05
Mag 2010
ore 10:37
ore 10:37
Fat Duck, buona la prima

Sono tornato a pranzare da Blumenthal dieci mesi dopo la nostra precedente visita.
Ci sono tornato con Andrea Petrini e Monica Brown, che cura le pubbliche relazioni del Fat Duck e di Blumenthal.
Questa seconda visita mi ha permesso di vedere cosa c'è dietro il palcoscenico del ristorante, una struttura di 80 persone che lavora per 44 coperti a pranzo e 44 coperti a cena.
Monica Brown, la bravissima PR di Blumenthal, ci ha presentato Jokey Petrie, il responsabile di tutta la macchina e con lui siamo entrati nei locali che occupano la palazzina dall'altra parte della strada del Fat Duck, il ristorante dove ogni centimetro è sfruttato e che necessita di un retroterra dove si fanno le preparazioni.

Salendo per una ripida scala siamo entrati in una stanza dove lavorano quattro cuochi e una segretaria, accanto la stanza dove c'è la cuoca che lavora la cioccolata.
Loro, tra l'altro, preparano le carte di marzapane che vengono date in regalo a tutti i clienti.

Nella stanza c'è anche una centrifuga usata solitamente dall'industria farmaceutica che permette di estrarre i liquidi dagli alimenti.
C'è voluto un anno per metterla a punto e costruire il pezzo principale che permette l'uso per il settore alimentare.

Il ristorante, come ogni giorno, era prenotato da clienti provenienti da tutta Europa e dal resto del mondo.
Sono rimasto sorpreso quando il primo piatto servito è stato, come un anno prima, il Lime Grove che viene preparato così: un cameriere versa mousse di te verde, bianco d’uovo, vodka e lime nell’azoto liquido e quindi fumo e un ohhh degli astanti.
La frase in corsivo era quella scritta nella recensione dello scorso anno, questa volta niente ohh del nostro tavolo, neppure proseguendo con gli altri piatti e gli effetti speciali che li accompagnavano.

Tutto buono, tutto perfetto ma non penso che un ristorante di questo livello possa rimanere così immobile perché la nostra sensazione era come quella di Petrini, che però mancava da due anni.

Lo scorso anno il piatto Saound of the Sea con la conchiglia con dentro un mini iPod poteva stupire ma l'anno dopo risultava un deja vu e così per molti piatti, tutti buoni, tutti perfetti ma tutti già provati.
Certo, nella struttura del menù sono stati inseriti alcuni piatti nuovi ma non tali da cambiare il senso del già visto, già provato come per esempio la tavoletta del Whiskey Gums con le bottigliette di gelatina dei vari whiskey da assaggiare e riconoscere.

Siamo stati ospiti di Blumenthal, che non c'era perché impegnato in televisione, e Monica Brown è stata una piacevolissima padrona di casa così come tutto il servizio che al Fat Duck è sempre di totale cortesia.
Fosse stata la nostra prima visita il voto sarebbe stato il massimo, essendo la seconda il nostro voto è positivo ma con un'aspettativa di nuovi piatti e nuove esperienze alla Blumenthal.
Si potrebbe concludere che gestire il successo planetario per un cuoco è sempre difficile, vedremo come si evolveranno le cose quando a dicembre Blumenthal aprirà il ristorante del Mandarin di Londra che sarà grande, 170 coperti, e per nulla sperimentale.
FOTO S. BONILLI







80 persone per 44 coperti a servizio,complimenti,facile lavorare cosi,improponibile in Italia,Quindi non credibile.Con menù degustazione,complimenti questi sono i suoi grandi cuochi,perchè chiamarli chef di cucina sarebbe una offesa per chi fà questa professione con serietà e capacità.Bolle di SAPONE
Ma che senso ha essere così provinciali e superficiali?
Gli altri non lavorano seriamente, vuoi mettere che bello e vero due in cucina e uno in sala?
Loro fanno cattering e sono un marchio mondiale, tutte le proporzioni cambiano e anche costi e ricavi.
Invidia Invidia gigantesca invidia :-D
Quanto mi sarebbe piaciuto esserci.
Sui commenti e critiche: arriveranno come al solito, ma Stefano, fai come me, ignora quelli palesemente stupidi, non vale veramente la pena :-D
Questo suo fenomeno di cuoco visto che propone sempre i stessi piatti sarà a carto di idee,un paio di anni di riflessione per preparare dei nuovi piatti come il sig.Adrià forse ci vogliono.Improponibile in Italia come dice Gianni,aria fritta.
Personalmente non critico mai nessun cuoco,per giudicare bisogna essere sul posto è gustare i piatti proposti.L'unica cosa che invidio(Sig.Bressanini)è il numero della brigata di cucina,con tre elementi si produce una qualità,con dieci o venti elementi la qualità è ben diversa.
Angelo, mi riferivo alla MIA invidia per non essere stato da Blumenthal :-)
Anche mia INVIDIA! (per non aver goduto come voi!). Ho acquistato un paio di mesi fa il libro di Blumenthal e i piatti descritti nella Tua recensione sono infatti quelli del libro, quindi direi, ben più antichi di due anni. Assumendo dei parametri che non ci appartengono (per il numero di cuochi a disposizione, per la logistica praticamente insostenibile in Italia -prepari in un luogo e servi in un altro...ma che siamo matti??!!!, per la location ed altro), ancora di più uno chef come Adrià, di riflesso, mette in mostra tutta la sua grandezza: ogni anno menù inedito, nuovo. Che fonte inesauribile di creatività e sapienza!
Un saluto a tutti, in particolare al padrone di casa...
vorrei subito dire che la recensione è semplice ma lineare, onesta e veritiera.
Certo 80 persone per 44 coperti possono far sorridere, ma quando si aha a che fare con una certa elite culinaria, sono questi i numeri. e son quasi sicuro che le spese sono pure altissime in quanto l'eccelenza costa, in tutti i sensi. Per quanto riguarda la ripetitività delle proposte, è vero, ci si aspetta sempre molto da un luogo del genere, e forse e giusto. Ma qui entra in gioco lo spirito stesso del cuoco, ciò che lo sprona a proporre i suoi piatti e a fare le giuste ricerche... oltre un certo limite secondo me non è saggio avventurarsi, si rischia di perdere la propria identità. forse uno stop farebbe bene alla riflessione, ma un posto del genere non può rimanere chiuso.
Invidioso pure io... soprattutto per quell'estrattore a campana della Genevac... che da solo si avvicina agli 80mila bigliettoni e che immagino sia magicamente in grado di estrarre e concentrare profumi da quasi tutto...
80 cuochi per 44 coperti... invidia anche qui... e ammirazione. Ognuno sceglie il target che preferisce, poi sono i risultati a dire se è stata una scelta giusta o meno. Certo che i numeri da soli non possono bastare per biasimare nulla.
L'immobilismo semmai è un problema, ma magari passa...
Io non son riuscito ad andarci.
Impossibile trovare un buco libero per pranzo, ho telefonato tutti i giorni per 3 settimane a marzo, niente da fare,
Stefano: ma richiedere sempre, a questi Chef, di cambiare continuamente per soddisfare la clientela gourmet tipica non implica l'impossibilità che certi piatti possano diventare dei "classici" e quindi riproporli perennemente? E' come la musica eseguita per una sola stagione e poi sepolta in qualche polveroso spartito, che nessuno esegue più.
Voglio dire, nessuno dice ad Arcangelo Dandini "la carbonara da te l'ho già mangiata, ti devi innovare.." :-) perché invece lo si chiede a Blumenthal?
Ma te lo immagini se la carbonara fosse servita con l'accompagnamento di un iPod dove si sente il grugnito del maiale e la gallina che fa cocodè?
La seconda o terza volta li manderesti a quel paese e allora se inizi il pasto con il solito azoto liquido e la meringa e quando arriva il piatto di mare arriva la conchiglia tu sei già intellettualmente sazio, quelle cose le hai già viste, non sono piatti normali, sono piatti con una sceneggiatura e come al cinema, ci si va una volta a vedere un film, quella dopo se mi rivedo tutto il film mi annoio, se ne vedessi solo alcune sequenze mi divertirei.