15
Ott 2010
ore 07:42

Fisiologia di Eataly: la storia del piemontese scaltro

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Avere un paio di centinaia di milioni di euro aiuta, non c'è dubbio, ma non è detto che chi ha molti soldi riesca automaticamente ad affermare un'idea vincente, Oscar Farinetti c'è riuscito.
Eataly nasce a Torino come supermercato del cibo di nuova generazione: molti ristoranti, bar, la gelateria, il forno del pane, la birreria, l'enoteca col vino costoso e quello sfuso, grossa selezione dei fornitori, grande offerta di carne, salumi, formaggi, verdure, scuole di cucina e 2 milioni e mezzo di visitatori il primo anno.
Il 31 agosto ha aperto Eataly a New York, il mercato più difficile e selettivo del mondo, e ha fatto di nuovo centro.
Certo, avere i milioni di euro di cui sopra aiuta, ma fosse così facile emergere a New York tutti i milionari sbarcati qui avrebbero avuto successo, e invece no, invece il successo a New York è la somma di una serie di componenti difficili e misteriose nella loro alchimia e ci vuole anche tanto culo.

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In alto Oscar Farinetti insieme al figlio Nicola

Eataly si trova là dove la Fifth Avenue e Broadway si incrociano, uno punti di maggior transito e centrali di New York, occupa uno spazio di 8000 mq, ogni giorno entrano ed escono tra le 20mila e le 30mila persone, mangiano a Eataly in almeno 10mila, ci sono 500 dipendenti (con paghe americane) e l'incasso quotidiano si aggira attorno ai $ 200.000.

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Joe Bastianich

Farinetti si è preso i soci giusti per questa impresa, Lidia Bastianich e suo figlio Joe, dinastia del cibo italiano famosissima in America così come il loro socio, e quindi socio di Farinetti, Mario Batali, star televisiva e della cucina e per non farsi mancare nulla Farinetti ha imbarcato anche il rampollo di una ricca famiglia newyorkese.

Eataly New York ricalca in tutto e per tutto il modello torinese: ci sono i ristoranti della pasta, della pizza, del pesce, della carne, delle verdure e c'è il ristorante da corsa, di alto livello ma informale, l'hanno chiamato Manzo, è curato da Mario Batali in prima persona ed è sempre esaurito e poi ci sono il negozio delle verdure, della carne, del pesce, il forno come quello di Torino, la pizzeria.
La confusione, il rumore e le lunghe file che ci sono ogni giorno a Eataly, che in molti altri paesi sarebbero un freno al successo, qui a New York ne sono la certificazione visibile.

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Oscar Farinetti è un grande mercante, capace di farti credere che sei il suo più grande amico, capace, in sostanza, delle più grandi seduzioni a giornalisti, fornitori e concorrenti ma in ogni istante è anche un piemontese scaltro  che individua immediatamente vantaggi e svantaggi delle singole scelte, le più piccole come le più grandi.

L'informalità e lo spirito di squadra sono l'altra caratteristica che fa assomigliare l'equipe di Eataly più a una scuderia di F1 vincente che ha una struttura commerciale. Farinetti fa il capitano che delega ma è sempre lui che decide nei momenti strategici anche se sdrammatizza sempre e preferisce le battute ai proclami.

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In alto Oscar Farinetti con i suoi principali collaboratori, al centro con Massimo Bottura, Ferran Adrià, Joe Bastianich e qui sopra imboccato da Emanuele Scarello 

Farinetti si diverte molto, forse questa, insieme con il bel gruzzolo di euro, è la chiave di tutto.
Quando vendeva televisori, lavatrici, telecamere ecc... e fatturava più di 500 miliardi di lire nessuno sapeva chi fosse, pochissimi se lo filavano, oggi che possiede una ventina di aziende vinicole e aziende di acqua minerale, birra, pasta oltre, ovviamente, ad essere il maggiore azionista di Eataly, è diventato una star, scrive libri, partecipa a convegni e conferenze, va in televisione, è corteggiato dalle banche, dai giornali, dai colleghi e si diverte veramente.

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Sul tetto del palazzo di Eataly - sullo sfondo il Flatiron - dove a marzo aprirà la birreria

Certo, con tutto questo fieno in cascina è più facile divertirsi e scoprire che si hanno sempre nuovi amici.
Ma, fate attenzione, lui è un piemontese scaltro.

FOTO S. BONILLI

commenti 34

Caro prof. Bonilli,
della bravura di Farinetti e del suo essere uno scaltro imprenditore ne abbiamo già parlato a maggio, durante una delle tue interessanti lezioni ad Alma Graduate e ci siamo trovati tutti d'accordo.
L'apertura ed il preannunciato successo della sede a New York non sono che la conferma di quanto detto e del fatto che Eataly, piaccia o meno, è un ottimo ambasciatore del Made in Italy enogastronomico negli USA (per il momento).
Adesso so già che qui si scatenerà la solita diatriba su quello che Eataly vende, sulla qualità dell'offerta di alcune aziende e via dicendo...
A me francamente poco importa se Farinetti "sponsorizza" i vini di Fontnafredda, di Borgogno o il pastificio Afeltra.
So solo che da qualche mese tra la Fifth Avenue e Broadway c'è un angolo della Grande Mela che parla Italiano. E non posso che essere felice.

15 Ott 2010 | ore 14:17

Se facevo le tagliatelle in quella maniera li vedevi i calci nculo che prendevo

15 Ott 2010 | ore 14:31

Infatti son ravioli e quelli giù scarti .... rincojonito :)

15 Ott 2010 | ore 14:32

Quest'uomo mi fa paura: astuzia e culo sono una miscela esplosiva se poi ci aggiungiamo la scaltrezza Farinetti risulta un vero genio che segue le orme dei grandi mercanti fiorentini come primo grande mercante piemontese.

15 Ott 2010 | ore 14:36

Complimentissimi a Farinetti e a tutto il suo team, queste sono le cose grandi dell'Italia che ogni tanto mi consentono di non concentrarmi su quelle negative e di andare davvero fiera - anche se solo per un attimo - del mio Paese.

15 Ott 2010 | ore 14:43

Bonilli, Bob Noto ti fa una pizza...
;)

15 Ott 2010 | ore 15:15

Farinetti proprietario di aziende che producono birra?
Ma va?
E quali?

15 Ott 2010 | ore 15:17

più meno 10-20% di baladin

15 Ott 2010 | ore 15:50

E poi?
Secondo me non finisce qui...

15 Ott 2010 | ore 15:51

a me risultava quasi il 50% di baladin

15 Ott 2010 | ore 18:36

Riusciremo prima o poi a vedere l'apertura e, si spera, la replica del successo newyorkese di un Eataly a Londra?Dream on.....

15 Ott 2010 | ore 18:47

esorciccio, e poi cosa? se sai, cosa vieni a chiederlo qui?

15 Ott 2010 | ore 20:12

certo che tra Farinetti e Bottura
c'hai sempre la tromba pronta che suona e suona
e suona...

15 Ott 2010 | ore 21:51

Ammirato dall'imprenditore che esporta vero made in italy. punto . Le chiacchiere stanno a zero, simpatico, antipatico, bello, brutto...chissene....Lui vince e vince e porta in alto la bandiera dell'italia( almeno quella gastro) e di questi tempi non e' da poco:-)

16 Ott 2010 | ore 02:20

Che fico, sembra sentire parlare gli elettori del PDL.

16 Ott 2010 | ore 10:19

Solo noi italiani siamo così stupidi da snobbare un'iniziativa che porta lustro alla cucina italiana e al made in Italy.
Tempo fa ho letto due interventi che dicevano che siccome a Eataly di New York vendevano la birra Moretti e la pasta Barilla allora non era un'iniziativa di qualità.
C'è un che di presuntuoso e stupido a un tempo in un atteggiamento così perché basta andare a Torino o Bologna per vedere che enorme successo ha avuto il modello Eataly tra la gente.
Mi immagino l'enorme impatto che avrà a New York e ne sono contenta, poi ognuno quando scrive si presenta per quello che è veramente.

16 Ott 2010 | ore 13:12

Il fatto che un'iniziativa sia di successo non implica necessariamente che sia di qualità e che ci sia da esserne orgogliosi.

16 Ott 2010 | ore 13:50

Il fatto che uno senza conoscere New York e Eataly emetta giudizi definitivi mi sembra che deponga male.
Se poi Barilla vuole dire non avere qualità allora siamo nel campo del solito snobbismo da fighetti insopportabili e quindi non capisco cosa ci sia da discutere visto che il mondo, cioè la gente normale, non chi va nei discount, non si nutre di pasta Martelli, Cavaliere o Verrigni ma di Voiello, Barilla o Garofalo, delle paste che costano € 0,77 per 500g e sono coloro che decretano il successo non di un ristorante da 24 coperti ma da un insieme da 2milioni e mezzo di clienti l'anno come Eataly Torino, dove si mangia bene e si paga giusto, e immagino Eataly di New York.

16 Ott 2010 | ore 14:17

Sicuramente il sig.Farinetti ha un intuito per gli affari fuori dal comune (sia che siano elettrodomestici o cacio e pepe), quello che non mi piace non c'entra con Eataly che rappresenta un successo commerciale innegabile, noto però che ultimamente sempre più spesso riescono ad emergere solo iniziative con grandiiiiissimi budget a disposizione, patnership internazionali, interessi comuni enormi, si prendono una fette di mercato grandissima e per i più piccoli anche se il prodotto vale non si riesce ad emergere! troppa ricchezza in mano a pochi! rimane poi la considerazione che il prodotto finale è ben confezionato ma il risultato comunque super Commerciale

16 Ott 2010 | ore 14:37

Vorrei partire dal presupposto che tu abbia realmente qualcosa da dire, per cui ti faccio una richiesta: dillo!
Se scrivi solo 2 righe alla volta è difficile non catalogarti come il solito bastian contrario senza nessuna idea propria che non scaturisca da istinti primari.
Rimango in attesa di maggiori argomentazioni.

16 Ott 2010 | ore 16:16

Non commento su Eataly, ma molti mi sa che non conoscono gli USA.L'ho gia' detto... la pasta Garofalo, Parmigiano Reggiano DOP, Grana Padano, mozzarella di bufala DOP, olio extravergine di oliva toscano IGP e tanti altri prodotti si TROVANO da Costco! Probabilmente molti italiani non hanno idea di cosa si parli quando dico Costco. Come si trovano varie paste italiane e altri prodotti in supermercati tipo Whole Foods e perfino Fred Meyer, QFC, Safeway. La Barilla si compra da Walmart non c'e' bisogno di andare da Eataly. Secondo me molti non hanno idea della penetrazione nel mercato americano di molte ditte alimentari italiane medio-piccole e spesso di alta qualita'. Il mercato americano si raggiunge vendendo tramite supermercati americani diffusi sul territorio. Non metto in dubbio che Eataly sia una gran cosa e un'ottima vetrina per la cucina italiana e alcuni prodotti, ma il grosso del pubblico americano si raggiunge in altro modo anche perche' NYC non sono assolutamente gli USA, sono un'altra cosa che non ha niente a che fare con l'America. Potrei postarvi centinaia di foto di supermercati americani con scaffali pieni di prodotti italiani doc e anche di eccellente qualita'... il problema e' farli comprare agli americani.

16 Ott 2010 | ore 19:30

Pur di fare contento Fabio Spada, scrivo più di due righe stavolta.

1) Non lavorando in questo mondo, posso anche permettermi essere critico nei confronti di Eataly. Mi pare che tanti altri non possano, a giudicare dai vari processi di beatificazione in corso. La sparata dei ragazzi che diventano casari in un mese è stupenda, ad esempio. Tu ci credi? Credi che in un mese si possa prendere un ragazzo e trasformarlo in un grande artigiano? Io credo ci vogliano anni. Ti prego di dirmi cosa pensi di questo.

2) Il made in Eataly nel mondo è un'idea bella, romantica, che fa sempre presa. Bisogna poi vedere in concreto di che si parla.
Tante aziende lavorano già in USA, tanti imprenditori USA importano da anni prodotti made in italy, anche di qualità altissima. Solo che non se li caga nessuno, nessuno propone statue o posti da leader del PD a queste persone. Sembra che tutto questo non sia mai esistito. Ne prendo atto.

3) considerazioni tecnico pratiche:
La barilla che vende Eataly a NY, mi domando, è prodotta negli stabilimenti italiani o in quelli usa?
Perchè se fosse prodotta negli usa con grano non italiano, avrebbe senso parlare di made in italy (come si discute nel caso di quei prodotti di moda prodotti all'estero ed etichettati in italia).
Tu che ne pensi? Basta che il marchio sia italiano per parlare di made in italy o serve anche altro?
Stesso discorso per Moretti, marchio storico italiano di proprietà ormai da 14 anni di una multinazionale Olandese. E sulla qualità dei due prodotti citati non mi esprimo, ma ho le mie idee.
Ecco,io ho come la sensazione che i numeri veri Eataly li faccia su questi prodotti, (lavazza, grana padano, vergnano, barilla, moretti, parmacotto) prodotti che da noi stanno OVUNQUE (ma anche in USA, a quanto leggo da Ansys).

Non c'è nulla di male in tutto questo, sia chiaro, ma non vedo i presupposti per la beatificazione, ecco.

17 Ott 2010 | ore 10:24

La mozzarella fatta ad eataly l'ho assaggiata ed era molto buona, come lo sono tantissime prodotte in italia, onestamente non occorre essere un genio a "farla in diretta", se hai la materia prima buona.
A proposito di grano, ma tu credi che le paste italiane "artigianali" siano fatte totalmente con grano italiano? Ma neanche a pensarci!Sono pochisssssimi i produttori che scrivono sulle confezioni "solo grano italiano". Comunque "la rossa" moretti si produce in italia.
Sui numeri ho la sensazione che sia l'esatto contrario: io ho visto carrelli pieni di "pasta di gragnano", birre artigianali ecc. proprio perchè la barilla ad esempio la trovi quasi ovunque, quella prodotta in loco.

17 Ott 2010 | ore 14:46

Partiamo da una premessa: chiunque avesse avuto un'idea imprenditoriale simile a Eataly la poteva concretizzare investendo dei bei milioni di euro o di dollari.
Nessuno lo ha fatto e quando Eataly ha aperto a Torino ha fatto bingo fatturando il primo anno € 31 milioni e 700mila.
Mica era ed è tutto bello e perfetto ma l'idea in sè di un magazzino col meglio del made in Italy alimentare, ristoranti dove mangiare e banchi dove fare la spesa non c'era a Torino e non c'era a New York, tutto qui.
Che poi ci siano mille catene americane con prodotti italiani, è la scoperta dell'acqua calda, ma una catena italiana con ristoranti italiani e prodotti alimentari italiani tutti sotto uno stesso tetto, a Torino, Bologna, New York, Tokyo e prossimamente a Roma non esisteva prima dell'apertura di Eataly.
Tutto qui e se poi parliamo per l'ennesima volta di Barilla, sia in Italia che negli Usa la pasta è prodotta con grano in prevalenza di importazione, e allora?
Eataly a New York si confronta sul più difficile mercato del mondo, vedremo come andrà a finire, per ora è partita fortissimo senza una riga di pubblicità pagata, e anche questa per New York è una novità.
Farinetti è bravo, furbo e con tanti soldi e ottimi soci e credo che il successo di Eataly faccia bene a tutti, prima di tutto, ovviamente, a Farinetti stesso.
Si chiama capitalismo :-))

17 Ott 2010 | ore 15:00

Non mi mettere in bocca parole o pensieri che non ho detto e non ho.Probabilmente il 70% del grano duro usato in Italia proviene dal Canada e forse e' pure migliore di quello italiano.

17 Ott 2010 | ore 21:53

Io non metto in dubbio che l'operazione Eataly a NYC sia "geniale", ma come esorciccio non vedo i presupposti della beatificazione.Sul fatto che NYC sia il mercato piu' duro del mondo non lo credo... dipende da quello che si vuol vendere e dal target. Se si vuole avere solo una vetrina sul mondo bene, ma avere successo a NYC non vuol dire aver conquistato l'America, che come ho detto e' ben altra cosa. Probabilmente per Eataly sarebbe un mercato piu' difficile il Midwest o il profondo sud, meno la West Coast, ma sicuramente per il tipo di target a cui si rivolge NYC e' il mercato piu' facile... non credo ci sia bisogno di spiegare il perche' anche perche' altrimenti col cavolo che i Bastianich e Batali gli avrebbero dato soldi e know how per aprire lo stesso negozio, che so, a Houston, Atlanta o ad esempio Phoenix.

17 Ott 2010 | ore 22:20

E quindi? ps prova a fare tu quello che ha creato Farinetti e poi ne parliamo .

17 Ott 2010 | ore 22:25

Mi correggo da solo e ti chiedo scusa non avevo visto che il tuo commento era in risposta di esorciccio.

18 Ott 2010 | ore 00:19

Tipo bambini dell'asilo! O tipo elettori PDL (tu critichi berlusconi perchè sei invidioso!).

Niente, ci hanno cambiato il dna.

P.S. se fossi uno sveglio come te, applicherei a noi due il tuo stesso ragionamento. Ti aspetto quando hai finito di sbucciare le patate.

18 Ott 2010 | ore 11:42

bla,bla,bla.......

18 Ott 2010 | ore 12:55

Invece tu a contenuti vai forte.

18 Ott 2010 | ore 19:18

La cosa che mi lascia molto perplesso, è che ad oggi non abbia mai letto o sentito in trasmissioni radio-televisive nient'altro che lodi sperticate su Farinetti da tutti i critici enogastronomici di casa nostra. Che l'uomo sia un gradino sopra Dio oppure anche i giornalisti tengono famiglia!
Ai posteri l'ardua sentenza

19 Ott 2010 | ore 14:33

Ma quando la Ferrari vinceva gran premi e mondiali in serie c'era qualcuno che ne scriveva male?
Ed erano tutti pagati quelli che ne scrivevano bene?
Beh, Eataly fino ad oggi sta inanellando successi, alcuni clamorosi, e quindi le cronache sono molto positive e comunque se c'è un bisogno fisico di leggere critiche basta girare in rete, compreso questo blog, per vedere critiche del tipo, Eataly non vende prodotti di qualità perché vende pasta Barilla e birra Moretti.
Che poi a marzo Eataly apra nel cuore di New York, sulla terrazza dell'ultimo piano dove c'è il negozio, una birrificio artigianale con 250 coperti, una joint venture tra Teo Musso, Leonardo Di Vincenzo e Sam Calagione, il fondatore di Head Craft Brewery, può apparire normale solo a chi non conosce la storia dei birrifici artigianali americani.
E anche a marzo è prevedibile che si leveranno grida di giubilo e articoli elogiativi.
Forse perché c'è di che elogiare?

19 Ott 2010 | ore 15:22

Innanzi tutto grazie della cortesia di avermi dedicato ben più di 2 righe. 
Certo, la partenza non è granché, sostenere che tu sia critico in quanto libero di esprimerti lasciando sottintendere che chi ne parla a favore sia in qualche modo interessato, è il classico colpo sotto la cintura. L’unica risposta degna sarebbe, che tu critichi solo perché rosichi. Ma vado avanti lo stesso perdonandoti la caduta di stile iniziale ;-)
Per quanto riguarda il punto 1, io li ho visti i ragazzi in azione. Innanzi tutto i mesi di apprendistato sono stati 3 ad Andria. Non sono lì per fare i casari, sono lì per completare la fase di preparazione della mozzarella: partono dalla cagliata già preparata e in pubblico fanno solo la filatura e la pezzatura. E’ un lavoro manuale che si può tranquillamente imparare in tre mesi. Ma mentre in pubblico fanno questo, passano la loro giornata a descrivere il processo di lavorazione della mozzarella ai 1000 che ogni giorno si informano. Il tutto ovviamente in inglese e sempre con la massima disponibilità e il sorriso sulla bocca. Sai lì in America ci tengono a queste cose. Ora, sicuramente conoscerai decine di casari disponibili a trasferirsi a New York che hanno la stessa padronanza della lingua ma Farinetti non essendo stato così fortunato ha optato per questa soluzione bis. Non sarà il massimo ma è un buon punto di partenza. PS. La mozzarella è buona e leggermente sciapa anche perché, volutamente, non effettuano salatura.
Punto 2. E chi lo nega che ci siano altri imprenditori che da anni importano prodotti made in Italy. Magari Farinetti ha più conoscenze, magari risulta più simpatico, magari è semplicemente più bravo e ha inventato una cosa migliore. Per me possiamo anche fargliene una colpa. La stessa che però dobbiamo fare, che ne so, anche a Bonci. Sai quanti pizzaioli ci sono stati prima di lui? Sai in quanti sono anche parecchio più simpatici? Eppure la gente adesso parla solo di lui. Magari è più bravo, magari è il suo momento… E’ un mondo crudele, non c’è che dire.
Punto 3. La provenienza della pasta Barilla. Sostieni che se la pasta che la Barilla vende a Eataly è prodotta in america non si possa parlare di made in Italy. Io la risposta non la conosco ma la conseguenza è che siccome gli hamburger italiani di Mac li prepara Cremonini tutta sta levata di scudi contro il colosso americano è inutile. Il Big Mac diventa d’incanto un prodotto italiano.
Credo che già in cento occasioni si sia spiegato che la presenza di marchi più o meno commerciali sia in qualche modo di aiuto all’operazione nel suo insieme. Non comprendo qual è il tuo problema: cosa dovrebbe vendere Eataly per ottenere anche il tuo plauso, non i prodotti che si trovano ovunque, e cosa allora? Solo produzioni riservate a Eataly stesso? Solo piccole produzioni artigianali non presenti in altri supermercati del globo?
I grandi marchi svolgono una funzione precisa e si rivolgono a un particolare target con una conoscenza del prodotto italiano comunque superiore a quello della media americana (e spesso anche italiana), i piccoli marchi interessano a chi vuole andare oltre a chi vuole approfondire, a chi semplicemente vuole curiosare tra le nostre 100.000 produzioni più o meno artigianali.
Tutto fa parte di questa operazione che ovviamente può essere perfettibile come qualsiasi altra.
Nessun processo di beatificazione ma solo la convinzione, da parte di chi lo ha visto, di essere in presenza di una grande operazione commerciale che ha spostato l’asticella della qualità verso l’alto. Non sarà il massimo ancora del possibile, ma sicuramente è quanto di meglio io abbia visto fino ad ora.

19 Ott 2010 | ore 15:34

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