!!! Posso accettare affermazioni del genere in un salotto di casa tra amici ma un ministro deve essere più corretto e globalizzante...si potrebbe dire tanto anche di noi nei vari scandali accaduti...quindi correttezza ed equilibrio...però sull'ananas si legge anche questo....e qui si apre un capitolo a parte
Una triste storia quella delle piantagioni di ananas in Costa Rica. Una storia che riguarda i lavoratori e l'ambiente del paese centroamericano, entrambi danneggiati e sfruttati dalla monocoltura dell'ananas. Una coltura che in pochi anni ha sostituito quasi completamente quella delle banane, ormai poco conveniente a causa della caduta a picco dei prezzi al dettaglio. Una storia riportata dal Guardian e venuta alla luce grazie a Banana Link e GMB. La vicenda riguarda le piantagioni di Pinafruit, di proprietà di una compagnia locale, Grupo Acon, che rifornisce molti tra i maggiori importatori di ananas, tra cui anche le grandi catene britanniche Tesco e Waitrose. Lì i lavoratori vengono sfruttati come asini, costretti a lavorare 11-12 ore al giorno in condizioni disumane, costretti a piantare almeno 5000 piante di ananas al giorno per la misera paga di 6-7 euro.

Continua da sopra:

Mantenere questi ritmi significa infischiarsene delle condizioni atmosferiche (la pioggia è assai frequente da quelle parti), dei pesticidi spruzzati in quantità industriali, delle condizioni igieniche e così via. Ai lavoratori cadono le unghie a causa dell'elevata esposizione ai pesticidi mentre l'ambiente soffre uno sfruttamento del terreno praticato a livelli insostenibili. Le coltivazioni vengono "liberate" da ogni tipo di vegetazione in modo da rendere la produzione e la raccolta estremamente efficiente. Insomma valanghe di pesticidi, e poi solo piantare e raccogliere. Una situazione che è comune a tutte le piantagioni del Costa Rica, comprese quelle della Pindeco, società controllata da Del Monte, che ha in mano la metà degli ananas del Costa Rica. Del Monte sostiene di rispettare le condizioni dei lavoratori e l'ambiente, ma i fatti dicono il contrario. Nelle piantagioni della regione di Buenos Aires, controllate da Pindeco, la grande massa di foglie accatastate dopo il raccolto ha provocato, negli ultimi anni, la diffusione di sciami di pericolose zanzare (Stomoxys calcitrans), la cui puntura provoca al bestiame inappetenza e perdita di peso. La morte degli animali significa un'altra risorsa in meno per la già vessata popolazione locale. L'unica soluzione trovata per risolvere questo problema è stato bruciare le piantagioni dopo il raccolto. Un sistema che aggiunge solo nuovi danni.
La situazione è questa: che i terreni si degradino, che le falde acquifere vengano contaminate, che la popolazione soffra di patologie respiratorie e sterilità nelle zone circostanti a livelli mai visti, è il dazio che bisogna pagare per gustare il dolce e dorato ananas.

Saluti Cipolle e Pizze

22 Dic 2008 | ore 17:42

Soliti annunci, solite provocazioni di questo governo. Potrei capire se fossero bandite ananas provenienti da coltivazioni non controllate, o da sfruttamento minorile nelle piantagioni...ma così, solo perchè extracomunitarie, è un corto circuito troppo semplicistico. Basta vedere il commento di Carlin Petrini, ultimamente spesso in accordo col ministro, che con diversi salti mortali, citando il caffè, il pepe, il cacao cerca sommessamente di ridimensionare il tutto.

22 Dic 2008 | ore 18:15

Infatti, riprendendo il post di Vignadelmar, dovremmo andare tutti in vacanza nei luoghi dove siamo nati o vestire solo con tessuti autoctoni e comprare automobili Italiane e cosi' via.
Forse noi persone normale volendo ci riusciremmo pure.
Ve li immaginate i nostri Ministri rispetto ad un tale regime di comportamenti e propaganda nei confronti degli elettori?
A me la cosa che da' piu' fastidio, e' che prendono di mira sempre il cibo e tutto cio' che concerne l' alimentare in genere, per costruire "boutade" che vanno esclusivamente verso un loro uso e consumo politico.

22 Dic 2008 | ore 19:55

Pensate voi, come giustamente fa notare Arcangelo, se tutti i turisti stranieri che affollano l'Italia incominciassero a fare le vacanze nel proprio Paese. Oppure anzichè vestire Armani, Versace, Valentino, Benetton, Dolce & Gabbana, iniziassero a privilegiare stilisti loro connazionali.
Per non parlare di cosa succederebbe se tutti i Lavoratori stranieri tornassero a lavorare nei propri paesi.
Solo un volgare populista può proporre di rinchiuderci in un anacronistico sistema autarchico. L'azienda Italia, se ripagata con la stessa moneta, fallirebbe in pochi mesi.

Poveri noi, vorremmo la fantasia al potere mentre abbiamo i ............ al potere !

Ciao

22 Dic 2008 | ore 20:10

Uh, Petrini ha scelto come esempi caffé spezie e cacao, esattamente gli stessi che avevo fatto io qui: http://blog.paperogiallo.net/2008/12/il_nostro_futuro.html

A sssaperlo prima, ieri che l'ho intravisto in giro per Eataly gli avrei chiesto le royalties! :-)))
p.s. dato che siamo su un blog e la gente a quanto pare qui si prende molto sul serio, sottolineo che una battuta.

22 Dic 2008 | ore 20:18

Si mettesero a fare l'apologia del mercato autoctono pure con gli altri comparti produttivi, tipo le automobili... sai le risate!!!!!!!!

22 Dic 2008 | ore 20:20

Noto che quando è un ministro leghista a dire stupidaggini ci si dà dentro, mentre quando le stesse castronerie le dice Petrini (che dice che "l'idea è interessante") non c'è così tanta verve :-) , anzi, tutti a tessere lodi al km 0, ai prodotti locali e così via :-P

... chissà come mai ;-)

22 Dic 2008 | ore 23:27

Per Dario: con tutto il rispetto del Ministro leghista, ci sara' pure una differenza quando parla di alimentazione Petrini e quando parla l'on Zaia.
Detto cio' , nessuno dei due ha la verita' in tasca,ma se permetti a Petrini qualche nota stonata gliela si puo' anche perdonare, visti i risultati del suo lavoro da trentanni a questa parte.
Quando il Ministro avra' contribuito, come Petrini , per il comparto alimentare del nostro paese fino ad oggi, allora se ne potra' parlare.

23 Dic 2008 | ore 11:33

Arcangelo: non era mica una "difesa" del ministro :-P . Solo volevo far notare che entrambi dicono la STESSA stupidaggine in questo caso, e quindi andrebbe criticata nello stesso modo.

Nel mio campo è abitudine criticare le affermazione indipendentemente da chi le pronuncia. Mi pare invece che nel mondo enogastronomico "conti" un po' troppo chi le dice. Questa almeno è la mia impressione da "esterno" :-)

Approfitto per augurare a tutti (pure a Zaia e Petrini :-) ) un buon Natale

23 Dic 2008 | ore 12:10

Per lunghi anni credo di essere stato tra i pochi - che non fossero pregiudizialmente ostili o antipatizzanti di Slow Food - a esprimere osservazioni critiche nei confronti di alcune dichiarazioni o prese di posizione di Slow Food o di Petrini.
Tutt'attorno cresceva un silenzio sospetto.
Poi è toccato a me essere coperto dal silenzio dei giornali e dal conformismo dell'informazione e del mondo dell'enogastronomia.
Non è un atteggiamento scientifico, è un atteggiamento italiano.

Ps
Il chilometro zero su questo blog è stato criticato varie volte, repetita juvant ma spesso annoia :-))

23 Dic 2008 | ore 12:38

Auguri anche a Te.
Arcangelo.

23 Dic 2008 | ore 12:42

A mio giudizio il problema è sempre quello finale della consumazione: presentazione, quantità, rapporto qualità prezzo e soddisfazione.
L’ananas rispetto al resto (riferito agli altri frutti) è molto più competitivo. Come mai non lo so, ma è un fatto che la sua offerta sul tavolo dei ristoranti ha finito per conquistare anche le casalinghe che si sono adeguate e immancabilmente lo presentano “a barchetta” (il taglio a rondella è da sfigati). E poi quantità giusta, poco sbattimento in cucina...
Forse bisognerebbe inventare mele più grandi o piccole come ciliegie.
Mi chiedo piuttosto se sbaglio a pensare che nel post di Bonilli ci sia una provocazione ulteriore: ci si spacca la testa sull’ananas ma nessuno parla della nostra frutta., buona ormai solo nel cestino del Caravaggio: natura morta in tutti i sensi (per gli appassionati Pinacoteca Ambrosiana, orari da cani).
Mi ricorda lo stesso approccio usato su un tema apparentemente disinteressato che, al contrario, risultò molto più esemplificativo: quello del carrello dei formaggi, argomento aperto tanti anni fa sul forum di GR che addirittura finì sul mensile.
Come oggi, anche allora ci si spaccò la testa a cercare di imitare e superare quelli francesi e, nessuno, ripeto, nessuno di noi ricordò i formaggi italiani tout court (ahi! Ecco un francesismo) come la mozzarella e tutti gli altri formaggi meridionali. Mi ricordo, ancora, che parlammo di castelmagno, zola, formaggi di fossa e altri formaggi d’alpeggio da accostare alla tradizione d’oltralpe (ma di mozzarella, ragusano, burrata, provola, provolone, caciocavallo, pecorini romani, sardi e chi più ne ha più ne metta, nemmeno una parola); di attitudini e impieghi diversi da contrapporre (non da scimmiottare) come valide alternative neanche a parlarne. Ma, ieri come oggi, la questione era e sta proprio lì: l’impiego che se ne fa.
Che impiego facciamo della nostra frutta ? Risposta: dopo antipasto, primo, secondo e dolce, a chi volete interessi! Anzi un bell’ “ammazzacaffè” (o “ciuccio” o non so con quanti altri nomi è appellato l’ “amaro”, o come dice il post un bel limoncello).
Certo a tavola oggi parliamo spagnolo, portoghese, giapponese, cinese, francese (un po' meno l'inglese), ma il problema di fondo resta: stiamo rimuovendo la nostra memoria ed il nostro essere. E, che è peggio, la possibilità, in un futuro neanche lontano, di dire la nostra. E allora forse hanno ragione quelli della michelin a darci qualche stella a livello di ristorazione. Forse c’hanno visto più lungo di noi; loro ci considerano moribondi, destinati ad omologarci e uniformarci alle altrui tradizioni (auguri in ritardo per halloween).
Certo uno può fare tutti gli accostamenti alle politiche con i vari comparti.
Però, a mio giudizio, se due persone di cultura e ideologia opposte (Zaia e Petrini) la vedono in maniera uniforme una verità di fondo c’è (che non è quella dell’uno sbaglia e l’altro pure ma si può essere buoni per quello che quest’ultimo ha fatto, mentre con il primo no per il ruolo istituzionale rivestito, perché, se cosi fosse, la stessa autorevolezza il secondo non l’avrebbe mai, nonostante quello che ha fatto, conclusione debole via). La verità è che l’Italia è nell’eccellenza dell’alimentazione (fatto che si registra in pochissimi altri comparti). Per cui certe denunce sono espressione di un’attenzione privilegiata che questo comparto si è oggi guadagnata e che merita, rispetto agli altri (grazie al lavoro che anche lei Bonilli in tutti questi anni ha fatto e, prima di lei, Veronelli, Carnacina, Soldati etc.). Ma noi facciamo di tutto per non accorgecene o minimizziamo un’eccellenza di comparto uniformandola ai principi di politica generale. Sbagliato: in questo settore che siano gli altri a venirci dietro, abbiamo tutte le credenziali per imporci e, alle volte, anche di risultare bacchettoni (l’ananas verrà sempre e comunque consumato, ovviamente a barchetta; io, come alternativa, suggerisco il taglio rondella dell’arancia – evitate la sanguinella - con un po’ di zucchero grezzo di canna sparso con un cucchiaino e, per i palati più esigenti, bagnata con un po’ di rhum o altro liquore).
Ciò che io ho denuncio è l’autarchia fatta dai produttori a colpi di marchi collettivi (oggi tutt’Italia è un tappeto di DOP, Doc, IGP IGT etc..: un bel pretesto buono per le speculazioni sulle quali nessuno controlla e che rischiano seriamente di mettere “fuori mercato” la nostra produzione).
Paradossalmente le prime vittime sono il “grana” e il “reggiano” (pionieri e meritevoli della tutela comunitaria) che, come risultato ottenuto dopo lunghe battaglie, vanno sul banco sottocosto. Ebbene, a mio giudizio, credo che ciò in parte dipenda anche dalla presenza sconfinata di marchi caratteristici rilasciati su prodotti che, anche se privi di una reale esigenza distintiva (anche perché a nessuno interessa imitare quel prodotto), utilizzano dette soluzioni per mera pubblicità.
Credo infatti, che il rilascio di marchi collettivi a favore di questi prodotti minori, abbia, alla lunga, un effetto distorsivo sia sulla protezione accordata a quei prodotti che effettivamente soffrono l’imitazione; che sulle politiche dei prezzi praticati per i prodotti in generale, con una concorrenza avvitata a logiche sempre più distanti dall’interesse del consumatore.
Infatti, sebbene merceologicamente differenti, questi marchi collettivi applicati a vantaggio di prodotti “minori” (e tanti si registrano nella frutta e verdura) hanno l’effetto, da un lato, di sminuire il valore aggiunto derivato a quei prodotti tipici a maggiore diffusione nazionale che necessitano della protezione (a loro accordata grazie all’appartenenza a quel consorzio) per non subire la concorrenza servile o parassitaria; mentre, da altra parte, forniscono gli alibi per la speculazione nella distribuzione attirando tutti i prodotti verso il corporativismo o la consorzialità ingiustificata.
Questa, a mio giudizio, è una battaglia (dal sapore esclusivamente nazionale) che varrebbe davvero la pena sostenere e che il Ministro dovrebbe prendersi a cuore (magari anche tirandolo proverbialmente per la giacca).
E allora - già che lancia queste provocazioni Bonilli e considerato il periodo festaiolo - il mio augurio è che il prossimo anno sia all’insegna della “frutta italiana di moda” con la speranza che qualcuno s’inventi anche un modo per presentarla, chessò, “a balconcino” (iccheè?).
Basta con i camembert, salmoni, ananas, bollicine - ops – prosit e buon natale e …buona frutta a tutti.
Filippo

23 Dic 2008 | ore 16:39

Le arance spagnole meno buone delle nostre...venga qui a dirlo caro Direttore, poi nessuno le garantisce il ritorno sano e salvo...comunque il discorso del ministro andrebbe fatto al contrario, cercando di incentivare quelle produzioni che da noi storicamente non esistono e che pure per condizioni ambientali e climatiche potremmo coltivare, come hanno fatto gli spagnoli incorporando l'avocado alla cucina locale (Grananda produce alcuni dei migliori avocados del mondo) specie sotto forma di salse, come il guacamole messicano o con le bufale importate dall'Italia. Penso alle banane e a qualche esperimento in Sardegna o ció che é successo in pochi decenni con il kiwi, originariamente piú stravagante dell'ananas...o ancora il caviale italico al 100%. Non si tratta di rifiutare lo champagne, semmai di produrre vini spumosi migliori dello champagne...in questo l'esempio spagnolo con panettone, mozzarelle e lasagne ci serve da modello

23 Dic 2008 | ore 19:56

Dalla frutta agli immigrati il passo è breve quando parla un leghista...Non mi piacciono i protezionismi e gli inviti politici. La cosa che conta di un prodotto, e di una ricetta, è che sia buona. Se poi c'è territorio ovviamente è meglio, ma la competizione deve giocarsi sulla qualità e non sulla scelta pregiudiziale altrimenti diventa anche un alibi per non migliorare.

24 Dic 2008 | ore 08:42

A me sembra la solita barzelletta. Ci si preoccupa dell'ananas mentre sulle nostre tavole arriva di tutto. Altro che agli e passate cinesi. Recentemente "Report" ha mostrato un servizio dove i Nas di Parma hanno sequestrato in un caseificio della zona decine di forme di parmigiano reggiano morsicate da topi e conservate fra topi morti ed escrementi. Per non parlare, tanto per rimanere nella padania tanto cara al ministro, del servizio su "Repubblica" sui formaggi avariati messi in commercio dalla Galbani o ancora, notizia di una settimana fa, delle 100 tonnellate di prosciutti avariati, scaduti nel 2003, e rigenerati ancora nel parmense. Il ministro poteva prendersela con le banane dato che perlomeno l'ananas, grazie ai suoi enzimi, ha proprietà antinfiammatorie e disintossicanti adatte ai nostri cibi. Ciò che conta è la riconoscibilità e la qualità dei prodotti indipendentemente dalla loro provenienza.

25 Dic 2008 | ore 22:10

Credo sia utile analizzare la situazione attuale economica e culturale italiana.Credo che l`utilizzo dell`ananas nella cucina italiana non e` nato ieri ma gia` da anni or sono .Questo e` un semplice esempio che ha citato il nostro ministro ma che rispecchia un`aria molto globale sul nostro mercato...il prezzo incide sulle tavole degli italiani molto piu` di prima e i nostri prodotti pur migliori son accantonati per prodotti che pur non essendo all`altezza permettono alle famiglie medie di risparmiare denaro.Sono uno chef che lavora all`estero e che sa cosa vuol dire usare prodotti italiani e quanto importante sia per noi cuochi utilizzare la migliore materia prima ma la reperibilita`difficile e i costi per noi hanno prezzi stellari...ma per gli stessi italiani in patria potrebbe essere vantaggioso se qualche buon venditore non farebbe ricarichi paurosi...tutto e` caro anche l`arance spagnole in questo periodo di crisi..lo stato dovrebbe parlare meno e mostrarsi piu` vicino ai consumatori che amano gustare i sapori della tavola a casa e fuori.
Ananas a parte viva L`ITALIA!

28 Dic 2008 | ore 15:09

Intanto oggi il Ministro Zaia si dice entusiasta dei risultati ottenuti dal suo appello allo sciopero dall'ananas. pare inoltre che le bollicine italiane abbiano ottenuto delle performance notevoli.
http://www.repubblica.it/2009/01/sezioni/economia/sciopero-ananas/sciopero-ananas/sciopero-ananas.html

Ciao e buon anno

02 Gen 2009 | ore 18:51

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