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Nov 2009
ore 14:17

Scuola di scrittura delle ricette

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Giovedì 12 presentiamo i primi due libri di ricette della collana Cucinare insieme edita da Giunti.
L'abbiamo già scritto, detto e ridetto e se andate al link qui e qui potete trovare tutte le indicazioni della presentazione.
Qui si vuole parlare delle ricette, di come sono scritte le ricette e quindi di come l'appassionato legge le ricette e in sostanza dell'utilizzo dei libri di ricette.

In un bel libro, L'uomo artigiano, recensito anche il queste pagine, Richard Sennett dedica un intero capitolo alla scrittura delle ricette.
Vale la pena riassumerne i paragrafi principali.

Il linguaggio è sempre in difficoltà quando deve descrivere le azioni fisiche, e lo è soprattutto quando deve impartire istruzioni.
Se volete immaginare qualcosa che ben rappresenti questo problema pensate ai libretti di istruzione allegati al software o ai videoregistratori o a una radiosveglia.
Pubblicazioni di una precisione assoluta ma nella maggior parte dei casi inintelliggibili.
Perché? Perché i tecnici che le scrivono tralasciano i particolari "inutili" - tanto lo sanno tutti - è il pensiero prevalente, ed eliminano tutte le similitudini, le metafore e le coloriture avverbiali.

Sennett esamina tre possibilità espressive di scrivere le ricette, l'illustrazione empatica, la narrazione, la metafora.

Julia Child e i suoi libri sono un esempio pratico dell'illustrazione empatica di una ricetta.
In ognuna fase della descrizione della ricetta la Child dà voce al presentimento di possibili disastri. Per esempio immagina l'aspirante cuoca mentre impugna il coltello e ammonisce : "Orientate sempre il filo della lama, contro l'osso, non contro la polpa" a proposito della ricetta per il pollo disossato.
Il suo racconto della ricetta è strutturato attorno all'empatia per la cuoca, il punto focale è il protagonista umano e non il pollo.
Nello scrivere la ricetta la Child usa molte analogie per approssimazione, per esempio spiega che tagliare i tendini del pollo è come tagliare un pezzo di spago.
Il "come se" fa concentrare il cervello e la mano sull'atto in sè del tagliare i tendini, ricorda un gesto già fatto molte volte e quindi ispira fiducia in se stessi.

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Foto di Sigrid Verbert

La narrazione scenica di una ricetta vede come protagonista Elizabeth David che in Inghilterra, in tempi di scarsità di cibo, subito dopo la guerra, cerca di insegnare a conoscere alimenti di paesi lontani e a cucinarli.
La David vuole dare, in un'Inghilterra dove il cibo viene maltrattato al momento della cottura, una scossa al lettore per indurlo a pensare in maniera gastronomica: la gastronomia è una narrazione con un inizio - gli ingredienti crudi - uno svolgimento - la loro combinazione e cottura -  e una fine - il pasto - ma nello scrivere le sue ricette la David spesso sfugge ai problemi tecnici e per la ricetta del pollo disossato dice che se sembra troppo difficile vale la pena rivolgersi al proprio macellaio per fargli fare l'operazione.

Le istruzioni per mezzo della metafora sono il terzo modo di scrivere le ricette preso in esame da Richard Sennett.
C'è sempre di mezzo un pollo, un'insegnante persiana che sa poco l'inglese e tre allievi cuochi dilettanti, uno dei quali è Sennett.
Per ovviare al problema della lingua è lo stesso Sennett che chiede all'insegnante di scrivere la ricetta, poi lui correggerà l'inglese.
E' un testo che sembra surreale ma invece molte ricette persiane sono espresse in questo linguaggio poetico.

E veniamo ai nostri libri, I menu della Festa e Fritto e mangiato: sono scritti in prima persona, non "prendete il coltello" ma" prendo il coltello, faccio, taglio, sbuccio" ecc... perché Annalisa Barbagli prende per mano il lettore e lo accompagna passo passo, immaginando i possibili ostacoli e gli errrori più frequenti, dà i suggerimenti più utili e questi suggerimenti sono trucchi, scorciatoie, consigli che spesso affondano nelle tradizioni e nel sapere casalingo.
Stefania Barzini, invece, racconta le storie dei prodotti, delle ricette e dei paesi da cui hanno origine, cita libri e aneddoti e dà alla ricetta il suo spessore culturale definitivo.
Sono dei libri, è una collana dove ogni ricetta riesce a chiunque provi a cucinare, esperto o meno.
E' una dichiarazione impegnativa, dovrebbe essere la conclusione quasi ovvia di ogni ricetta e di ogni libro e sembra tanto la scoperta dell'acqua calda.
Beh, negli ultimi 22 anni della mia storia professionale io non ho fatto altro che fare questo, scoprire l'acqua calda.
E vi assicuro che mi sono trovato bene.
Per questo la presentazione sarà una grande scuola di cucina collettiva.

commenti 51

O il post è troppo lungo o a nessuno piace l'acqua calda :-))

11 Nov 2009 | ore 15:53

E' un bel post, e non è lungo! L'ho letto un paio di volte poi mi sono chiesta, ma come la scrivo io una ricetta?? E mi sono risposta, ogni volta in modo diverso, dipende da come ci sono arrivata, se è stato un amore a prima vista o se invece l'ho pensata, studiata... insomma, credo che molto dipenda da come la si è vissuta, almeno per me.

11 Nov 2009 | ore 16:13

Per poter scrivere una ricetta in maniera che tutti la possano riprodurre, bisogna che chi la scrive l'abbia provata così, mentre scrive, rivede i gesti che ha fatto e le difficoltà che ha incontrato. Se poi, prima di cucinare, la stessa persona ha fatto anche la spesa e ha ripulito la cucina, meglio ancora. In questo modo eviterà che, per un solo piatto, il povero lettore debba lavare: due padelle, una casseruola, un passaverdure, un chinois (???) un sac à poche e una placca. È anche questa è la scoperta dell'acqua calda.

11 Nov 2009 | ore 16:31

L'esempio preferito per illustrare un algoritmo nei corsi di programmazione (parlo degli anni 70...) era proprio la ricetta di cucina: i docenti dicevano che le ricette erano un esempio di come NON dovesse essere un algoritmo, proprio perchè non riuscivano ad esplicitare tutti i passaggi o a dare indicazioni precise (un pizzico di sale, aggiungere farina q.b., etc). A me personalmente non ha mai convinto del tutto questo esempio. E quello che dici nel post mi fa capire ora meglio la inadeguatezza dell'esempio usato.
Ovviamente alla base ci deve essere la fiducia verso chi ha scritto la ricetta e quindi diventare "esecutori" di quanto scritto. Personalmente mi metto sempre in questa ottica quando provo ad "eseguire" una ricetta nuova per me e i risultati sono sempre stati buoni, almeno con le ricette della Barbagli :-))

Il paragone che mi viene in mente è con la musica: l'esecutore segue lo spartito, e chi ascolta riconosce il pezzo suonato. L'esecutore accetta per buono lo spartito e non apporta modifiche; le differenze tra gli esecutori dipendono dalla passione per la musica e dal livello tecnico raggiunto. Solo i veri musicisti (i cuochi di professione) riescono a fare variazioni su un tema o a fare nuova musica (ricette).

11 Nov 2009 | ore 16:39

Mi piacerebbe molto che il mondo "gourmet/enogastronomi" - giornalisti, appassionati, chefs, produttori, consulenti di marketing e comunicazione - si domandasse come mai uno come Sennett dedica un capitolo del suo libro alle ricette. Oppure come mai Bruno Munari usa il concetto della "ricetta" per descrivere un percorso creativo, la sua metodologia progettuale che, nel caso specifico, rappresenta una vera e propria pietra miliare per progettisti e designer. Alberto Alessi invece lancia una nuova serie di oggetti dedicati al cibo e la chiama "foodlandscape". Trasversatilità, contaminazione, rubare intelligentemente agli altri, pensare in termini di "bisogni" e "sogni". Solo così il cibo diventa cultura, edibile. Tutto il resto è argomento da gastropatologi, loggionisti del piatto. Ben vengano dunque nuovi modi di scrivere, fotografare, comunicare!

11 Nov 2009 | ore 16:43

Cara New Entry, senza togliere niente a nessuno, un conto è l'improvvisazione jazz, un conto è la musica classica. Un conto sono gli interpreti, altra cosa i compositori. La musica è un mondo molto complesso. Credo che la cosa importante sia dare al mondo del cibo una sua vera e costituente identità che non può essere quella rappresentata dai "mcDonald dipendenti" e tantomeno dai "supergourmet dipendenti".

11 Nov 2009 | ore 16:50

La questione più importante è sempre quella del contesto: il contesto dove nasce una ricetta non è mai identico a quello dove viene trasferita e replicata. In questo caso, i linguaggi diversi di Sennett (empatia, narrazione e metafora) servono contesti diversi, o possono anche coesistere in essi.
Questo per dire che lo sforzo del lettore di ricette è molto simile a quello di un traduttore, o, forse meglio, di un detective che ricostruisce lo scenario di un crimine: mentre chi scrive (ed è motivato in questo senso) deve ingegnarsi affinchè la sua descrizione possa includere anche particolari dello scenario...
Darò presto un occhio ai libri: per ora vi faccio i miei complimenti per la presentazione.

11 Nov 2009 | ore 17:03

Appunto. Forse non mi sono espressa bene, per suonare da dilettante sono obbligata a seguire lo spartito, ma se lo faccio riesco a riprodurre un pezzo di musica classica. La stessa cosa da cuoca dilettante: riproduco ricette, non le invento. Se lo spartito è buono, riesco a suonare, così come se la ricetta è spiegata bene, riesco a cucinare bene (per me ed i miei amici). L'improvvisazione jazz non è per me (purtroppo!), ma mi soddisfa lo stesso riuscire a riprodurre (per me sola, per carità) qualche pezzo di Mozart o Beethoven.

Il punto centrale è che esiste una forma codificata di notazioni musicali che mi permette di riprodurre i pezzi, mentre non sempre questo è vero per le ricette. Credo che sia meritorio riuscire a rendere disponibili ricette esposte in modo da permetterne una riproducibilità.

11 Nov 2009 | ore 17:20

Gran bel post, complimenti!

11 Nov 2009 | ore 18:43

Cara New Entry, ti spiego perchè la penso diversamente da te. Leggermente, in ogni caso. "Per suonare da dilettante sei obbligata a eseguire uno spartito". Anche Pollini esegue uno spartito, lo riproduce fedelmente che più fedelmente non si può. E poi ci mette una tecnica sublime coadiuvata dal suo genio interpretativo. Ma sempre fedele rimane. Che tu sia musicista dilettante o professionista la regola insindacabile della musica classica è questa. Lo spartito, di per se e come foglio di carta che riproduce quella codifica che tu citi, è sempre buono. Un interprete, se persona onesta, legge e riproduce quello che c'è scritto. Lo spartito però non ti da quelle indicazioni tecniche necessarie per fare una scala di terzine, ottave diteggiate o colpi d'arco. Nel senso che se tu prendi un capriccio di Paganini devi essere in grado sia di leggere quello che c'è scritto e poi devi avere la tecnica sufficiente per eseguire fedelmente. L'interpretazione è un passo successivo, da musicista maturo. Traslando nel settore delle ricette potrebbe accadere qualche cosa di simile. Se io scrivo "fare una besciamella lenta" oppure "fare un roux" o tu sai quale è la tecnica a cui mi riferisco o te la devi imparare. Anche perche "besciamella" come tante altre parole sono indicazioni tecniche - in cucina - ben precise. Se io dico ad una ballerina di classica "esegui un arabesque" questa sa bene cosa deve fare. Poi lo farà a seconda della sua capacità tecnica, meglio o peggio di altre. Le ricette dunque a mio avviso sono forme codificate e contengono spesso indicazioni ben precise soltanto che "l'esecutore" può o meno sapere di cosa si stia parlando. Ma quante sono le persone che invece di comprarsi una besciamella in tetrapack si mettono ai fornelli perchè hanno la capacità/voglia/tempo di farla? Quì si entra nel campo della "cultura alla massa". In Austria, per esempio, qualsiasi idraulico sa fischiettare l'aria di Papagheno del Flauto Magico. Questo perchè da sempre è stato investito nell'educazione musicale della gente. E l'educazione culinaria? Ben venga dunque un progetto come quello di Giunti, cioè libri di ricette che colmino quello che a mio avviso è anche un vuoto culturale e insegnino, passo dopo passo, agli appassionati e non come fare le cose. Importante nei processi culturali è "indurre delle esigenze".

11 Nov 2009 | ore 19:09

Mmm... non so... per me le ricette sono più una fonte di ispirazione, uno spunto, non certo uno spartito. Più un tema su cui improvvisare, casomai, per restare sulle metafore musicali.
Sarà anche che non mi cimento mai con cose troppo complicate o troppo dispendiose in termini di tempo e di energie. Però certo, le ricette possono essere una piacevole lettura a prescindere. Penso, tanto per fare due esempi lontani, all'Artusi o al meraviglioso libro di Claudia Roden sulla cucina del Medio oriente e del Nordafrica (che infatti sono poi anche miniere di varianti e di versioni più o meno spurie, nell'idea - che condivido – che il dogma in cucina non dovrebbe esistere).
Insomma, è sempre un problema di prospettive e di interessi.

Comunque, cercherò questo libro di Sennett. Chissà se parla anche dei traduttori, tra i mestieri artigiani...
E tanto per stare sui traduttori: citare anche il nome del traduttore, nella recensione di un libro straniero, dovrebbe essere d'obbligo. Non è d'accordo, direttore?

11 Nov 2009 | ore 19:15

E' bello questo scambio, siamo in cinque sei a discutere e non si riesce a trovare una linea. Questo conferma la difficoltà di un autore o, meglio, curatore di un libro di ricette a trovare il linguaggio da utilizzare per proporre la propria selezione. Il linguaggio è un codice che deve essere noto al lettore per poterne dare una sua interpretazione. La relazione tra la musica e la cucina c'è ed è data dalla sostanziale unicità delle performance. Conta l'interprete e la personale lettura di un linguaggio codificato che diventa arte solo attraverso l'esecutore. Prima dell'esecuzione è un idea, che scritta, diventa messaggio. Durante l'esecuzione scatena la sua potenza per tornare ad essere un idea, ricordo o sensazione di chi ha vissuto la performance e tresformato le percezioni in emozioni individuali.
Questa è secondo me la bellezza, della pitttura, della musica, della fotografia, della poesia, del vino e del cibo. Banali sequenze di codici, che se sapientemente miscelati meravigliano e affascinano.

11 Nov 2009 | ore 19:42

Penso che questa discussione debba tenere conto proprio dei nuovi libri che abbiamo fatto, della scelta del linguaggio, del modo di sviluppare la ricetta.
Altrimenti si discute sempre in modo generico, senza esempi, positivi o negativi che siano.

11 Nov 2009 | ore 20:19

Stefano, ahimè i libri qui nel "miracolato" nordest non ci sono ancora (almeno non visti a Bolzano ieri, e tantomeno a Udine oggi)..spero di riuscire a sfogliarli e a soffermarmi su qualche passaggio, altrimenti non sono in grado di argomentare niente su questo post...

11 Nov 2009 | ore 22:35

Direttore, la troppa pubblicità viene a noia....

11 Nov 2009 | ore 22:55

Il problema con cui mi scontro quando descrivo nel mio blog le "ricette scientifiche" è che diventano estremamente lunghe, e quindi possono annoiare chi le legge. A questo punto serve una capacità "letteraria" di scrittura. A me ad esempio piace come scrive le ricette Allan Bay nel suo libro 77 ricette perfette.

11 Nov 2009 | ore 23:01

Lady, i libri manco ci sono ancora in tutte le librerie, qui non si tratta di pubblicità ma di rompere il muro della banalizzazione: beh, che vuoi che sia mai, in fondo sono solo ricette... è quello che mi ha detto un amico l'altra sera alla presentazione del libro di Ammaniti che si svolgeva dove noi saremo giovedì 12.
Eravamo in una serata ricca di cultura, di gente che va solo ad eventi culturali, era un coté intellettuale, mica era un libro di ricette.
Lei Lady, Sennett temo che non l'abbia incrociato neppure di striscio ma fa la battutina gratuita in un post dove c'è un ragionamento e per nulla banale.
In fondo sono solo ricette :-))

11 Nov 2009 | ore 23:07

Per cominciare dovrebbe essere obbligatorio, per chi scrive ricette, famigliarizzarsi col Sistema Metrico Decimale (SI) e nelle dosi usare unità di misura precise; non "cucchiaini", "un pizzico", "un mestolino", "una manciata" e via approssimando, ma grammi, ettogrammi ecc. Idem per le capcità: ml, cl, dl, l. Dovrebbero anche imparare che non si scrive KG, kG, Kg, lasciateli agli gli ortolani, ma kg. Poi dovrebbero rileggere almeno una volta ciò che hanno scritto e verificare, per esempio, che tutti gli ingredienti catalogati siano poi effettivamente usati nella ricetta; spesso ne dimenticano un paio per strada. Infine, se si usa il forno, dovrebbero imparare ad usare il termometro (serve eh!) e invece di dire "forno medio", "forno vivace", "forno allegrissimo" dare le temperature vere, in Celsius, possibilmente. Per le dimensioni, non fare come i medici, che per qualsiasi escrescenza vanno sempre nell'ortofutticolo (è grande come un chicco di riso, un pisello, una ciliegia, una nocciola, una noce, un'albicocca, una pesca, un pompelmo, un melone, e, summa cum laude, un'anguria, caso mortale!) ma usare i banali cm. Già questo sarebbe un bel passo avanti per l'umanità.

11 Nov 2009 | ore 23:19

Teo (Jovica Todorovic), mah..., non sono per niente d'accordo con te. Non approfondisco il tema (anche se mi piacerebbe molto perchè lo trovo molto interessante e il confronto è proprio bello) altrimenti si rischia un serio OT e il Direttore mi sgrida :-)

11 Nov 2009 | ore 23:44

PS: la cosa che mi stupisce invece (e che spesso mi manda a noia il mondo dei gourmet) è che di un argomento del genere, bello e stimolante, come dici tu Teo siamo in 5 o 6 a discuterne. :-))

11 Nov 2009 | ore 23:47

Sono molto curioso di avere in mano questi libri perché sono certo, viste le persone coinvolte, che saranno davvero di qualità.
Mi permetto però una breve riflessione sull'utilizzo della prima persona (per deformazione professionale purtroppo tendo ad analizzare sempre un po' troppo la comunicazione)... è vero che quello che si legge di solito o è troppo distaccato ("prendere il coltello x e fare y") oppure sa troppo di insegnamento ("prendete il coltello x e fate y", che a volte può sembrare fuori luogo se magari chi scrive la ricetta è una blogger e cioè una cuoca amatoriale nostra pari); ma se l'intenzione è quella di prendere per mano qualcuno e guidarlo... beh, io quando esco di casa la mattina non dico "vado" e poi prendo per mano mio figlio, ma piuttosto lo prendo per mano e gli dico "andiamo".
Mi scuso, non voglio essere polemico, è solo che a me stonava un po' questa cosa e mi sono scivolate le dita sulla tastiera... poi so che dopodomani sarò comunque lì in coda ad acquistare tutti i libri della collana.
A presto.

11 Nov 2009 | ore 23:48

Si dice "andiamo" perché tutti e due sapete camminare ma se uno dei due non sapesse camminare sarebbe un modo utile di comunicare dire "vedi metto un piede avanti, poi l'altro, tengo le braccia lungo il corpo ecc..."
La prima persona è frutto di un lungo ragionamento :-))

12 Nov 2009 | ore 00:04

Mah per me il fatto è che ho letto il post, ho letto i commenti, certo ci sono spunti interessanti. Ma la domanda quale sarebbe? :-(
"Dite qualunque cosa vi passi per la testa riguardo le ricette?" O forse dovremmo raccontare quale stile di scrittura o quali libri e siti preferiamo? O dire se usiamo le ricette e quali, come ci piace cucinare, se scriviamo ricette, se ci piacciono i nuovi libri del team Barbagli-Barzini-Bonilli, come vorremmo che fossero scritte le ricette ideali, o se magari preferiamo internet o la tv, o se ci ricordiamo le ricette o dobbiamo leggerle ogni volta, o se chiediamo e parliamo di ricette con persone che conosciamo....? E' un argomento talmente vasto che non so da cosa iniziare, non so di cosa si vorrebbe veramente parlare!

12 Nov 2009 | ore 00:09

Per esempio quale è il migliore libro di ricette fino ad oggi incontrato e perché oppure qual è il difetto maggiore che trovi nei libri di ricette o ancora cosa fai quando vuoi cucinare e cerchi una ricetta: prima la cerchi nell'indice, poi la leggi, poi porti il libro in cucina ecc... in fondo se si rimane sempre a volteggiare nell'empireo non si arriva mai alla concretezza :-))
Il post comunque è molto concreto.

12 Nov 2009 | ore 00:17

sì sì mi fido sulla prima persona, è che lì per lì mi stonava :)
che poi, all'atto pratico, quello che conta è che alla fine devo provare quella certa ricetta e mi deve riuscire com'è illustrata sul libro. Se il risultato è quello, per me potete usare anche il vossignoria :)

12 Nov 2009 | ore 00:22

il difetto maggiore che trovo nei libri di ricette, per seguire le tracce di bonilli, è che mi annoiano da morire.
non so, forse è una mia incapacità nel seguire a lungo una traccia un' indicazione di chi comunque molto spesso scrive in modo incomprensibile. e quei piccoli esempi portati da giampi mi trovano d'accordo. e probabilmente il mio carattere bizzoso ed anarchico-insofferente mi porta dopo un po' a deviare per fare un una interpretazione personale.
è uno dei rari casi in cui la carta stampata mi piace poco.
non li ho ancora letti per benino i tuoi primi due, stefano. e non ho ancora eseguito una ricetta. mi intrigano i fritti . di riffa e di raffa non sono mai riuscito a farne secondo le MIE aspettative, nonostante qualche volta li abbia tentati dopo averli visti preparare in modo perfetto da professionisti. e forse credo che una buona mano me la darà mariola con il dvd.
comunque non mi piace cucinare con un libro in mano, per quanto possa essere stato bravo/ brava chi scrive.

eseguire un piatto, l'ho già detto e mi ripeto,è fare la spesa e sentire i profumi; tornarsene a casa tagliuzzare -fare-brigare, prendere fra le mani attrezzi ben pensati e ben costruiti ,utilizzare prevalentemente quel materiale meraviglioso che è il rame e far levitare dentro a quel contenitore un guazzabuglio di cose che vengono dalla mia storia e da quello che ho "rubato"a tanti cuochi conosciuti.
questo è quanto, con tutto il rispetto e l'affetto per chi questi libri li ha scritti e li ha curati, ed anche per il fotografo a cui tocca il lavoro ingrato di cercare di dare un aspetto vivo, impossibile, ad una cosa su carta.

insomma, io vorrei la barbagli e la barzini a casa mia , a cucinare insieme a me, questa è la mia richiesta. ma temo di non potermele permettere

.altri, molti altri mi dicono che i blog piu' seguiti sono quelli di ricette, cara lady elen. lo straordinario successo di cavoletto ne è testimonianza. io ogni tanto ci vado, per le foto e talvolta per quello che scrive. ma anche le sue , di ricette, mi annoiano. e allora che si cavalchi l' onda, perdiana, e non ci vedo nulla di male. che poi qui, per quel che leggo, bonilli sembra dover remare perfino contro chi distribuisce i libri perchè pare che non si trovino con facilità.

e allora gliene auguro di venderne 20.000 questa sera, che diamine.

io li comprero' tutti ,via via, piu' in omaggio alla sua storia, al suo carisma alla sua antipatia/ simpatia/ antipatia che per effettivo interesse.

poi magari ci provero' a fare la tempura seguendo ricetta e dvd. e ,se del caso, mi cospargero' il capo di cenere.

buon appetito a tutti , per stasera.

12 Nov 2009 | ore 06:57

errata corrige: nel mio intervento sopra c' è una mezza ANTIPATIA di troppo. me ne dolgo:-))

12 Nov 2009 | ore 07:22

mai dare niente per scontato! nemmeno l'acqua calda monsieur Bonillì...!

12 Nov 2009 | ore 09:34

Personalmente amo i libri di ricette. Leggo la spiegazione di tutte le fasi, dei procedimenti e dei risultati attesi e riesco a immaginare tutto il processo. Questo quando un libro è fatto bene (per la verità quasi mai).

Quello che spesso manca nei libri di ricette è la storia delle preparazioni, degli ingredienti, le spezie da utilizzare e perchè. Manca la cultura del cibo, la passione del cucinare e la scienza nascosta nei vari passaggi.

12 Nov 2009 | ore 10:19

i miei libri di ricette non sono mai entrati nella mia cucina (eccetto quelli di pasticceria). Io li sfoglio, li leggo e li studio nel tempo libero,quando non cucino. Ho sempre fatto così: quando sono in cucina il mio rapporto col cibo è diretto siamo io e il piatto che voglio realizzare, non ci sono intermediari cartacei. In tal senso trovo quindi molto appropriato l'uso della prima persona, è una sorta di sfida tra quello che ho in testa e quello che effettivamente realizzo. Quindi sono io che taglio, io che condisco, io che cucino insomma. Per me un buon libro di ricette dovrebbe indicare correttamente ingredienti e procedimento ( e spesso non è così) ma anche piccole accortezze e suggerimenti pratici (insomma tecniche di esecuzione) che possono variare di molto la buona riuscita del piatto. In questo senso "Cucinare insieme" va sicuramente nella giusta direzione. Una difficoltà che ho però, nel tempo, è ricordarmi in quale volume stava una certa ricetta...forse un indice finale complessivo, magari staccato e allegato potrebbe essere d'aiuto ma forse non è l'idea migliore, non saprei. A stasera!

12 Nov 2009 | ore 10:26

Il paradosso di Giancarlo Maffi è illuminante: le ricette si imparano, si mandano a memoria, e soprattutto non ci sono libri o immagini che tengano, l'ideale sarebbe il cuoco lì con te.
Io ho sfogliato abbastanza attentamente i libri di Cucinare Insieme a Firenze, nella libreria di Degustibooks: non li ho acquistati, sapevo che avrei potuto incontrare di persona Bonilli, magari gli avrei stretto la mano o parlato, come è avvenuto, e tirar fuori il libro, come non avrei esitato a fare per un autografo, da un lato mi sembrava esageratamente ruffiano, dall'altro persino invadente, e Bonilli se gli rompi le scatole non te lo manda dire (temevo, ma non è così :-). Scelte, dettate tra l'altro da poco interesse per i due temi trattati: sicuramente mi rifarò con altri temi e altri piatti.
Perché da qualche parte si devono pur prendere le informazioni per cucinare: dalle nostre mamme, alle nonne, dai padri agli amici, come già scritto, tutti abbiamo appreso qualcosa, quasi mai da mogli o amanti. Ma devi farle tue: in cucina è già un casino aprire e tenere aperto un libro, specie poi se bello perchè si sporca, tantomeno vedere un dvd. Devi studiare, imparare e fare, da solo, nella bellezza solitaria del gesto acquisito.
Ma una cosa mi chiedo, che non mi sembra sia stata affrontata: per chi? Per chi cuciniamo?
E' così fondamentale un libro di ricette? Forse per apprendere delle tecniche o delle informazioni, ma quanti di noi cucinano veramente?
Cuciniamo per noi stessi? Beh può anche avere la sua utilità. Cuciniamo per la mogliettina o il maritino? Mmmm.. non credo, non c'è tempo, spesso nemmeno la voglia. Cuciniamo per gli amici? Difficile mettersi alla prova per sei otto persone, comunque molto, molto raramente e a rischio sistema nervoso. Si cucina per i figli: sì, vero, ma poi crescono. Cucinoterapia? Una, due volte poi molli.
Insomma tutto questo cucinare, nel senso di andare oltre la normale amministrazione (qui devo dare atto che nel libri di B&B&B ci sono anche piatti normali di tutti i giorni), tutta questa ansia di fornelli non la vedo, ne leggo, ma la vedo raramente nella realtà quotidiana.
A meno che non vada a finire tutta nei blog ;-)

12 Nov 2009 | ore 10:45

Oggi su Repubblica c'è un bell'articolo di Stefano Bartezzaghi - è un pezzo della sua relazione che tiene oggi a Zurigo, alla Cattedra di Linguistica - che si intitola, e già il titolo dice tutto "Italiano: a che punto è la notte".
Dice Bartezzaghi che noi oggi parliamo un linguaggio scalzo e scravattato fatto di neologismi umoristici, di tormentoni e usi informali che perpetua la propria medietà e così è scomparso il buon modello di un tempo.
E nelle ricette è peggio, c'è tanta sciatteria, imprecisione, superficialità e i blog contribuiscono a questo, a parte alcuni, molto belli e che hanno un giusto successo.
Come dice Annalisa Barbagli per scrivere una ricetta bisogna cucinare, annotarsi tutto, compresi utensili e pentole necessari e poi scrivere la ricetta e qui l'italiano o ce l'hai o non si inventa.
E si vede.

12 Nov 2009 | ore 11:49

Adoro i coté!
Uffi, non si posson fare nemmeno le battute, mon petit prince barbu... Io adoro i libri di ricette ed ovviamente i suoi li acquisterò tutti, ed anche li acquisterò per regalarli a Natale. Ho diritto ad ad un particolare premio?
In ogni caso la cucina è sempre stato qualcosa di accattivante: io ad esempio adoro le ricette ''storiche''. Penso ai ''Piccioni alla Crapaudine'' o il ''Gulyas di montone'' o ancora le ''Uova posciate alla Brabante''. E mi corre l'acquolina...
Se posso consigliare un libro, mi permetto di suggerire ''Il carnet del Maggiore Thompson'' di Pierre Daninos: tra l'altro ne esiste un'edizione con la traduzione e la presentazione di Camilla Cederna. Uno spaccato di vita quotidiana tra Francia ed Inghilterra dove la parte del leone la fa la cucina...

12 Nov 2009 | ore 11:58

Ed a proposito di Richard Sennett: incontrato l'ho proprio incontrato. Alla LSE. Sempre che lei sappia cosa sia...

12 Nov 2009 | ore 12:07

Premesso che approvo quanto dice Annalisa "per scrivere una ricetta bisogna cucinare, annotarsi tutto, compresi utensili e pentole necessari e poi scrivere la ricetta" e l'italiano sì, vero Direttore o ce l'hai o non s'inventa, è giusto!
Però vorrei aggiungere una cosa, secondo me, una ricetta va scritta col cuore, con la stessa passione che ti ha portato a leggerla, a studiarla, ad accarezzarla, a capirla e poi a farla tua, poi a replicarla! E' solo così si può trasmettere ad altri!
Se non c'è tutto questo, se non c'è passione, se non c'è cuore e anima, nulla arriverà al lettore.
E mi creda, a parer mio (per quel poco che vale) non è molto importante che nella ricetta sia scritto "facciamo, fare, faccio o magari fate", perchè al lettore arriverà quello che lo scrittore ha voluto trasmettere.
E il "fate" di uno potrebbe non essere fastidioso come il "fate" scritto da un altro, anzi!
Aggiungo ancora un'altra cosa, concordo che la ricetta va scritta in maniera precisa, accurata, e sarà questo a condurre il lettore, almeno quanto la spiegazione e i "perchè" di quanto si sta facendo.
Spero sia arrivato cosa intendo, se pure il mio linguaggio è così, scusate, molto semplice.

12 Nov 2009 | ore 12:36

Quando ho iniziato a cucinare e ad utilizzare le ricette la difficoltà che incontravo sempre (e quindi forse il limite nella scrittura delle ricette) era nell'organizzazione del lavoro.
Cioè molto spesso manca una indicazione - che sia comprensibile anche al principiante - sulle fasi preparatorie (o meglio su TUTTE le fasi preparatorie) all'esecuzione vera e propria della ricetta.
Tipo spellare i pomodori prima di affettare le zucchine e togliere dal frigo il burro 30 minuti prima di spellare i pomodori ed il giorno prima mettere a bagno...In ordine.
E' vero che probabilmente è un'esigenza proprio del principiante, ora ho imparato a programmare da me le fasi del lavoro, mentalmente o a volte scrivendo un vero e proprio time sheet di tutto quello che c'è intorno all'esecuzione, d'altra parte molte ricette sono scritte per, o anche per, i principianti. Si potrà forse perdonare a Beck (e simili) una certa sintesi nell'esporre la sua ricetta che sarebbe peraltro molto complicata anche se scrivesse prendiamo un coltello così e facciamo così, e quindi rivolta ad un pubblico più esperto, ma nella maggior parte dei casi questa sintesi mi sembra frutto di superficialità nella scrittura della ricetta.
Tra l'altro la programmazione del lavoro è una fase che mi piace molto, è una forma di prolungamento o meglio di pregustazione del piacere di eseguire la ricetta e dato che di solito decido la ricetta (anche quando è mia) con un certo anticipo, mi capita di pensare molto spesso nei giorni precedenti a tutte le fasi preparatorie del lavoro, iniziando, ovviamente, dalla spesa.
Per capirci, non mi divertirebbe molto cucinare arrivando in cucina e trovando già tutti gli ingredienti comprati, preparati, e disposti in bell'ordine.
Non ho ancora comprato i libri del direttore, ho voluto aspettare l'occasione della presentazione (non per chiedere dediche :-))dalle anteprime mi pare che l'approccio sia molto pratico, vedremo...

12 Nov 2009 | ore 13:35

Mentre penso al resto, parto da un dettaglio: la ricetta scritta in prima persona singolare.
E' un dettaglio, ma in questo post è stato citato più volte ed è una delle prime cose che avevo notato sfogliando i libri della nuova collana. Mi è sembrato insolito per un libro di ricette: di solito i libri impartiscono istruzioni e danno ordini -sbucciate, tagliate, infornate! - il che ha senso, ma a farci caso per me che non amo sentirmi dire cosa devo fare è un po' fastidioso. Forse ho capito perché tendo a non seguire mai le ricette dall'inizio alla fine! :-)))
Quelle senza un soggetto definito, invece, hanno un nosoche di assoluto che mette quasi in soggezione. Nei grandi classici ci sta bene lo trovo appropriato - però in un libro nuovo...forse stona un po'.
La prima persona plurale credo sia la più diffusa nelle ricette video; quando l'ascolti è rassicurante, dà effettivamente l'impressione di essere guidata e accompagnata passo passo verso la certa riuscita della ricetta.
Quando però nella pratica qualcosa va storto, diversamente dall' originale in cui tutto fila assolutamente liscio, allora vedere il cuoco sorridente che soffrigge delicatamente mentre tu - invece - ti ritrovi con la padella che sputa lapilli in tutta la cucina...può diventare piuttosto irritante! :-)))
La prima persona singolare mi sembra abbia due vantaggi principali: uno, ispira la stesa aria di rilassata familiarità delle ricette che ci si scambia di persona (e spesso anche via internet). Quando chiedo a qualcuno o qualcuno mi chiede come fare un piatto, si risponde con "IO faccio...(così e cosà)". Due, quando la leggo per farmi un'idea di cosa succederà, tendo a visualizzare me che cucino (mentre di solito è come se osservassi una scena dall'esterno). In qualche modo mi dà l'impressione di rendere più semplice prevenire le difficoltà, organizzarmi e ricordarmi cosa fare, dopo. Però al momento non ne ho ancora sperimentata nessuna, quindi vedrò se è davvero così!

12 Nov 2009 | ore 13:50

Sempre l'ultima battuta, vero?
Allora sarò cavaliere: no, non so cosa significa LSE, orsù mia Lady, mi illumini... :-))

12 Nov 2009 | ore 14:04

Scusate, vogliamo essere anche pratici? Qual'è lo scopo di una ricetta? Indipendentemente da tutti i valori aggiunti che può dare (raccontare un territorio, emozionare, sentire il cuore pulsante di chi la scrive, attivare il cuore pulsante di chi la legge...ecc. ecc... badate bene tutte cose nobilissime)qual'è il suo "core business"? Secondo me insegnare a fare una preparazione, dunque è un percorso didattico e anche un pò progettuale. Se non riesce in questo intento, la sua "efficienza" è vana. Non serve. Se racconta solo emozioni allora è un racconto; se fa palpitare il cuore è una poesia, ecc. ecc. Prima di tutto deve espletare il suo compito in maniera puntuale: non so fare un pollo arrosto e tu, ricetta, quale strumento didattico, me lo insegni. Devi essere chiara, comprensibile, corta e mi devi dire tutto. Francamente mi interessa poco se mi dai del tu, del lei, del voi. Importante è che il linguaggio sia efficace e la ricetta efficente e io capisca. Tutto il resto, e ben vengano a mio avviso note glamour, annotazioni simpatiche, scenari e panorami, sensazioni e emozioni, insomma quant'altro atto a valorizzare ritengo sia un importante valore aggiunto. Bravo lo scrittore che riesce in tutto questo. Trovo che sia una nuova figura professionale, multiculturale quanto altamente preparata.

12 Nov 2009 | ore 14:11

In prima persona singolare va benissimo, ma se alla fine ci sono, sempre secondo me, tutti presupposti che citavo prima.
In questo caso va bene anche l'infinito, che, se usato come, per esempio, usa Bocuse, che dice "setacciare il lievito da 5 a 10 grammi..." e subito dopo te ne spiega il motivo, allora ciò significa che ti sta insegnando ad usarlo nella maniera corretta, quindi sì che ti accompagna in un percorso.
Allo stesso modo se l' "io faccio così" non spiega poi nulla, potrebbe essere interpretabile come un io faccio così, te fai un po' come ti pare!
Per cui, come avevo detto sopra, e come dice anche Fabio, poco importa se mi dai del tu o del voi, ma importante invece è che mi si insegni il perchè di ogni passo, che mi potrebbe essere utile, per esempio, in un'altra preparazione.

Già, qual è lo scopo di una ricetta? Be', secondo me oltre a quanto è stato detto, una ricetta è scritta perchè qualcuno la replichi, altrimenti cosa è scritta a fare?
E qui, cerco di spiegare meglio quanto avevo detto nel precedente commento, se manca quel pizzico di passione che ha portato il cuoco, lo chef, o chiunque sia, a scriverla, il lettore non sarà portato a farla.

12 Nov 2009 | ore 14:49

Non ho ancora visto i libri, mi pare siano usciti qualche giorno fa, ma mi incuriosisce l'uso della prima persona che spiega i gesti cucineschi. A volte capita anche a me di usarlo, ma poi nella rilettura lo trovo strano, perciò converto tutto all'infinito. Di libri di cucina che spiegano bene i passaggi, spiegazione che dovrebbe essere indispensabile per talune ricette, non ce ne sono molti, anzi, più realisticamente direi che sono proprio merce rara, italiani, poi, si contano sulle punta delle dita. Quindi sono ben felice che si vada a colmare questa lacuna, anche perché la situazione sugli scaffali delle libreria è a dir poco imbarazzante, una delle maggiori nazioni capitali del buon cibo, vende quintalate di libri con ricette taroccate o di stranieri (che non vivono in Italia), a volte solo perché, spesso, hanno a corredo delle loro ricette una buona grafica e delle ottime foto. Perciò sono ben contenta bis!

12 Nov 2009 | ore 15:23

LSE sta per London School of Economics, dove Richard Sennett è professore di sociologia.

Piuttosto, sono molto triste che abbia ignorato la mia provocazione "traduttoria". Proprio vero che i traduttori sono invisibili :-(

12 Nov 2009 | ore 16:08

Accidenti, quanto ha ragione! Purtroppo non vado in libreria quanto vorrei (ma solo per colpa mia), ma, nell’indecisione, mi capita sempre di essere più propenso a sfogliare un libro bello, graficamente moderno ed accattivante, piuttosto che uno magari più tecnico ma meno affascinante a prima vista…si sa che l’occhio vuole la sua parte. E che poi i più “curati” siano stranieri, beh, è la solita storia. Quindi anche io sono proprio curioso di vedere questa nuova collana, fiducioso sulla sua qualità.

Per quanto riguarda la persona in cui sono scritte le ricette, sono molto d’accordo con i commenti 39 e 40, l’importante è che la ricetta raggiunga il suo scopo, quello di insegnare la preparazione di un piatto. Per questo ci si augura che sia scritta in modo razionale, senza perdere mai di vista il suo principale fine, altrimenti, come ben detto prima di me, diventa un racconto, magari bellissimo, ma non funzionale.
Personalmente credo di preferire i verbi all’infinito, perché rendono il testo più tecnico, rigoroso ed essendo io innamorato della cucina professionale, viene da sé…riconosco però il merito di una forma più “amichevole”, visto anche il titolo della collana…

Poi chiudo: stupendo ed intelligente, imho, il metodo utilizzato da Hervé This nel libro Rivelazioni Gastronomiche. All’inizio del testo l’autore spiega il suo metodo, dimostrando di aver riflettuto sui principali problemi di chi si appresta a cucinare seguendo una ricetta. Ingredienti indicati in ordine di apparizione e ripetuti anche durante il testo, problemi incontrati eseguendo lui stesso la ricetta ed errori da evitare, caratteri diversi per indicazioni pratiche e considerazioni scientifiche…davvero sistematico e pulito.

Salute
Marco S.

12 Nov 2009 | ore 17:23

>> Il linguaggio è sempre in difficoltà quando deve descrivere le azioni fisiche, e lo è soprattutto quando deve impartire istruzioni

Sarà per questo che molto spesso, quasi sempre, il cuoco in televisione, ma anche il cuoco blogger, cerca forme di linguaggio vezzeggiativo, quasi ad ingraziarsi l'ascoltatore: mi riferisco, da un lato al vituperato diminutivo (spumantino, prosecchino, insalatina, risottino) che poi fa presa sugli ascoltatori/lettori che identificano questa inflessione quasi come una forma di confidenza col mezzo, di patente di cucina, di dimestichezza.
Dall'altro lato, malauguratamente, impera l'uso degli aggettivi possessivi, in particolare "nostro", più raramente "mio": mi sembra ovvio sottolineare che B&B&B non usano questi mezzucci e ci risparmiano " prendiamo il nostro il coltello" oppure " prendo il mio bel coltello, faccio, taglio, sbuccio la mia bella cipolla" "mantechiamo il nostro risotto" ecc.ecc.
Linguaggio diretto e senza fronzoli, come mi è sembrata anche la proposta culinaria, che prende un po' le distanze dall'eccesso di paste, tartare, finger food e cakes che caratterizzano i blog, per privilegiare una cucina "cucinata" e da condividere.

12 Nov 2009 | ore 17:56

Direttore, lei è un tessssoro...
Nobile gesto. In bocca al lupo per questa sera!

12 Nov 2009 | ore 18:55

Ho riflettuto su come utilizzo io le ricette. Sostanzialmente in due modi: modo numero uno, per imparare a fare qualcosa che non conosco o per migliorare qualche piatto che mi esce così così. In questo caso il libro deve fornire tutti i passaggi, aggiungendo spiegazioni su come e perché e con almeno una foto del risultato che si dovrebbe ottenere. Come ho detto non le ho ancora provate, ma le ricette di "Fritto e mangiato" mi sembrano ben fatte da questo punto di vista.
L'ideale sicuramente è avere la possibilità di vedere l'esecuzione effettiva della ricetta - che permette di notare dettagli e carpire ulteriori informazioni. Le ricette video viste recentemente che mi sono piaciute di più sono quelle di Luca Montersino (scoperte per caso su Alice che per il resto considero assolutamente inguardabile).
In questi casi vado a comprare tutti gli ingredienti, mi studio la ricetta poi mi tengo il libro a fianco in cucina e la seguo precisa precisa.
Modo numero due, come ispirazione, come traccia. Musicofili, sapete cos'è il "Real Book"? Quel librone con gli standard jazz che non è precisissimo ma ti dà le indicazioni fondamentali per suonarli. O per esercitarti e improvvisare girando intorno a temi, sequenze di accordi, frasi. Ecco così mi piace sfogliare i classiconi tipo Gosetti Della Salda o il Pellaprat, o i libri dei grandi cuochi.
Oppure mi piace partire da un ingrediente o due (che magari ho in giro per casa o che vedo al mercato e mi ispira o che mi va di mangiare), cercando spunti in giro per il web o in giro per libri. L'importante è che siano muniti di indice dettagliato degli ingredienti principali nelle ricette che presentano.
In questo caso non importa se sono dettagliate...non seguo veramente le ricette, prendo solo qualche idea, chiudo connessione e libri, vado in cucina e vado a orecchio, mettendo in pratica prova ciò che so. In queste occasioni spesso scopro qualche punto debole, sorgono dubbi e curiosità e problemi...e per risolverli? Vado a cercare informazioni e una ricetta da copiare. Torno al modo uno, e così via!

12 Nov 2009 | ore 19:51

Concordo sull'indice degli ingredienti: è quello di cui si sente la mancanza in fin troppi libri di ricette, e invece fa la differenza.
E non direi che serve solo per gli ingredienti principali! A volte è proprio con gli avanzi di ingredienti secondari che non sai cosa fare...
:-)

12 Nov 2009 | ore 20:03

Bé non so cosa intendi tu come secondari. Io considero superfluo indicare nell'indice cose tipo l'olio, la mezza cipolla per il soffritto, lo spicchio d'aglio, il rametto di rosmarino, la farina per la pastella, la scorzetta di limone.
Gli ingredienti utilizzati in quantità o molto caratterizzanti - come gli attori non protagonisti - invece sì. Informazioni fondamentali soprattutto per svuotare il frigo prima che sugli avanzi di ingredienti cresca un prato inglese o per mettere insieme cene dell'ultimo minuto! ;-)

12 Nov 2009 | ore 20:25

Oh be', allora siamo d'accordo.
Anche se poi, per dire, le spezie e le erbe aromatiche io le inserirei, ma è che sono una grande appassionata di indici analitici... dev'essere un difetto professionale... in fondo mi piacerebbe poter prendere un libro di ricette anche solo in cerca di qualche insolito utilizzo quella mezza scorzetta di limone avanzata... ;-)


12 Nov 2009 | ore 20:52

Ragazzi che happening divertente!!!

Libri trasformati in portate come slurp i fritti (come vedete qui http://friendfeed-media.com/cd7d17fcac8a02989eebd00b6bace10df1a79b2c) e il pane (http://friendfeed-media.com/5380b70298f51c98435114c684a77d11e38a3ddf).

In attesa del superpost galattico del Direttore qualche fotina la vedete sul mio friendfeed o su twitter.

Prossimo appuntamento con i libri della collana Cucinare Insieme a maggio prossimo: segnatevi la data che un altro happening secondo me ci scappa (e ovviamente non perdete il Bonilli Tour!)

12 Nov 2009 | ore 23:48

..... "Anyone who cooks knows that it is in following recipes that one first learns the anticlimax of the actual, the perpetual disappointment of the thing achieved. I learned it as I learned to bake. When I was in my early teens, the sick yearning for sweets that adolescents suffer drove me, in afternoons taken off from school, to bake, which, miraculously, meant just doing what the books said and hoping to get what they promised to yield. I followed the recipes as closely as I could: dense Boston cream pie, Rigó Jansci slices, Sacher Torte with apricot jam between the layers. The potential miracle of the cookbook was immediately apparent: you start with a feeling of greed, find a list of rules, assemble a bunch of ingredients, and then you have something to be greedy about. You begin with the ache and end with the object, where in most of the life of appetites—courtship, marriage—you start with the object and end with the ache."....

Read more: http://www.newyorker.com/arts/critics/atlarge/2009/11/23/091123crat_atlarge_gopnik#ixzz0X3svvyTs

16 Nov 2009 | ore 22:52

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a cura di Stefano Bonilli
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