03
Mag 2010
ore 12:45
ore 12:45
René Rédzepi, numero 1 del mondo

Quando il Gambero Rosso era proprio un'altra cosa Andrea Petrini era uno degli inviati del mensile.
Il suo compito era quello di scovare cuochi nuovi e interessanti in giro per il mondo.
Quando, nel 2005, andò a Copenhagen insieme con Paolo Della Corte e raccontò la storia di René Rédzepi e del ristorante Noma, rimanemmo tutti sorpresi.
La scoperta-Rédzepi da parte di Andrea, che è stato il giornalista che ha raccontato per primo questo giovane cuoco del nord, è diventata ben presto da scoperta a star.
Da allora sono passati pochi anni ma è accaduto di tutto e qui di seguito, Andrea Petrini, racconta chi è René Rédzepi, il cuoco arrivato primo nella classifica The World's 50 Best San Pellegrino.
TESTO DI ANDREA PETRINI
Un giovane cuoco del Nord Europa
Reboot. In linguaggio «geek», significa rilanciare un supporto tecnologico, un computer per esempio. Ma in senso lato può anche rinviare alla nozione d’azzeramento, alla Tabula Rasa. Forse è per questo che nel suo secondo libro, atteso per ottobre da Phaidon, René Rédzepi usa più pacatamente il termine di «rewind», di ritorno indietro – di ricontestualizzazione se vogliamo. Per una salutare messa a fuoco.

Di tutto si è detto del folletto di Copenhagen, forzando il tratto, distorcendo le sue intenzioni. E se l’altra sera sulla televisione francese LCI il giornalista del settimanale «Marianne» Périco Legasse, feccia della feccia, dichiarava d’entrée di non aver mai mangiato da Noma, anzi di non averne mai sentito parlare, assicurava però poco dopo a spada tratta che «la sua cucina destrutturata e molecolare (sic!) faceva parte d’un complotto ordito dai World’s 50 Best Restaurants per discreditare la grande Tradizione Francese aprendo così le porte delle cucine del mondo alle multinazionali dell’industria chimica e dell’agroalimentare». Ancora un po’ e ci riserviva la fumistica tesi del complotto dei Saggi di Sion!

La storia inizia nel 2004
Correva l’anno di grazia 2004 quando René aprì le porte del suo ristorante all’interno della North Atlantic House, stabile ricavato in un secolare deposito di sale sui docks di Copenhagen, consacrato all’arte e alla cultura delle scandinave contrade. Era un pischello, un ventenne, appena reduce dall’apprendistato (Adrià, Keller, i Pourcel twins di Montpellier) subito ingaggiato da Klaus Meyer, sorta di Massimo Ranieri della televisione scandinava addetto alla promozione dei prodotti del Nord. Nel giro di qualche stagione René sviluppò, liberandosi prestamente dall’ingombrante presenzialismo dell’anchor man, una cucina sensibile, luminosa, mica austera per due lire, panteista nel suo anelito d’esplorare tutta la ricchezza ancora sconosciuta delle terre del Nord.

Sopra a sinistra Renè Redzepi con Christian Rolland amico e fornitore di funghi, alghe e soprattutto lumache; a destra l'italiano Alessandro Porcelli braccio destro di Renè.
Marina e minerale, tecnicamente crudista, monastica ma sensualmente vegetale: la prima impressione – nel giugno 2004 – fu la definitiva. Quello d’uno spirito libero, sapiente ma non saccente, indifferente alle regole, all’inamidato galateo. Mettere i piedi per la prima volta da Noma con l’allora allibito amico Moreno Cedroni – niente tovaglie, pelli di montone sulle sedie come fossero delle poltrone, il cuoco, il sommelier e tutto lo staff che vi portano a ruota il piatto al tavolo – fu come un’illuminazione. Uno spazio di libertà, una folata d’aria pura, un vulcano di purezza magari possibile solo lì, lontano dal secolare colonialismo franco-italiano o dall’allora imperante egemonia spagnola. E, per favore, non parliamo neanche più per il momento di cucina, delle radici e delle alghe, delle verdure e delle bacche artiche, della cacciagione e del grimmiano sottobosco danese, del paesaggismo come culinaria espressione narrativa al quale René ha apportato un ossigenante nitore emozionale. Perché capita poi, persino anche ai migliori, di prendere talvolta fischi per fiaschi. Come quando Andoni Luis Aduriz dichiara – per pigrizia, miopia o magari, chi lo sa?, per gelosia – al quotidiano El Pais dello scorso giugno che la cucina di Noma si limita a prolungare la ricerca sulla natura di Michel Bras rivista attraverso il prisma della rilettura operata dal suo ristorante, il Mugaritz di Errenteria.

In alto chips di pelli di pesce e di pollo, al centro un particolare delle pelli di pesce essiccate e qui sopra il pudding
Stando per anni appresso a René, seguendolo dai primi vagiti a Copenhagen sin nello Yucatan a cavallo d’un viaggio iniziatico nel 2007 per confrontare il lessico del Nordic Cooking con le erbe, prodotti e tecniche locali, dalla prima edizione del festival d’Omnivore nel lontano febbraio 2005 alla nascita l’anno scorso del movimento Cook it Raw, proprio tra le quattro mura di Noma, una riflessione s’impone. Con lui non è tanto la tecnica che la vince, ma la sensazione. La riflessione – umorale, luminosa, gioiosa –, senza pedantesche note a pie' di pagina. Forse è proprio per questo che, al di là e ben prima della scalata sino ai vertici dei World’s 50 Best, «Noma» è da sempre stato visto con un certo sospetto per le iberiche contrade. Come se la sua schiettezza, il suo nanoscopico ricentrarsi sulle più selvagge materie prime, il suo mettere tra parentesi la sperimentazione più esarcebata con un incessante questionarsi sull’accezione della natura fosse stato individuato, fin dalle prime stagioni, in totale antinomia con quel che in Spagna si andava teorizzando sotto il nome di «cucina tecno-emozionale». Ma il fenomeno Rédzepi è anche questione di indole, d’attitudine. Di lifestyle. Di generosità e voglia di condividere sensazioni e patrimoni comuni.

Sopra king crab e porro nella cenere di carbone
Lo scorso gennaio René ha presentato in Friuli Venezia Giulia all’evento «Cook it Raw: Winter Was Hard» un piatto che assunse immediatamente valore di manifesto. Una rilettura sul tema dell’inverno, un precipitato di sensazioni, più agro che dolci – come il titolo che lo sottende: «The Jensen’s Hard Winter of 1941». Tutta la (una) storia della Danimarca in un piatto. Quello della famiglia Jensen, il cognome più comune da quelle parti, come dire il signor Rossi, nel 1941, l’annata più fredda del secolo. «Per due mesi successivi il barometro scese sotto zero, con delle punte a meno trenta. Il mare era ghiacciato, si poteva letteralmente camminare sull’acqua per chilometri e chilometri da Copenhagen sino alla Svezia. Tutto era ghiacciato, i campi erano bruciati dal freddo, non c’era niente da mangiare, si faceva la fame e per di più avevamo i nazisti in casa. Peggio di così… Ho cercato d’immaginare quel che poteva allora significare fare un festino viste le condizioni, utilizzando solo quel che si trovava sotto mano: radici, tuberi, fiori…. ».

Un piatto immaginifico di pickles, di acide violenze, di parossistici sottoaceti dalla rosea e lirica sensibilità. Una Parabola Morale che un dì René potrà magari raccontare insieme a Nadine, sua moglie, alla piccola Arwen (due anni tre settimane fa), delizioso nome che in danese significa lascito, trasmissione, eredità. Un piatto-mondo (come si puo’ dire d’un libro) un orizzonte intimista e politico, un nuovo modo di rapportarsi alla storia, alla narrazione, alle radici comuni. Che René condivide già con tutti i suoi compari del Cook it Raw, da Bottura a David Chang, da Peter Nilsson a Scabin, da Yoshihiro Narisawa a Albert Adrià, da Daniel Patterson e via via sino all’arruffato Inaki Aizpitarte (e se fosse davvero il più importante cuoco esploso sulla scena francese dalla morte di Alain Chapel?). La sua vittoria londinese è un po’ anche la loro. La loro, la vostra, la nostra.
Noma
Strandgade 93
North Atlantic House Cultural Centre
Copenhagen, 1401 Denmark
Reservations 10 a.m. to 3 p.m. tel +45 2510 2758
email: noma@noma.dk
lunch DKK 595,00 = € 79,95
Menù 7 piatti DKK 995,00 = € 133,69
Menù speciale del Nord 12 piatti DKK 1295 = € 174
TESTO DI ANDREA PETRINI (nella foto qui sopra)
FOTO DI PAOLO DELLA CORTE / FOODREPUBLIC









Vidi per la prima volta Rédzepi all'OFF di Deauville in cui c'era anche lei, Petrini. la sua cucina mi incuriosì alquanto ma non ebbi il piacere di poterla assaggiare (che è poi è un falla o almeno lo era nella penultima edizione del festival che per il resto trovai entusiasmante).
Quanto al giornalista di LCI, é terribile questo nazionalismo esacerbato dei francesi...Se non si è disposti a confrontarsi non si evolve, non ci sono santi!
Che bello il testo di Petrini!!!!!
e` piacere ed emozione leggere le sue parole.
grazie ancora,
massimo
Bellissimi racconto e foto!
Grazie anche per aver fatto comprendere che anche una classifica può acchiapparci, almeno ogni tanto :-)
Derivazioni dal Mugaritz?
Non è del tutto campato in aria...
viene davvero voglia di andare Copenhagen
Grazie.
Che bello leggere di cucina cosi ..che scrittura !
Gli affreschi di Andrea Petrini sono i più suggestivi racconti di cucina che si possano leggere. Complimenti. E chiaramente salivazione massima per Redzepi e il Noma.
Andrea Petrini io penso che in questo momento sia il miglior giornalista europeo del settore per conoscenza delle cucine, conoscenza dei cuochi e continuo confronto essendo di base un giornalista che scrive in francese da Lione e quindi ha come prima visione la cucina francese e la sua evoluzione o involuzione, in molti casi.
Lui scrive in un modo che mescola lo stile della critica cinematografica, jazzistica, teatrale in un mix mai banale e che si distacca dalla pallosa critica gastronomica cui siamo abituati.
Ovviamente è un giudizio soggettivo, c'è a chi non piace :-))
one more! one more! one more!
Bellissimo racconto... Si la bravura di Andrea è appunto quella di saper raccontare. sfondo me: Il vino, il cibo, i prodotti devono tornare ad essere narrativi, uscendo dalla palude dei tecnicismi e linguggi iniziatici.
Grazie!
ps. Per quanti vogliono correre al Noma, ricordate che il mese scorso già ci voleva qualche mese di prenotazione, dopo ilvertice chissà...
Ciao A
Un giorno, quando smettero' i panni della casalinga sedentaria che manda il marito in giro per lavoro a mangiare nei migliori ristoranti, ci andro' con Fabio, il mio pusher di fiducia per quanto riguarda focaccia e indirizzi sicuri... ;-)
bravo Renè e bravo Andrea, personalissimo nello scrivere e inconfodibile per stile. Con la sua personalità ce ne sono pochi davvero
e io ci sono stata!!!!! ciao capo
ros
Lo ricordo come uno dei pezzi più belli, conservo ancora il numero.
Egregio Direttore,tutti numeri uno,questo sig,in Italia chiuderebbe dopo pochi mesi.Sicuramente sarà un numero uno nel suo paese,ma no possiamo dire che con la sua cucina sarebbe un numero uno in Italia.Siamo alla solita aria fritta...
Andrea Petrini in video non mi ha mai convinto: troppo verboso, con arzigogoli concettuali e circomvoluzioni retoriche capaci solo di togliere ritmo e verve. Ed anche l'impatto visivo e l'uso del corpo di fronte alla camera, insomma, non sono quelli di una star capace di muovere e commuovere le folle... Sulla pagina è tutto un altro discorso: può piacere o meno, ma è personale, eterodosso, provocatorio nella più salutare delle accezioni. E la cifra espressiva è intrigante, con impennate di ritmo e sintesi folgoranti, una lingua vivida ed incisiva. Tutto il contrario, per fortuna, di quelle scialbe schede da guida, di quegli insulsi pseudo reportage che infestano le riviste del settore, di quegli editoriali piatti e grigi, alla Cernilli per intenderci, che con insistenza masochistica continuiamo a leggere.
@ Laura
Che bisogno c'è di fare sempre dei paragoni con l'Italia.
Su cosa basa la sua certezza circa l'eventuale inconsistenza e inapplicabilità dell'idea di Redzepi?
@ MarcoG
Che tristezza questo intervento blablabla.
Io penso che Andrea Petrini abbia un modo di raccontare bello, intenso e pieno di ritmo. Questo pezzo lo evidenzia e conferma. Che bisogno c'è di rimarcare il suo approccio televisiovo. Cosa centra il modo di scrivere degli altri.
Faccio davvero fatica a capire certi interventi.
Mah
Jovica, faccio fatica a capire il tuo, d'intervento. Si parlava di Petrini, lo ha fatto il direttore, e si evidenziava la sua diversità da altre modalità di scrittura. E quindi? Mah...
Mi pare che Stefano abbia espresso un suo parere assoluto, che si può condividere o no. Tu invece fai paragoni relativizzando e denigrando chi
a) non frequenta questo blog e non può rispondere
b) non centra assolutamente una mazza con l'argomento
Se ti devi togliere dei sassolini fallo pure ma abbi il coraggio di farlo dove i destinatari delle tue critiche possono fare altrettanto.
E' solo una questione di stile.
Il mio intervento ti è parso più chiaro?
"Mi pare che Stefano abbia Stefano abbia espresso un suo parere assoluto, che si può condividere o no". Ah, ti pare, Jovica... Beh, sarebbe interessante sapere cosa intendi per PARERE ASSOLUTO. Io leggo, nell'intervento del direttore riferito ad Andrea Petrini: "lui scrive in un modo che... si distacca dalla pallosa critica gastronomica cui siamo abituati". Appunto: nel mio intervento "relativo" io individuo quella pallosa critica gastronomica: non ho alcun sassolino da levarmi dalle scarpe, non so se gli estensori delle schede delle guide, i redattori di molti articoli sulle riviste enogastronomiche e Daniele Cernilli leggano questo blog e manco m'interessa. Esprimo un'opinione, valuto se un certo tipo di scrittura o di giudizio mi piacciono o meno e sono libero di farlo, così come i redattori di un giornale o di una guida sono liberi di valutare il lavoro di un ristoratore o di un produttore. I destinatari delle critiche possono rispondermi benissimo utilizzando questo spazio, che è un terreno di scambi di opinione ma anche di critiche. Quelli che hanno criticato lo scorso anno l'operato di Iannone in questo blog hanno scritto al cuoco campano od interagito con lui in qualche maniera? Non credo e non vedo che importanza abbia. Se ti esponi in pubblico ti sottoponi a dei filtri di giudizio e, a meno che non venga lesa la tua dignità o venga fatta diffamazione, lo devi accettare. Questo vale per me, per te e per chiunque altro.
Il mio intervento ti è parso più chiaro?
"Andrea Petrini io penso che in questo momento sia il miglior giornalista europeo del settore per conoscenza delle cucine, conoscenza dei cuochi e continuo confronto essendo di base un giornalista che scrive in francese da Lione e quindi ha come prima visione la cucina francese e la sua evoluzione o involuzione, in molti casi.
Lui scrive in un modo che mescola lo stile della critica cinematografica, jazzistica, teatrale in un mix mai banale e che si distacca dalla pallosa critica gastronomica cui siamo abituati.
Ovviamente è un giudizio soggettivo, c'è a chi non piace :-))"
Io ho letto solo questo.
Comunque non è di vitale importanza.
Abbiamo solo due modi diversi di interpretare il terreno di scambio...
Non credo si fondamentale. Nessun rancore
;-)
toccante articolo fantastico