02
Set 2009
ore 09:21

L'Arte del Mangiare

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Edward Behr è un nome che vi dice qualcosa?
Probabilmente a molti di voi no, eppure negli Usa è ormai un mito perché dal 1986 pubblica un trimestrale, The Art of Eating, che scrive da solo nella sua piccola casa di legno di Peacham, nel Vermont, una casa che ha disegnato lui e che solo da poco ha l'antenna per la televisione satellitare.
Siamo in una regione dove c'è la neve da ottobre a marzo, a sei ore d'auto da New York.
Edward Behr prima di intraprendere la sua avventura culturale ed editoriale ha fatto il carpentiere per 12 anni.
La prima newsletter di otto pagine è uscita nel novembre del 1986 e Behr in una dichiarazione di intenti diceva che la pubblicazione "era destinata alla gente a cui piace davvero mangiar bene". I primi numeri furono focalizzati su un solo prodotto, il pane.
Alice Waters, la fondatrice di Chez Panisse, dice che la rivista di Behr è il manuale dei 101 argomenti gastronomici che gli americani non conoscono.
Cherlie Trotter lo diffonde tra i colleghi e tutta l'intelligenzia newyorkese, dal New Yorker in giù, considera Behr uno degli intellettuali più importanti degli Usa.

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Edward Behr Foto di Pascal Perich

Lui pensa, scrive e edita The Art of Eating tutto solo e ha 6000 abbonati - molti in Europa, io tra questi - che pagano $ 48 per ricevere i quattro numeri annuali.
Numeri di poche pagine, quelli che vedete in fotografia sono gli ultimi numeri e sono di 48 pagine con la copertina a colori, ma se guardo un fascicolo del 1992 intitolato Pizza Naples la distanza appare infinita perché allora la rivista, se rivista la volevi chiamare, era di 14 pagine in bianco e nero, senza neppure il punto metallico e, qua e là nel testo, alcune foto in bianco e nero di non eccelsa qualità.
Altra caratteristica di The Art of Eating è quella di non avere pubblicità di alcun tipo e di essere acquistabile solo su abbonamento.
Edward Behr, con le sue scelte intransigenti si trova ora, nel momento del massimo successo dell'editoria gastronomica in Usa, ad essere una figura unica nel panorama americano e internazionale.
D'altra parte il baricentro anche culturale della gastronomia si è ormai molto spostato al di là dell'Atlantico dal momento che una delle più importanti riviste di ricerca del settore è Gastronomica, edita dall'Università della California.
Ma Behr continua ad essere considerato unico e inimitabile anche se anche lui ha introdotto dei cambiamenti nella sua piccola azienda.
Ha assunto una managing editor, Winnie Yang, una laureata del MIT di 28 anni, per far uscire la rivista con regolarità e non quando Behr la riteneva pronta, capace com'era anche di 30 rifacimenti.
Altra novità è stato l'accordo con Whole Foods Markets per vendere il trimestrale nella catena molto glamour dei magazzini di prodotti naturali.
Il Financial Times gli ha dedicato due pagine del suo numero del week end e ormai la sua storia è uscita dall'ambito degli appassionati.
Vedremo se Behr resisterà all'assedio delle carte di credito, linee aeree e nuovi modelli di auto, la pubblicità che più lo sta assediando.

commenti 14

Ottima segnalazione.

02 Set 2009 | ore 11:08

Berd lo conosco per articoli apparsi su vari giornali ma non l'ho mai letto direttamente ( ma direttore le arrivano i giornali da US?? io sono ancora incavolata per il mio abbonamento a wired US di cui mi sono arrivati 5 numeri su 12!!)
da quello che ho capito il suo punto di forza è la sobrietà sia nello scrivere che nell'impostare il giornale. Niente "fronzoli" nè concessioni alle mode o alle isterie del momento, solo "food and wine".
Unico perchè is back to basics?
meditate gente, meditate ( ah no, quello era arbore e la birra mi sa!! :-))

02 Set 2009 | ore 11:25

A me arriva regolarmente dal Vermont, l'irregolare è lui, Behr, che chiude i numeri solo quando sono pronti.
E l'abbonato aspetta :-))

02 Set 2009 | ore 11:27

Grazie per la "dritta".

02 Set 2009 | ore 11:30

La storia di Behr ha il fascino del sogno americano, tutto è possibile anche scrivere, editare e pubblicare da solo una rivista. Essere poi "scoperti" da chi dell'editoria enogastronomica ne fa un business affermato e ritrovarsi, improvvisamente, tra i cult del settore, ha poi del fantastico. Behr spiega agli americani quello che non conoscono sul cibo e la sua rilevanza non solo alimentare. Lo spiega con semplicità e una capacità comunicativa non comune, tanto che, noi - sicuramente molto più "informati" - ne restiamo affascinati. E' paradossale, se mi permetti Stefano, osservare che, in un contesto editoriale professionale e amatoriale particolarmente complesso come il nostro, dove non mancano riviste, blogs, newsletter, newsgroup ecc. , colpisca cosi tanto un trimestrale self-made di approfondimento enogastronomico. A questo punto sono curioso anch'io di approfondire l'opera, anche solo come fenomeno di costume, di questo Salgari americano che comodamente seduto in una poltrona della sua casa in una sperduta cittadina del Vermont, riesce a raccontarci che cosa sia un buon ristorante o del Vin Santo toscano.

02 Set 2009 | ore 12:12

L'aspetto più affascinante ma al contempo interessante è il contenuto dei suoi scritti non tanto il fatto che sia "no advertising". Complimenti a lui che ci è riuscito ma la pubblicità non è mica il demonio.

02 Set 2009 | ore 12:16

(pubblicita')... soprattutto se occulta...

02 Set 2009 | ore 14:04

Federico, scusa, ma non l'ho mica capita ...

02 Set 2009 | ore 14:33

Belle, queste storie di coraggio. Infantili ("voglio avere una mia rivista") e quindi le più suggestive.

03 Set 2009 | ore 09:13

Ho giusto giusto sfogliato il numero 81 sulla Borgogna e lo Chablis che mi è arrivato la settimana scorsa per posta...
Il numero 80 American Charcuterie è interessantissimo perché mostra come una generazione cresciuta a commodity meat sta scoprendo il sapore della vera carne ma soprattutto il gusto delle lavorazioni classiche, lunghe e laboriose. Quel che si dice fare le cose con rigore andando al nocciolo delle tradizioni, verso il purismo gastronomico.

03 Set 2009 | ore 17:42

Esiste solo in versione inglese (sa, quelli della vecchia scuola come me che hanno studiato francese e latino se la passano male con questo tipo di testate). Che fine ha fatto Apicius, rivista iberica che si doveva vendere anche in Italia. Piú in generale, sarebbe bello che esistesse anche una rivista tutta italiana, che raccontasse storie di coraggio simili: un numero speciale su due sognatori, Carlo Cattaneo e Giuseppe Bezzini, che si misero in testa ormai vent'anni fa di salvare una razza relitto che nessuno voleva piú oramai e di cui nessuno ricordava l'esistenza...penso a un Gran Gourmet un po' piú terra terra, che si dimentichi dei gusti culinari di Krizia e parli di uomini che si sporcano le mani. Ma come sempre, in Italia, a parte noi 4 gatti maniaci, chi si interesserebbe a una rivista del genere?

03 Set 2009 | ore 18:00

Apicius viene pubblicata dalla Vandenberg Edizioni. Questo il sito http://www.vandenbergedizioni.it/
In gran parte è la traduzione dell'omonima rivista spagnola (e quindi un po' troppo schiacciata sulla cucina di quel paese, imho), ma è comunque molto interessante.

03 Set 2009 | ore 19:16

leggo the art of eating da qualche anno (ovviamente abbonato) e condivido l'apprezzamento dottor Bonilli e le riflessioni...

04 Set 2009 | ore 17:11

A me il numero 81 non è ancora arrivato, attendo ansiosamente di leggere il servizio sullo Chablis...

06 Set 2009 | ore 10:41

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