29
Set 2009
ore 21:31

La vendetta dei foodies, cioè noi/voi

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Chissà quante volte vi sarete sentiti un po' fissati, leggermente fanatici e molto soli.
Questo a causa della vostra grande passione per il cibo, il vino e tutto ciò che è ad essi connesso.
Tranquilli, l'ora della vendetta e della riscossa è arrivata.
4.500.000 italiani, il 9,8% della popolazione, sono dei foodies, sono cioè degli appassionati attivi di cibo e di vino.
E' un dato abbastanza sorprendente ed è il risultato di una ricerca commissionata da Negroni e presentata da Gpf in un luogo bellissimo e fuori dal mondo, Santo Stefano di Sessanio, a una trentina di chilometri da L'Aquila.

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C'erano un gruppo di giornalisti della carta e del web ad ascoltare la presentazione del rapporto e tutti sono rimasti colpiti dalla vastità di questo movimento, composto per la gran parte da persone di reddito medio e medio alto, egualmente distribuiti tra i 25-34 anni il 22,5% i 35-44 anni il 21,3% e i 45-54 anni il 20,6%.
Il 40,9% ha il titolo delle medie superiori e il 16,8% dell'università.
Al nord ovest abita il 27,8% al nord est il 23,5% al centro il 14,4% e al sud il 34,3%.
I foodies sono gente che ha come valori l'amore per l'avventura, la gestione delle complessità, l'impegno, il cosmopolitismo, l'adesione al nuovo, l'amore per arte e cultura, la secolarizzazione.

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Per un foodie il cibo è soprattutto una passione ricca di significati ed esperienza e anche un piacere da condividere con gli altri.
E' uno che va spesso al ristorante, in trattoria e in pizzeria, sa scegliere e sceglie sempre in base a un giusto prezzo in rapporto alla qualità facendo di testa sua la scelta di dove andare a mangiare il 60,1% o ascoltando amici e appassionati il 69,3%.
La lettura della ricerca rincuorerà la maggior parte di voi perché è facile riconoscersi nelle risposte con la percentuale più alta, in una serie di domande con risposta quasi obbligata per un vero foodies ma il problema è che nel comune sentire, e dentro ci mettiamo anche quello delle pigre redazioni di giornali e riviste, l'appassionato è stato fino ad oggi considerato e descritto più come una macchietta che un soggetto attivo e parte di una massa di persone tale che, se solo debitamente informata, potrebbe condizionare in positivo il mercato dell'alimentare e della ristorazione.
Già, perché l'avrete capito che il foodie è uno che sceglie sempre il meglio al prezzo più giusto, ha una grande capacità di comunicazione ed è, o può essere, soggetto attivo del passa parola.
Il 69,1% dei foodies consulta internet per avere informazione su alimentazione, vino, birra e intinerari eno-gastronomici.

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Siamo a 1250 metri, in un borgo che ha 70 abitanti e tanti turisti perché qui l'uomo non ha distrutto ma costruito, ma non nel senso di edificato, qui, a Santo Stefano di Sessanio dove siamo venuti "in ritiro" per ascoltare i dati della ricerca sui foodies, l'uomo ha preservato e valorizzato trasformando Santo Stefano in un borgo integro dove si viene come per fare un viaggio in un altro pianeta.
Anche qui il terremoto ha colpito, ma solo in piccola misura.

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Tutto è stato ricostruito con materiale del territorio, le tecnologie sono nascoste, il borgo è un albergo diffuso ma non ha perso la sua identità, ha conservato il prodotti e i modi della cucina dell'Abruzzo.
Nelle stanze gli asciugamani, i materassi, le lenzuola sono quelli autentici rifatti in modo filologicamente perfetto.
Nel paese per ora ci sono delle botteghe, un ristorante, verranno riportati i telai, il territorio attorno fornisce i prodotti della terra e tutto questo all'interno del Parco, con i fondi della Comunità Europea.
Qui si viene per stare nella natura e non vivere nel passato ma scoprire come potrebbe essere il presente.

FOTO S. BONILLI

commenti 72

I foodies son di sinistra?

30 Set 2009 | ore 00:20

Ma per l'amore di Dio, i foodies sono moderni conservando la loro/nostra storia.

30 Set 2009 | ore 00:43

Statistiche che rincuorano. Vuol dire che non siamo quattro gatti come pensavo.
Condivisione di una passione.....
"Il tartufo bianco"
"Iniziamo in anticipo la stagione del tartufo bianco; di solito partiamo il primo di ottobre ma quast'anno la qualità è incredibilmente alta rispetto al periodo e siamo partiti....."
Tagliatelle al tartufo, uova "Amerigo 2009" al tartufo bianco, accompagnati da un ottimo Merlot molto attento a non invadere il campo.
Una splendida cena a prezzi incredibilmente onesti vissuta in una delle più belle trattorie d'Italia, "Amerigo" di Savigno, nel bolognese, condivisa con sette amici, sinceri ed entusiasti.


30 Set 2009 | ore 01:28

Devo dire che che non conoscevo l'esistenza di questo movimento, ma sapevo solo che c'è una categoria di persone alle quali piace mangiar bene e se ne intendono del cibo. Sai io ho origini venete e anche dalle nostre parti il cibo ha ancora un gran valore, sopratutto quello genuino. Comunque, complimenti per il blog, è poco che l'ho scoperto e devo dire che tratta argomenti interessantissimi, Ciao Claudia.

30 Set 2009 | ore 07:37

Questa etichettatura non sa un pò troppo di marketing e segmentazione del mercato?

30 Set 2009 | ore 08:34

Siamo in tanti, silenziosi lettori assidui.. ;)

30 Set 2009 | ore 08:43

Questa etichettatura ancora una volta dimostra il complesso di inferiorita' del popolo italiano: che non riesce ad esprimersi nel proprio idioma.
Insomma una esaltazione snob: indeed...

30 Set 2009 | ore 08:46

Mah, io sinceramente a questi sondaggi credo molto poco. Mi piacerebbe proprio sapere come sono stati fatti. Come hanno preso il campione
Le caratteristiche attribuite poi sono, a mio parere, inattendibili. Sono presumibilmente il risultato di una autovalutazione da un questionario: ti presentano un foglio con scritto "se ami il cibo rispondi: come ti vedi tu?"

E sotto ci sono le risposte che vediamo: cosmopolita, avventuroso, aperto, colto etc... e uno deve mettere le crocette
E se anche ci fosse scritto "pantofolaio, gretto, arretrato, razzista e stupratore di suore ;-) " tutti noi abbiamo una tendenza a considerarci migliori di quello che siamo. Insomma, io a questi sondaggi non credo per nulla. Mi sembrano piu' una "lisciata di pelo", visto il committente.
Mi stupiscono poi i presunti *milioni* di persone che consultano internet per avere informazioni sul cibo. Come si concilia questo con, secondo il sondaggio, piu' del 40% di persone con solo la licenza media o elementare? Vorrebbe dire che tutti i "foodies" con licenza superiore o laurea usano internet? Mah..

30 Set 2009 | ore 09:17

Grandissimo... E poi se il sondaggio lo avesse commissionato Spigaroli: ma Negroni...
Evviva le stelle!!!

30 Set 2009 | ore 09:22

Straordinaria la storia di Santo Stefano, dietro questa storia c'è la geniale pazzia di un uomo, Daniele Kihlgren, che si è innamorato di questo e altri luoghi (come Scanno o Matera) e ha pensato di investire qui rischiando i suoi danari. La caparbietà degli abruzzesi ha fatto il resto, purtroppo la vocazione agropastorale e colta alla quale si stava vocando la rinascita turistica dell'Abruzzo interno si è schiantata la notte del sisma di aprile. Quella realtà interessante e nascente si è fermata, squassata da una comunicazione dannosa quasi quanto il sisma!
Speriamo che si rimetta in moto, per ora denari se ne sono visti pochi e turisti ancora meno ;-) Chi ha ricominciato come S. Stefano o il magico Elodia della famiglia Moscardi (dove so sei stato visto direttore ;-)) lo ha fatto con le sole sue forze e rischiando in proprio... Ma ripartire è difficile! Soprattutto senza i due ingredienti citati poco sopra...
Scusate l'OT, ma parlando del mio Abruzzo mi è sembrato doveroso ;-)
ciao A

30 Set 2009 | ore 10:30

Caro Dario, la ricerca è stata eseguita dalla società di Gianpaolo Fabris, uno dei più acuti studiosi dei consumi e delle dinamiche che li determinano.
E' stata fatta da professionisti che mettono in gioco, firmando, la loro professionalità.
Negroni in tutto questo cosa ha da guadagnare?
Forse ha da guadagnare la primogenitura nello scoprire che il mondo degli appassionati attivi del cibo è molto più vasto di quel che si immagini ed è gente che si muove, cerca, spende e comunica.
Mi ha colpito il dato che indica l'alta percentuale di coloro che decidono autonomamente dove andare a mangiare o cosa comprare ovvero si affidano alla comunicazione della rete o ai consigli degli amici.
Del resto abbiamo già visto negli ultimi anni che l'enorme potere del passa parola ha fatto la fortuna di romanzi, film, spettacoli ma anche di locali semi sconosciuti.
Non vedo perché tutto questo dovrebbe essere il frutto di una ricerca malamente arronzata e cosa ci guadagnerebbe, poi, Negroni ad esporsi in questo modo, mi è del tutto misterioso.

30 Set 2009 | ore 10:38

I foodies sono tanti milioni di milioni, la stella di Negroni...
Sembrano tanti anche a me, ma dirlo potrebbe apparire strafottente e presuntuoso, per cui leggo il dato come attenzione diffusa verso il cibo, laddove, sono convinto, tra quei milioni sono presenti anche i poco curiosi, quelli del cibo nostrano, la cucina della nonna eccetera. Comunque è attenzione al cibo e come tale va preso in termini anche commerciali.
Mi sembra interessante anche parlare del progetto Sextantio, di Daniele Kihlgren, italo-svedese, che ha restaurato Santo Stefano e sta acquistando paesini dimenticati nel sud Italia, tra casertano, Lucania, Pollino, nella realizzazione di questo progetto di albergo diffuso che mi sembra ancora poco noto in Italia, essendo conosciuto e apprezzato molto più dagli stranieri.
Quanto questo progetto possa esser da traino per attività artigianali, di ristorazione, di coltivazione non riesco a capire: certo è che l'avversione di Kihlgren ai pulmann, alle gite delle pentole, all'effetto paese finto di cartapesta, sembra una garanzia e forse una grande opportunità da cogliere, soprattutto per il sud ricco di storia e tradizione (leggo per esempio che a Santo Stefano c'è la consulenza di Niko Romito per rivisitare creativamente piatti tradizionali, incentivazione alle coltivazioni bio di ortaggi e materie prime dimenticate e così via).

30 Set 2009 | ore 10:47

Stefano: ma tutti quei milioni ti sembrano ragionevoli? La ricerca completa ovviamente riportera' tutti i dati che spiegano cosa si considera per "foodies". Dipende da quante volte uno esce al ristorante? Da cosa compera? Di certo non ci sono milioni di Bonilli la' fuori :-)
Non voglio mica dire che ci sia qualche cosa di losco nella ricerca, e' che in generale non credo che le "attribuzioni caratteriali e psicologiche" siano molto sensate, sia che si indaghi sugli appassionati di cibo che sui ciclisti. Riflettono piu' come uno si vede che come uno e' realmente. Mi ricorda una ricerca recente sugli automobilisti in cui salta fuori che l'automobilista medio crede di essere molto meglio degli altri, piu' attento alle regole della strada rispetto agli altri. Cosa che ovviamente non puo' essere :-)

30 Set 2009 | ore 10:56

Guardando, per esempio, il successo di eataly Torino si possono capire questi numeri.
Nel 2008 si parlava di 2.500.000 di presenze e 9.000.000 di pezzi venduti, chi va li è quasi sicuramente un "foodie". oppure sbaglio?

30 Set 2009 | ore 11:11

Egr.Dr.Bonilli, non entro nl merito di chi può trarre vantaggio da questa ricerca,però vorrei chiederLe: non sarebbe bello che noi appassionati di cibo indicassimo,nella nostra città o dintorni, un negozio di specialità a cui fare riferimento? La saluto e La ringrazio per l'ospitalità.

30 Set 2009 | ore 11:15

Sono d'accodo con Luca.
Parliamo di milioni di persone perchè per fortuna sono milioni gli italiani che quando vanno in vacanza scelgono un posto anche per la curiosità di provare un ristorante o di comprare dei prodotti tipici.
Parliamo di milioni di persone perché sono(siamo) in 6 milioni a dimostrare un interesse crescente per il vino e tutto ciò che il vino rappresenta in termine di divertimento e tempo libero (enoteche, negozi di accessori, riviste, corsi di degustazione)...
E si potrebbe continuare all'infinito.
Credo che questa ricerca - che dimostra ciò che qualsiasi persona di buon senso poteva intuire - dovrebbe farci riflettere sul fatto che la passione del cibo non è e non può essere patrimonio di nessuna ristretta elite...
Chi lo pensa non si rende conto che al mondo tanti sono (per fortuna) come e meglio di lui...
Un grazie a Negroni per averci riportato con i piedi per terra...

30 Set 2009 | ore 12:26

Tutto vero. Bisogna però ammettere che questo è un mondo autoreferenziale, quasi geloso, secondo per presunzione solo ai milioni di commissati tecnici del calcio. Sicuramente i foodies sono disomogenei, perchè c'è tendenza a formare gruppi separati sia per interesse, sia per fiducia reciproca o vicinanza culturale.
Vero è che il turismo del vino e delle manifestazioni a carattere alimentare è sempre più diffuso e ognuno penserà di fare scelte migliori rispetto agli altri, accettando consigli solo da persone di cui si fida.
Io per esempio, che non so nulla, ma sono diffidente, mi chiedo quanti dei quattro milioni e rotti a una domanda sulla cucina contemporanea si schiferebbero sdegnando la "chimica", il "molecolare", inneggiando agli striscianti in nome dei cibi "genuini" e "naturali". Basta intendersi, insomma, senza steccati ma mettendo i famosi puntini sulle "i".

30 Set 2009 | ore 13:04

Non so Luca, dipende dalla definizione che dai di "foodie". Se si intende uno che ha il cibo come "passione" il numero mi sembra molto elevato.

30 Set 2009 | ore 13:51

Non sono molto d'accordo con Fabrizio: già lo spostamento d'interesse è indicativo. Che l'indirizzo non sia il calcio, ma la lettura, o in questo caso il cibo, fa già una grossa differenza, fa già qualità. Estrapolabile dal numero: anche se ci sarà, nella massa, chi non capisce cosa ha letto, o cosa ha mangiato, in realtà appassionarsi gli farà un gran bene, e a lungo andare, gli formerà anche una coscienza.

30 Set 2009 | ore 14:22

Penso che i foodies siano persone interessate a ciò che mangiano e bevono, facendo anche un minimo di ricerca/viaggi ed hanno piacere di conoscere quello che ingurgitano.
Anche perchè questa cosa ora fa figo.
Senza questi numeri così ampi come si giustifica, ad esempio, un pata negra rinsecchito ad 80euri/kg in un supermarket SMA?

30 Set 2009 | ore 14:48

appassionarsi fa sempre bene...
anche perché al centro di un certo atteggiamento da esperti, in qualunque disciplina, c'è spesso una certa aridità...
la passione di chi crede di sapere, tra l'altro, renderà sempre più forti quelli che sanno per davvero.
Così finalmente non bisognerà vergognarsi di essere cultori del buon cibo e del buon bere,
come è accaduto nei giorni in cui Striscia la notizia ha descritto questo mondo (il nostro mondo) come una sorta di confino di patiti fuori dal mondo...
I 4 milioni e mezzo di foodie (io ci credo) ci fanno capire che tutti gli appassionati di saperi e sapori del gusto sono ben dentro la nostra mirabile e miserabile Italia...

30 Set 2009 | ore 14:55

Ma se questo numero, qualunque esso sia, è in crescita "noi foodies" (mai pensato di potermi definire così ma da oggi...)non possiamo che esserne contenti. Non è quello che si cerca di fare? Coinvolgere,far appassionare, condividere, diffondere conoscenza. Conoscenza è potere, anche tra i fornelli. Vediamola così, no?

30 Set 2009 | ore 14:58

non ne ero a conoscenza
non dista molto da me
mi farebbe piacere farci una capatina
amante del buon cibo, dei profumi e dei colori della tavola
in quanto al vino...non che sia così intenditrice, diciamo che quando è buono fa piacere berlo
buona giornata

30 Set 2009 | ore 15:05

Credo che tu abbia colto in pieno: in su o in giù, in una scala di valori che va dal professionismo al dilettantismo, è l'aridità che fa una differenza, e questa differenza crea o meno un'etica, o, se vuoi, il vero gusto (cioè, in definitiva, un'esperienza condivisa, tradotta, diffusa, ecc. può arricchire; tutto il resto no).

30 Set 2009 | ore 15:35

....certo che non si poteva che chiamare Santo Stefano il santo protettore dei gourmet!:-)

30 Set 2009 | ore 15:53

Foodies? Perchè non proviamo a trovare una parola in italiano per definirci?
Anche in gastronomia dobbiamo parlare in inglese? Come per la finanza?
Facciamo uno sforzo su, non abdichiamo!
Italia buongustaia IN PIEDI!

Ad Majora

30 Set 2009 | ore 16:02

In effetti Buongustai mi sembra ottimo (Ghiottoni forse un po' troppo godereccio :-D )

30 Set 2009 | ore 16:37

Ma è proprio necessario "definirsi"?
non si può ognuno far quello che lo soddisfa intimamemente senza dover per forza essere reclutato in un "movimento"?

30 Set 2009 | ore 16:40

Come preferisci. Ma se non ti definisci tu, ti definiscono gli altri.

Ad Majora

30 Set 2009 | ore 16:44

Concordo con Flavia sulla rassegnazione nell'apprendere che questa gentaglia di cui cerchiamo o pensiamo di far parte si chiama Foodies. Ne prendo atto, non mi toglie il sonno. Ma buongustaio no, sa di vecchio, di pacca sulla spalla con strizzatina d'occhio, di bulimico: non mi piace, non ho alternative, ma non mi piace usare quel termine. Fisime.
Vorrei dire a ChefClaude che sono d'accordo, non mi ero espresso bene: ritenendo il numero fornito dalla ricerca molto alto, o perlomeno inaspettato, cercavo di sottolinearne la probabile variegatura, differenziazione, dal mio punto di vista anche qualitativa, ma in fondo legittima ( a Striscia erano scorretti nel metodo, per i contenuti ognuno la può pensare come vuole). Ho detto anche che però bisogna prendere atto dello studio e rispettarne le conclusioni, in fin dei conti come dato globale positivo dal punto di vista culturale e commerciale.
Infine, però, allo stesso modo non credo che i milioni di commissari tecnici siano una enorme massa di deficienti solo perchè si interessano di calcio: anche nel calcio si può essere costruttivi e intelligenti, magari saraà più difficile, ma anche lì si può crescere.

30 Set 2009 | ore 17:04

Se i milioni di commissari tecnici, o di cuochi e di esperti di cucina, non fossero creati (come sono oggi) in maggior parte dall'informazione televisiva, il panorama italiano sarebbe molto più confortante...

30 Set 2009 | ore 17:26

In effetti era una cosa gia' detta: e scritta.
Mio intervento n.7!
Saluti.

30 Set 2009 | ore 18:04

Rendo merito. Non avevo letto.
Lo prenda come intervento ad adiuvandum.

Ad Majora

30 Set 2009 | ore 18:21

i numeri non mi soprprendono, nè tantomeno la "nomenclatura". Se noi tutti siamo qui a chiacchierare e a leggere è perche abbiamo un interesse in comune che influisce anche sul modo di approcciare il quotidiano.
Credo che sia normale che interessi sociologhi, analisti di mercato e chi si occupa di marketing su vari fronti.
E' solo un prendere atto di un fenomeno che esiste e che in altri paesi hanno già ben metabolizzato.
Se ci fate caso , per esempio, tutti i grandi giornali on line (almeno quelli in lingua inglese)hanno sezioni sul cibo bellissime da leggere anche per i non addetti ai lavori e sempre aggiornate (Guardian e NYTimes su tutti) che non parlano solo di ricette e ristoranti ma che spaziano dalla cultura gastronomica, alla storia dell'arte, all'ethical living!
poi come al solito in tutte le "comunità" ci sono una miriade di diversità ed anche intelligenze diverse.
E per fortuna! ;-)
un saluto a tutti i foodies allora!

30 Set 2009 | ore 18:22

Ottimo, che gli altri mi definiscano come vogliono. Non sarò io a rinchiudermi da solo in un recinto.

30 Set 2009 | ore 18:24

beh mi fa piacere. perché nella categoria "foodie" ci sta anche l'aggettivo "rompiscatole" e mi sento meno sola :-)) Proprio perché siamo esigenti, amiamo la qualità e non ce la danno a bere facilmente.

Pero' anche a me paiono alte come a Bressanini quelle cifre, soprattutto quando scruto nei carrelli della spesa (e dio sa se lo faccio!) al super...

30 Set 2009 | ore 18:31

Non capisco la sua posizione dal punto di vista "concreto" a cosa porti, comunque se in questo modo lei si sente "fuori dal recinto" io sono felice per lei.

Ad Majora

30 Set 2009 | ore 18:33

Concordo pseudo esperti e opinionisti di cucina ce n'è una vera inflazione.
bastava una rapida occhiata ad alcuni "elementi" scelti come giuria "tecnica" "all'ultimo couscousfest....
navrant, come direbbero qui, ovvero costernente.

30 Set 2009 | ore 19:36

Mah, forse sono prevenuto, dato che leggo in questi giorni "La cattiva scienza" di Ben Goldacre dove l'autore smonta i risultati di tante analisi mediche (e non) commissionate da multinazionali et similia...
Leggere questi numeri, cosa che da un lato mi fa "piacerissimo" :), mi lascia poi, alquanto interdetto.
Conoscere i criteri di definizione del campione, la modalità di raccolta dei dati, sarebbe, secondo me, un bene per il "movimento".
Il mondo food ha bisogno di un supporto valido per aumentare la propria autorevolezza, visto che, come scrive anche lei - l'appassionato è stato fino ad oggi considerato e descritto più come una macchietta che un soggetto attivo - e sparare cifre così forti all'improvviso mi sembra una piccola esagerazione, come dire, un po' "pendente da un lato".
Senza aver fatto (e ne faccio tutti i giorni) analisi statistiche di questo settore sono fermamente convinto che gli appassionati siano tanti, tantissimi, ognuno con le proprie esperienze, storie, passioni, di cui, per mille motivi se ne conosce solo una piccola parte.
Ma forse è meglio così, il gusto di scoprire qualche nuovo produttore, di dirlo agli amici (o di tenerlo gelosamente per sè) è forse la molla vera che fa sì che il mondo food sia vivo, vario ed interessante...e forse un po' naif...
Ed alla fine dico: per favore, non chiudiamolo nei numeri!

01 Ott 2009 | ore 01:35

i sondaggi lasciamoli a tiepoli e berlusca....tutta sta gente foodies (sembra un nome erotico)...ma ando sta? a me non risulta...
comunque ne prendo atto e chiedo scusa per i miei interventi terra terra
odorosi e pepati saluti a tutti

01 Ott 2009 | ore 11:03

Non credo che tutti quelli che frequentano Eataly possano essere automaticamente inseriti fra i Foodies - c'è un sacco di gente che conosco che ci va ogni tanto e che non assomiglia molto al profilo descritto sopra!

01 Ott 2009 | ore 12:01

E' bello che una persona scriva "a me non risulta" a fronte di una ricerca fatta da una società di rilievo nazionale.
Non risulta che sono 4.500.000?
E cosa risulta?
A leggere tutti i commenti - sono in viaggio e rispondo saltuariamente - la vera notizia di questa ricerca è quel numero di milioni di appassionati nei quali molti non si riconoscono.
Ma non si riconoscono perché?
Perché il loro vicino di casa o di scrivania o di cabina al mare dà l'idea che del cibo non gliene freghi nulla?
Stiamo parlando di un 9,8% di italiani appassionati attivi, gente che va a mangiare fuori spesso, che ama cucinare, che fa acquisti attenta alla qualità ma anche al prezzo, che pratica il turismo enogastronomico, che legge i giornali, le riviste e le guide.
Ma sono caratteristiche così esclusive quelle sopra elencate?
Io ho decine di conoscenti di questo tipo e, paradossalmente, dovrei dire 9,8% degli italiani?
Solo 4.500.000?
Ma siamo molti di più " a me risulta".

01 Ott 2009 | ore 14:42

i sondaggi si fanno tra la gente quindi anche con il vicino di casa o di scrivania o di cabina al mare e da quanto percepisco la grande maggioranza della gente del cibo non gliene frega nulla
A me risulta per aver letto dalle testate o gazzettini di informazione che
Molti non acquistano vini al di sopra dei 4 - 5 euro e che non spendono piu di 6 -7 euro sull'olio.
Ascolto e percepisco che per molti la qualità è legata alla moda del momento... e che in fin di conti non è realmente certificata da nessuno.... quanti prodotti vengono spacciati dagli addetti del settore come DOP ed affini e poi a volte scoppia lo scandalo sul quel prodotto!!! La gente è sfiduciata...pochissimi seguono il settore agroalimentare pochissimi ne carpiscono l'importanza....gli scaffali si svuotano di cose banali e sottocosto... vagli a spiegare ai tanti che cosa è un uovo di parisi...molti mi dicono ma parisi chi Heather...la ballerina...e poi si legge anche di questo
Per quasi 9 italiani su 10 i prodotti alimentari made in Italy hanno una marcia in piu’: sono piu’ buoni e genuini (27%), danno maggiori garanzie in termini di sicurezza (21%), per non parlare dei sapori unici e inconfondibili che sono in grado di offrire. Fin qui tutto bene, almeno in apparenza, ma la musica cambia quando le domande riguardano proprio alcuni di quei prodotti e piatti che dicono di considerare irrinunciabili
Roma, 28 lug 2009. (Apcom) - La dieta mediterranea? Un'alimentazione ipocalorica a base di pesce; il capocollo? Un formaggio; la tinca? un vino; la parmigiana? un piatto tipico a base di parmigiano, naturalmente. Sono molti gli svarioni degli italiani a tavola, e il giudizio finale sul grado di conoscenza della gastronomia made in Italy non è per nulla esaltante. Secondo l'indagine condotta da 'Vie del gusto', mensile di turismo ed enogastronomia, su un campione di 1.300 uomini e donne di tra 18 e 55 anni, all'atto pratico gli italiani dimostrano di "non conoscere alimenti e piatti della tradizione". Per uno su tre il salame Felino conterrebbe carne di gatto e l'aceto balsamico per uno su quattro è realizzato unendo a normale aceto delle erbe di montagna. In molti ammettono di non conoscere bene i prodotti e le sigle che certificano la qualità degli alimentari. E a sorpresa le donne risultano meno preparate degli uomini. Per il 29% degli intervistati, la dicitura 'made in Italy' indica prodotti che esistono solo nel nostro Paese, per il 23% è un prodotto presente solo in alcune aree geografiche, mentre per il 19% è sinonimo di tradizione. Una grossa fetta degli intervistati non nega di avere grosse difficoltà con nomi e sigle spesso incomprensibili (44%). A dimostrare maggiori difficoltà su alcuni dei più tipici prodotti italiani sono le donne: il 62% delle intervistate ha commesso almeno tre errori nel questionario, contro il 28% degli uomini. Tornando al culatello, uno dei salumi più pregiati, il 41% degli intervistati dà la risposta giusta, ma per il 21% si tratta di un modo simpatico di chiamare il fondoschiena dei bambini o addirittura un vezzeggiativo per una signorina che ha delle curve particolarmente attraenti (17%). Il capocollo è identificato correttamente dal 22% come insaccato, mentre per il 25% si tratta della parte superiore del collo di un uomo; per il 21%, altro è un formaggio. Quanto al salame Felino, il 26% sa che il nome deriva dal luogo di produzione, c'è chi lo associa alla diceria per la quale i veneti mangiano i gatti e ritiene quindi che si tratti di un insaccato veneto a base di carne di gatto (33%). Solo il 19% sa che la Tinca gobba dorata è un pesce, per il 42% si tratta di una malformazione di un osso della gamba (viene insomma confusa con la tibia), ma c'è anche chi si dice convinto del fatto che sia un pregiato vino delle Langhe (12%). Passando a verdure e formaggi, secondo l'indagine di Vie del gusto, solo l'11% sa che il Formaggio di Fossa viene così chiamato per la particolare stagionatura, il 26% pensa si tratti di formaggio fatto con il latte di mucche "fassone" (26%) o che venga prodotto in un paesino chiamato Fossa (41%). Ancora: il datterino (un pomodoro) è considerato così fuorviante che il 39% pensa si tratti di un tipo di dattero pregiato, di dimensioni mignon o di un dolce egiziano a base di datteri (19%), ma c'è anche chi pensa che sia una particolare qualità di pesce (27%). Passando alle ricette, solo il 18% conosce la ricetta e gli ingredienti che compongono le sarde a beccafico, mentre per il 51% si tratta di una ricetta che prevede la cottura delle sarde in una salsa composta da fichi o addirittura di sarde seccate con il medesimo procedimento utilizzato per essiccare i fichi (10%). La parmigiana sembra essere conosciuta solo dal 25% come piatto a base di melanzane, formaggio e pomodoro, mentre per il 39% è soprattutto un abitante di Parma o un piatto a base di parmigiano (19%). Solo il 9% degli italiani intervistati sa che l'aceto balsamico viene realizzato attraverso un lunghissimo invecchiamento in botte, ma per il 47% si tratta di un semplice aceto a cui viene aggiunta una salsa dolciastra o a cui vengono aggiunte erbe aromatiche, come avviene per le caramelle balsamiche (24%). Allo stesso modo, solo il 21% sa che il barricamento è una tecnica di invecchiamento del vino in botte di legno (barrique) e non una barricata (39%) o un modo di essere, quando ci si chiude troppo in se stessi (16%). Vittima degli svarioni culinari è proprio la stessa dieta mediterranea: il 29% la definirebbe come una dieta ipocalorica esclusivamente a base di pesce, mentre la denominazione Docg (usata per i vini) viene confusa con la sigla di un partito politico (21%) o scambiata per qualcosa di inerente la tecnologia (17%). Di positivo c'è che per quasi nove italiani su dieci i prodotti alimentari made in Italy hanno una marcia in più: sono più buoni e genuini (27%), danno maggiori garanzie in termini di sicurezza (21%). Fin qui tutto bene, almeno in apparenza, ma la musica cambia quando le domande riguardano proprio alcuni di quei prodotti e piatti che dicono di considerare irrinunciabili. Sulla carta solo il 16% degli italiani non presta cura alla provenienza degli articoli alimentari acquistati o comunque non la reputa una caratteristica degna di nota. Per il 34%, la provenienza rigorosamente italiana rappresenta un "elemento irrinunciabile", a cui si aggiunge il 28% che la ritiene molto importante e l'11% che pensa che lo sia abbastanza. A spingere gli italiani a inserire nel proprio carrello i prodotti del made in Italy, secondo quanto rilevato da Vie del gusto, è la convinzione di avere tra le mani un alimento più buono e genuino della media (27%), la maggiore percezione di sicurezza (21%) e la convinzione di gustare un cibo dal sapore unico e inconfondibile (16%). Una parte importante nella scelta è svolta dai ricordi personali: l'11% sceglie prodotti made in Italy perché ricordano sapori a cui si è abituati.
Stai sicuro direttore che quelle percentuali date sul tuo post sono variabili e probabilmente discutibili
Comunque io sono tra i foodies... e mi sento solo
chi mi consola?

01 Ott 2009 | ore 15:34

ma Bonilli ! ma è ovvio che con il lavoro che fa, i suoi e amici conoscenti sono più o meno tutti intellgentemente interessati al mondo del cibo. Sarebbe come se uno scrittore che gira sempre per convegni e case editrici si stupisse che al di fuori della sua cerchia il mondo fosse abitato anche da incolti e ignoranti. E il problema è che il mondo "è" abitato per la maggior parte da gente che non legge neppure un libro al mese e che sul cibo non è per niente informata e curiosa.
e non sto parlando di persone venute fuori da chissà quale situazione di sottosviluppo urbano, ma di solidi professionisti (medici, avvocati...)che, abituati da sempre alla cultura del cibo italiano (mediamente buona, direi) appena sono all'estero non osano, non sono per nulla curiosi, partono ogni volta alla ricerca di turisticissimi ristoranti italiani o di pizzerie anche di quart'ordine pur di non assaggiare NULLA del cibo che quel posto così diverso gli offre (e non sto parlando di Tokyo eh, ma di Parigi o Vienna). Sono questi i foodies ?

01 Ott 2009 | ore 15:39

Ci sarebbe un'altra notizia, ma temo importi poco... Si parlava anche di Abruzzo interno, di una regione che fa la gioia di questa catgoria di foodies o gourmet, o come diamine vogliamo chiamarla, a me non dispiace il rabeilisiano ghiottoni, ma che è schiantanta da un terribile evento naturale, ma da un ancor più terribile evento mediatico/politico... Accetto con dolore che non interessi, interessa di più disquisire se la negroni sia sincrona con i gourmet o meno... Che barba, che noia... Chiunque percorra la nostra strada è un compagno di viaggio, non serve Beniamino Francklin per affermarlo! Resta il dolore per un'emergenza (quella abruzzese) solo sfiorata, e per noi dovrebbe essere una vera emergenza vista la quantità e la qualità dei prodotti di questa regione...
Ciao A

01 Ott 2009 | ore 15:40

Confermo! l'orribile tendenza a "chiudersi nel nostrano" di molti italici che approdano in quel di parigi e cercano regolarmente la pizzeria oppure il ristoraate "italiano" credendo di andare sul sicuro (quanto si sbagliao! Infatto poi tornano in patria dicendo che hanno mangiato"malissimo") e nutrono una quantità mostruosa di preconcetti sulla cucina francese.

01 Ott 2009 | ore 15:48

si ok su questo non c'è dubbio di discussione non ti addolorare qui si sta discutendo di tante cose e nessuno sta buttando al vento il tema abbruzzo e la qualità dei suoi prodotti...anche se vorre sapere quanti la conoscono!!! prima del terremoto la gente conosceva dell'abbruzzo il gran sasso e i posti di villeggiatura...ora con la tragedia si risveglia la tradizione...ci vogliono le tragedie per spolverare certe cose?
Che la cultura agroalimentare si inizi a fare nelle scuole...ma quanti giovani oggi sanno dei prodotti abbruzzesi? Certo qui stiamo al papero giallo...ovvio che tra noi ci capiamo

01 Ott 2009 | ore 15:51

Per la mia sanità mentale io mi guardo bene dal frequentare gente del settore nel mio tempo libero.
Faccio le vacanze con persone che sono moderatamente appassionate e mi "usano" per indirizzi e prodotti ma che hanno abitualmente loro indirizzi e prodotti selezionati da persone normali che vogliono vivere bene, che dedicano poco tempo al cibo e al vino perché lavorano tanto.
Io vado sempre in luoghi dove va la gente, faccio la spesa in posti selezionati e in posti normalissimi, oggi ho preso un panino col prosciutto alla stazione di Padova, l'ho scelto, dopo avere esaminato altri dieci panini, come il meno peggio, ma come me avevano lo stesso comportamento curioso e interessato i molti della fila alla cassa.
Tutti esperti?
No, tutta gente che cerca di fare l'acquisto migliore per mangiare qualcosa.
Si comincia anche così, mica si va sempre alle prime della Scala.
E stando spesso in mezzo "alla gggente" penso che buon senso e buon gusto siano molto più diffusi di quel che si immagini.

01 Ott 2009 | ore 16:00

mah, in realtà il sextantio a santo Stefano è aperto da 3 anni (figurati da quanti ci si lavora), così come ristoranti e produttori che in questo angolo di centro Italia lavoravano con grande iuccesso sulle tradizioni (evito i nomi per non annoiare)... C'è una regione che stava costruendo un turismo di livello legato alla qualità delle sue tradizioni e delle eccellenze agropastorali, è un fatto, che sul paperogiallo (come altri posti) come tu tu dici conoscono in molti, ma non abbastanza da parlarne ;-)... bene tuttociò si è fermato senza che nessuno muova un dito. si consegnano case con spumante e torrone, senza preoccuparsi che il torrone di questo angolo di centro Italia è fermo... Insomma in tanti parliamo di Abruzzo, in parte ci ha anche annoiato, ma in pochissimi ne parliamo nella maniera giusta, per esempio ricordandoci che non si scrive con due B... Siamo sicuri di conoscere questa realtà che ha bisogno del nostro aiuto do "Foodies" ;-)
ciao A

01 Ott 2009 | ore 16:26

Leggendo qualche dato in più QUI, si capisce che il "foodie" del sondaggio non è un quasi gastrofanatico, come mi ero immaginata dalle prime descrizioni. E' un individuo che pone almeno un po' di attenzione al cibo. Messa così, il 10% circa di italiani mi sembra decisamente realistico; ne conosco tanti persino io! :-)))

01 Ott 2009 | ore 16:56

pensavo con tre..sai noi romani rafforziamo la parola...troppo forte sta cosa attenti sti abbruzzesi

01 Ott 2009 | ore 17:54

nun sai quanto, na cifra!
abito a Roma da 24anni ;-)
Ciao A

01 Ott 2009 | ore 18:21

Ma infatti non ho capito questa ansia di dire no, sono molti, di dire le solite banalità sulle ricerche, su quale campione ecc...
Semplicemente quasi il 10% degli italiani si inteeressa non superficialmente di cibo e vino.

01 Ott 2009 | ore 19:23

abruzo con due b non me lo perdono...sigh

01 Ott 2009 | ore 19:31

con me l'11%
comunque pochi... e ritornando in abruzzo nel 2010 mostra di vignette di un mio amico grande disegnatore e grafico e culinaria gestita dallo scrivente...abruzzesi venite in tanti
...a proposito direttore come fai ad individuare il panino meno peggio...rivelaci il segreto...

01 Ott 2009 | ore 19:37

Caro Direttore, non mi sembra una banalità voler conoscere i criteri che portano alla definizione di un risultato, l'intera materia si chiama statistica, ed è una scienza...ma vedo che anche per lei, come per chi ha commissionato questo studio, conta solo il risultato, non come ci si arriva.
Conosciuto il metodo, e verificata la bontà, i risultati hanno maggior peso...

01 Ott 2009 | ore 22:16

Per me conta e come, anche perché ho studiato statistica.
Sono state utilizzate due metodologie di ricerca: la prima Food Monitor è un'indagine basata su interviste face-to-face ad un campione rappresentativo di 2500 italiani dai 15 ai 74 anni e da questa indagine se ne ricava un'immagine dei foodies in un'esclusiva prospettiva sociologica.
La seconda Ricerca ad ho quantitativa e qualitativa telefonica + web basata su un campione di 1541 italiani dai 25 ai 64 anni tra i quali è stato analizzato il segmento dei foodies

01 Ott 2009 | ore 22:39

Mah (a parte che mi verrebbe da rispondere 'Ecchissenne...'? :-). Sarebbe interessante incrociare questo dato con quell'altro di pochi mesi fa che diceva che la stragrande maggioranza 'degli italiani' non sapeva neanche cosa fosse il culatello. Prima ancora di esaminare il ben fondato della statistica stessa, è sempre anche bene interrogarsi su chi l'ha commissionata e, eventualmente, perché. Almeno così m'insegnarono, ai miei tempi :-)
Per esempio, se posso azzardare una mia personalissima ipotesi, questa 'folgorante notizia qui' (e la sua fonte che si pone, avendo commissionato il sondaggio, come fonte attendibile in materia) la vedrei bene come faccendo parte del piano marketing di un brand alimentare che cerca di alzare il proprio target. Ovvero: passare dal segmento 'salumiere da supermercati' (quale è) a un livello superiore, cercando di crearsi una (finta) aura da prodotto gourmet (col quale non potrà che attrare poi gli pseudo gourmet da supermercato, mica gli afficionados di Joselito, non scherziamo...), fra le altre cose '''affezionandosi''' una serie di personaggi e luoghi (a caso, guide ai ristoranti, ex-direttori di guida, siti internet...) che gourmet lo sono già, in modo che l'ambita luce gourmettistica si rifletta anche su di loro (un sistema vecchio quanto i sanpietrini :-). Per carità, è marketing onesto, non mi scandalizzo. La mia domanda però sarebbe piuttosto: ma lei, Bonilli, che con questo post ha così affabilmente collaborato all'operato del servizio marketing Montorsi, si farebbe servire la mortadella Negroni alla gastronomia sotto casa sua? Ecco, si dia pure una risposta :-)

02 Ott 2009 | ore 00:48

Cara Oliva, nel caso specifico io ho assaggiato il culatello che la Negroni produce fatturando 1/3 dell'insieme del Culatello di Zibello Dop ed era buono.
Ho anche fatto la mia bella domandina e ho avuto le risposte su come e quando e a quanto viene prodotto e il parallelismo della Fiat proprietaria al 100% anche della Ferrari mi sembra il paragone più chiaro.
La Negroni vuole alazare immagine e target?
Fatti suoi, spende i soldi e chiama la Gfp che fa una ricerca professionale, o questa non è seria e quelle, poni caso, fatte dai grandi produttori di cellulari o delle macchine fotografiche ecc... vanno bene e queste dei salumai no?
Questo tuo mi sembra un intervento in assoluta malafede e quindi non vado oltre per non entrare nella squallida discussione su pubblicità si e pubblicità no, come se ci fossero gli utili idioti che si fanno usare, in questo caso io e un'altra ventina di persone andate in Abruzzo alla presentazione di questa ricerca, e invece ci siano quelli scafati, intelligenti, brillanti, di successo e di classe che addirittura fanno dimostrazioni per un qualche marchio che, però, vuoi mettere, è un marchio alto, fico, sicuro e quindi pubblicità e soldi - che in questo caso non sono certo corsi - vanno bene e sono legittimi.

02 Ott 2009 | ore 09:38

... porsi tante domende su chi ha commissionato e perché una ricerca è bello, nobile, giusto e tanto modernamente dietrologico.
Ma con i risultati della ricerca - se la società che l'ha realizzata è seria e a meno che non s'insinui che non siano state rispettate le regole imposte per analisi di questo tipo - che c'azzecca, direbbe qualcuno...
A me viene il sospetto che la democratizzazione annunciata da questa ricerca metta in crisi tanti finti guru che pensavano di detenere oltre a un sapere anche un potere illimitato...
Per carità un potere "innocuo", di parola, di sparare la propria opinione come l'unica vera e possibile.
Le statistiche danno fastidio peché sono la negazione della presunzione onniscente del singolo...
Ma il cibo e il piacere di mangiarlo - comunque la pensiamo noi grandi esperti - è e resta patrimonio di tanti(se non tutti)...
Chi lo ama (io sono un foodie e a me non piace) mangi il Joselito..
Ma non vedo perché qualcuno dovrebbe vergognarsi di acquistare un culatello di Zibello o una pancetta di Zibello Negroni...
E non vedo perché Negroni non dovrebbe cercare di qualificare i suoi prodotti con le strategie, oneste e lecite, come tu ammetti, che meglio crede...
O forse dovremmo cominciare ad applicare anche al mondo del cibo i parametri che oggi valgono per quasi tutte le altre scelte sociali e politiche...
Non c'è più nemmeno libertà di scodella?

02 Ott 2009 | ore 09:57

Io credo che il problema vero è che il 10% è poco!
Che senso ha stare a menarla se è il 5, il 9 o il 10%?
Il fatto è che siamo troopo pochi, ragazzi miei.
Vuol dire che il 90% se ne sbatte di cosa fagogita.
Voglio dire, siamo pur sempre l'Italia caspita! Mi chiedo come sia stato possibile oscurare la coscienza gastronomica di un paese come il nostro!

02 Ott 2009 | ore 12:42

Beh Direttore, m'era sembrato il contrario :)
Comunque, i miei dubbi si basano proprio sulla modalità di raccolta dati: più che l'indagine telefonica, sarebbe stato meglio studiare il campione per un certo periodo, per capirci quello che si chiama follow-up, in modo da valutare al meglio le azioni dei "soggetti attivi".
Ma si può sempre fare, uno studio non basta(anche 2 o 3...).
Sarei contento se ne venissero altri, servirebbero a far capireb a chi ci vede come "una macchietta" che il "movimento" esiste ed è forte.
A chi cita l'indagine del culatello ricordo che quest'analisi ha il pregio di intervistare un campione selezionato e non il primo passante per strada...

02 Ott 2009 | ore 13:33

totalmente d'accordo: ''povera italia, com'è messa male'' è la prima cosa che ho pensato anche io quando mi sono arrivati i dati, tenuto pure conto che andrebbe stabilita l'altezza dell'asticella sotto la quale non è più quella qualità che cerco io. Viva la Negroni e viva la Fiat che sfamano e spostano milioni di umani, sia chiaro, come viva la McDonald's quando mi propone il panino Mac, ma la Qualità assoluta, costante e senza compromessi personalemente la cerco altrove, poi ci sono anche le eccezioni ma quattro milioni e mezzo di foodies è un dato che non mi emoziona più di tanto visto che vivo in Italia.
buon tutto
oloap

02 Ott 2009 | ore 13:48

A tutti i foodies e paperi gialli in circolazione: a metà ottobre dovrò andare a CAGLIARI per 5 giorni e non ci sono mai stata, per favore mi date qualche dritta intelligente su che cosa vedere, dove mangiare, fare colazione, comprare libri, cibarie? Grazie !!!

02 Ott 2009 | ore 14:56

Ho letto tutti i commenti, più o meno velocemente.
Intanto, non direi che è un sondaggio ma una ricerca di mercato, per come è stata preparata e somministrata. Evidentemente, Negroni vuole riposizionare il marchio o fare una operazione analoga, e per fortuna qualcuno in Italia comincia a fare le cose come andrebbero sempre fatte. Poi, il fatto di essere foodies o meno, mah.... sposerei anche io un termine italiano, ma andiamo verso l'internazionalizzazione, l'inglese va bene, mi preoccuperei di più se invece di foodies fossimo food e basta... cosa, peraltro che mi fa riflettere su una cosa: i 4,5 milioni di appassionati che la ricerca stima esistere, non sono pochi affatto. Che siano di destra o di sinistra, in genere in Italia poco importa quando si toccano gli interessi e le passioni personali, per cui dico: se l'avessero elaborata un anno fa, Striscia La Notizia avrebbe fatto l'attacco reiterato (e per me ancora senza spiegazione reale) alla cucina molecolare e di alto livello in genere? 4,5 milioni sono un bel bacino di consenso, intorno al 10% degli elettori... con Lui che campa di sondaggi, mi viene legittimo qualche dubbio.
Comunque, aspetto di vedere cosa tirerà fuori la Negroni nei prossimi mesi, perché non credo ci siano aziende che abbiano soldi da impiegare in questo tipo di analisi, senza che facciano parte di un piano di investimenti.
Poi, magari, ci ritroveremo solo il Salamino Foody...

02 Ott 2009 | ore 16:16

Beh, intanto c'è il Culatello di Zibello Dop di Negroni :-))

02 Ott 2009 | ore 16:26

Prova la Trattoria Lillicu in centro e se riesci vai a Carloforte, che è bellissima, da Nicolo. Buona vacanza.

02 Ott 2009 | ore 16:36

A livello di Negroni, spaventa più il Salame che il Culatello.

03 Ott 2009 | ore 00:05

visto chi ha ordinato la ricerca, non è che ci vedono più che come foodies per delle mucca da mungere?

03 Ott 2009 | ore 12:21

Vedo che purtroppo nessuno ti ha dato una risposta e mi dispiace, evidentemente questo è un blog di filosofi, intellettuali, pensatori e polemisti che non si abbassano alle piccole necessità quotidiane ovvero qui non hai trovato, purtroppo, nessuno in grado di darti delle indicazioni.
Mi spiace :-)

03 Ott 2009 | ore 19:54

Veramente,nel mio piccolo,ho dato qualche indicazione.

05 Ott 2009 | ore 08:58

Non sono riuscito a leggere il blog per un po', sommerso dal lavoro (il poco tempo libero l'ho dedicato a mangiare), spero di essere in tempo. Come trattoria senza pretese di eleganza ma divertente e con sapori decisi e veri, anch'io mi sono trovato bene da Lillicu.
Eviterei Luigi Pomata.
Di Roberto Petza mi era piaciuto molto il Sapposentu che ora ha chiuso, il Lisboa invece non mi ha ispirato affatto.
Il pesce migliore l'ho mangiato da Barbara, guidando verso Villasimius, a Solanas. Oppure divertentissimo anche Sa Cardiga e Su Schironi, appena fuori Cagliari sulla statale per Pula.
Commenti basati su ricordi di 1 e 2 anni fa.

09 Ott 2009 | ore 22:10

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