28
Apr 2011
ore 10:13

Meglio le favelas della vita da contadino

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Ho letto una recensione sul Sole24Ore di domenica scorsa che diceva che barboni, poveri e slums sono il segno di prosperità di una città e, in tempi di Kindle e iPad, ho acquistato e scaricato il libro in questione, cosa impensabile fino ad alcuni anni fa.
La tesi mi incuriosiva non poco visto che sono stato da poco a Bangkok - la foto di apertura, che ho fatto a dicembre - e a Mumbai da dove sono tornato molto impressionato.
Già la copertina del libro sconcerta, dice che le città, le grandi città vi fanno più ricchi, più intelligenti, più verdi, più sani e più felici una tesi fuori moda, quasi una provocazione ma non pensiate che sia un abbaglio, in realtà state leggendo null'altro che il sottotilo di Triumph of the City, un saggio economico e politico di 338 pagine di Edward Glaeser, professore di economia all'Università di Harvard e uno dei più importanti studiosi dell'economia delle città.
Ammetterete che in tempi di elogio delle campagne e di fuga dalle città una teoria così contro corrente colpisce l'immaginazione e infatti il libro di Glaeser sostiene delle tesi che sono provocatorie ma molto stimolanti.

Scrive il professor Glaeser : "è naturale che uno abbia il problema della povertà nelle grandi città, ma la soluzione non è che i poveri tornino ai loro campi e villaggi, perché saranno le città e non le campagne che salveranno i paesi in via di sviluppo. La maggior parte delle nazioni più povere soffre di una cattiva qualità dei terreni, che è la ragione per cui sono nazioni povere, per cui è improbabile che si sviluppino nella nuova agricoltura."
Questo è, quindi, un post che propone un libro che contiene delle tesi provocatorie ma che valgono lo sforzo di un ragionamento.

triumph of the city.jpegLe favelas di Rio de Janeiro sono un formicaio perché la vita in una favela è sempre meglio della vita miserabile delle campagne brasiliane del nord est, dice Glaeser.
E ancora, i ghetti americani dell'inizio del Ventesimo secolo, erano pieni di emigranti che fuggivano i pogroms e la povertà e di neri che lasciavano la miseria del lavoro dei campi.
La Manchester del Diciannovesimo secolo è diventata il centro dello sviluppo industriale perché la gente dalle campagne voleva andare nella città a lavorare nelle fabbriche.

Nelle città del Ventesimo e Ventunesimo secolo è più facile salire la scala sociale, la densità urbana facilita i contatti fra chi vende e chi compra lavoro e inoltre la città amplifica i fattori di forza dell'umanità, la creatività, lo spirito imprenditoriale, la voglia di fare.

Insomma, un libro che ribalta l'immagine corrente e indica nelle grandi città come Tokyo, Hong Kong, Singapore, Mumbai, New York il modello di sviluppo che può salvare dalla povertà e facilitare lo sviluppo.
Perché quando noi parliamo delle campagne immaginiamo quelle nostre e non le lande di miseria indiane, della Cina, del Nord Est brasiliano, della Nigeria e il fatto che ancora oggi è meglio vivere nelle disperanti baraccopoli di Rio o Mumbai o Lagos piuttosto che nella miseria delle campagne senza futuro.



commenti 24

Scusate ma NON E' un libro che ribalta un bel niente.

e' un libro che sottolinea che milioni di persone votano 'con le gambe' di cercare una vita migliore in una realta' urbana.

come i messicani che attraversano la frontiera californiana.

non c'e' nulla di provocatorio ne di rivoluzionario, ne parlava gia' Friedman 40 anni fa.

28 Apr 2011 | ore 11:01

spesso si scrive per stupire...vivo in una città "vivibile", firenze, e la trovo sempre più invivibile prezzi multe balzelli parcheggi mobilità, fame, capisco che se non hai soldi non mangi se non alle mense gratuite, non dormi se non nei dormitori; avete presente la vita non dico nei campi, ma nei paesi ? Conosco Tarsia 2000 anime e 1000 passaporti, una continua diaspora dalla calabria in tutto il mondo, bene o male mangiano tutti e non ci sono mense gratuite, in città si mangia solo quello prodotto nei campi e il denaro non sempre è sufficiente ad acquistare il meglio...

28 Apr 2011 | ore 11:13

La tesi è interessante, e mi spinge subito a fare un parallelo con il nostro paese. Vivo a Fondi, cittadina (tristemente) nota ultimamente a causa del suo centro economico più importante quale è il mercato ortofrutticolo.
E' un paese che da sempre -oltre al commercio- possiede una vocazione agricola ben strutturata. Molte persone hanno effettivamente fatto alcuni decenni fa il grande passo: lasciare lavori ed impieghi nelle città più vicine (Latina e/o Roma) per dedicarsi anima e corpo alla coltivazione delle terre dei loro genitori. Da alcuni anni però, molti ce la fanno appena a sopravvivere con i loro prodotti, che vendono regolarmente nel mercato ortofrutticolo. Qualche giorno fa parlavo con un mio amico che, nonostante una laurea in matematica, ha deciso dieci anni fa di lasciare la grande città per l'agricoltura. "Quest'anno con le fragole è stato un disastro, non ci paghiamo nemmeno le spese. Le grandi distribuzioni, che fanno i prezzi, le vendono al pubblico a poco più di 1 euro e 50 per 500 grammi.." Non ho osato chiedere altro..
Per tornare in tema, ho l'impressione che anche da noi riprenderà lo svuotamento delle campagne, in favore però di una destinazione all'estero, visto che nelle grandi città italiane non è che la situazione sia migliore.
Scusate ma stamane sono più pessimista del solito...

28 Apr 2011 | ore 11:13

Il ritorno in campagna tanto di moda da noi, è un ritorno, passatemi il termine, da fighetti, che si fanno l'orto a km zero (niente di male, anzi!), ma non è proprio un ritorno alla campagna per fare i contadini.
I poveri lasciano le campagne da sempre per trovare lavoro e avere speranze di crescita in città.
Non trovo così tanto di provocatorio in questo volume!

28 Apr 2011 | ore 11:14

scusate ma dove sta la provocazione? sono le teorie della sociologia del boom, dell'urbanizzazione italiana. Chi critica il modello, critica appunto l'insieme. Cioè l'idea della cultura occidentale dell'urbanizzazione, legata alla concentrazione delle industrie, appunto... Problema è che nel moderno occidente le industrie quasi non esistono più e non ci sarebbe bisogno di vivere spalla a spalla a costi inumani. Quello che dicono in molti e che si augurano è un superamento della forma occidental/industriale, per trovare una forma più consona al nuovo millennio... Giusto o sbagliato? Non so, io non sono un fautore di un nuovo primitivismo, il buon selvaggio o le idee di Bianchi non mi convincono pienamente... certo che quando leggo le parole di Olmi sull'intervista di ieri a Repubblica, nella loro lucidità affilata, o le considerazioni di Baumann molte domante me le pongo. E' indubbio che nel mondo contadino la povertà esistesse ma era una povertà meno dissociata e asociale di quella delle nostre città. come è altrettanto fuori di dubbio che è più difficile essere poveri a Roma, con le case a 15.000 € mq e la carne a 34, che a Francavilla al Mare...
Ciao A

28 Apr 2011 | ore 11:36

A mio avviso, è il parallelo con la nostra esperienza a non esser praticabile e, anzi, a condurre fuori strada. Come ben evidenziava Stefano nel post, quando pensiamo alle campagne noi immaginiamo le nostre e non le lande di miseria indiane, della Cina o del Nord Est Brasiliano...Il "Sogno Europeo" di Jeremy Rifkin ha ancora una tangibile e significativa forza. Ma, d'altra parte, e persino qui da noi, oggi, nella giornata in cui la Corte di Giustizia esprime tutto il suo reciso spirito garantista nel valorizzare gli elementi di tutela dei diritti fondamentali presenti nella direttiva rimpatri e brilla nella protezione degli ultimi della terra imponendo ai giudici di disapplicare la orribile Bossi-Fini - una pagina davvero importante nell'Europa dei diritti -, restano attuali le emblematiche parole di accoglienza di una città come New YYork, scritte da Emma Lazarus, giovane poetessa americana dell'Ottocento, incise sulla targa posta a base della Statua della Libertà: " Datemi le vostre stanche, povere/accalcate masse anelanti d'un libero respiro/ i miseri rifiuti delle vostre sponde brulicanti/ Mandateli a me i senza tetto, sballottati dalle tempeste./ Io levo la fiaccola presso la soglia d'oro.

28 Apr 2011 | ore 12:17

Bello Ermanno Olmi, a volte interessante Carlo Petrini ma a me questa santificazione delle campagne e del mestiere del contadino non convince.
Penso che nel XXI secolo tutto stia procedendo in modi diversi anche solo rispetto a 50 anni fa.
Quando si discute di cibo, per esempio, mi trovo di fronte i nostalgici della vecchia cucina - quanto era buona, sana, migliore - e ho l'età per ricordare le trattorie anni '50 col ragù che non si buttava via, si faceva il lunedì e durava fino a che non era finito, e quindi diventava ogni giorno più piccante per nascondere l'acidità crescente e non voglio pensare a quanti anni di vita mi ha tolto quel mangiare e quel bere che non era più genuino perché il vino aveva dentro di tutto e formaggi e carne venivano lavorati in condizioni pericolose, e vi sto parlando solo degli anni Cinquanta, il dopo guerra, quando l'Italia era povera e c'era ancora la fame, l'alluvione del Polesine, le langhe dei poveri mica del Barolo e di Farinetti.
Immaginate cosa doveva essere la campagna cinese, quella indiana o nigeriana.
Qui mica si sta facendo l'elogio delle favelas ma certo nelle città regione i disperati trovano servizi che nelle campagne non avranno mai ovvero, come a Tokyo, la grande città diventa incubatore di mille intelligenze.
E comunque se il libro verrà tradotto sarà una buona base di discussione ma eviterei di dire che queste tesi sono simili a quelle della scuola liberista di Chicago.
Noi italiani, ancora una volta, siamo privilegiati, abbiamo le città medioevali, a misura d'uomo, le campagne che hanno smesso di conoscere la parola fame, pellagra, morti per parto alla fine degli anni Cinquanta.
Qui si parla di Lagos, Bombay, Hong Kong, Shangai ma anche Los Angeles e del fatto che milioni di messicani rischino la vita per passare il confine e perché no, si parla di chi rischia ogni giorno la vita per arrivare a Lampedusa e fuggire dalla disperazione, verso il nord del mondo e poi finisce a Literno.

28 Apr 2011 | ore 13:31

Certo che si parla di questo, è chiarissimo. Perché stiamo ancora tutti dentro un orizzonte novecentista occidentale. E ancora più questi paesi che spingono per guadagnarsi il loro pezzetto di paradiso. Siamo fortunati? Boh, mica lo so... Avete idea quanto costi vivere a Roma? Immagino di si, e avete idea cosa significhi viverci senza gli adeguati mezzi? Quello su cui ci si interroga da più parti non Su un retorico ritorno all'antico, ad una arcadia contadina felice, peraltro inesistente... Quello non convince nessuno. Ma credo, come Baumann, che la cifra della contemporaneità sia superare le ottiche fordiste (visto che l'industria quasi non esiste più) e cercare un nuovo equilibrio, una nuova cifra contemporanea. Perché i barconi di Lampedusa, come le file di pensionati alla Caritas di s. Francesco a sales... ci dimostrano che non funzionano più
Ciao A

28 Apr 2011 | ore 14:07

la bossi-fini è effettivamente orribile,è troppo permissiva.
Quando avrà finito, insieme con l'europa disunita, di distruggere la società mi avverta....
Citare la poetessa dell'800 è fuori dal tempo....è successo qualcosa negli ultimi due secoli....
Ah dimenticavo....mai una volta che sento parlare le persone come lei di DOVERI...sempre e solo DIRITTI.....complimenti.

28 Apr 2011 | ore 14:37

Invece di fare tanti voli pindarici perchè non decidiamo,una volta per tutte , di non SFRUTTARE queste popolazioni e di aiutarle a fuggire dalla disperazione nella terra natia?

28 Apr 2011 | ore 14:45

La cosa che a me fa pensare è che, nemmeno volendo, i 7 miliardi che siamo potremo, a breve, avere vite comparabili. Le disparità sono talmente sproporzionate, in reddito, risorse, speranza di vita che se con la bacchetta magica si annullassero tali disparità occorrerebbero tre o quattro pianeti per dare da vivere a tutti. Se si allineassero le condizioni di vita almeno a quelle medie di noi europei. Se poi oltre ad allinearci immaginassimo anche una crescita di qualche punto percentuale, ci servirebbe qualche pianeta aggiuntivo. Certo, se si invertissero le desertificazioni, se l'energia diventasse quasi gratis, se con ogm e un'altra rivoluzione verde ci fosse cibo per tutti, e acqua, e non ci fosse inquinamento la vita sarebbe certo più confortevole ma a breve cosa aspettarsi?

Il libro cosa suggerisce?

Almeno spero di allargare l'orizzonte oltre il nostro piccolo cortile e pensare un pò più in là dell'oggi.

28 Apr 2011 | ore 14:53

Nulla in contrario, anzi, ma credo proprio che nei conti del primo mondo ricco questa ipotesi non sia contemplata, altrimenti come si farebbe a vivere bene come abbiamo vissuto qui in Europa negli ultimi due secoli?

28 Apr 2011 | ore 14:53

Giusto il richiamo ai doveri, troppo spesso trascurati...rispettare la legge anche quando non ci fa comodo o nessuno ci vede, pagare le tasse senza evaderle, assumere dipendenti con procedura conforme alla normativa in vigore, osservare scrupolosamente il codice della strada, intestarsi ogni proprietà senza ricorrere a cavilli, costruire in conformità ai piani regolatori urbani, non prestarsi a logiche e comportamenti clientelari...sono certa che lei sia un cittadino esemplare, complimenti. Altrimenti avrebbe fatto meglio a tacere.

28 Apr 2011 | ore 14:58

Per capire che cosa era la vita in certe aree rurali e montane italiane (in questo caso piemontesi)nella prima metà del secolo scorso e capire anche come mangiavano (male), si può/deve leggere "L'anello debole" di Nuto Revelli, editore Einaudi.

28 Apr 2011 | ore 17:06

Lapsus tragico. "L'anello forte. La donna: storie di vita contadina", 1985. L'editore, sì, quello era giusto...

28 Apr 2011 | ore 17:21

Questo è quanto sostiene anche uno dei padri dell'ambientalismo: Stewart Brand (guardate questa sua stimolante TED lecture http://www.ted.com/talks/lang/eng/stewart_brand_proclaims_4_environmental_heresies.html )

P.S. se non conoscete le TED lectures state attenti che sono come una droga :) quando le ho scoperte ho passato ore e ore la sera a guardarle

28 Apr 2011 | ore 21:14

Credo che comprerò questo libro perché l'argomento mi affascina.
Certo Glaeser non propone un concetto nuovo: già Jane Jacobs aveva parlato delle città come incubatrici di progresso culturale e tecnico.
Vorrei suggerire un'altra lettura molto controversa, ma proprio per questo importante, secondo me: The Rational Optimist di Matt Ridley, che ribalta l'approccio pessimista e passatista di chi loda il bel tempo antico e deplora l'orribile mondo di oggi per raccontare quanto stiamo meglio oggi che in passato, documentando con cura le sue affermazioni.

28 Apr 2011 | ore 22:28

Ottima segnalazione. Quello che e' nuovo in Glaeser e' il'argomentazione chiara del valore economico della densita'. Questo lo distingue per esempio dalla citata Jane Jacobs - Glaeser e' contrario ai 'neighborhoods' su piccola scala, sia pure ad uso misto, promossi dalla Jacobs. Il problema della scala piccola e' che consuma spazio 'orizzontalmente' in maniera inefficiente (it builds OUT invece di UP), senza raggiungere i livelli di densita' che promuovono la crescita e lo sviluppo del capitale umano.
Glaeser e' un economista molto brillante che nei suoi articoli scientifici usa metodologie e dati corretti per spiegare fenomeni limitati e specifici, da scienziato appunto.
Il problema quando si fa divulgazione e si cerca il grande pubblico e' che fa molto piu' presa sostenere tesi estreme e universali invece che piene di se e di ma e delle necessarie cautele e sfumature. Uno si deve fare un'opinione ragionata o guardando alle fonti scientifiche primarie (il che pero' richiede una preparazione tecnica specifica), o cercando di fare una summa della varie posizioni estreme.
Sull'argomento centrale di Glaeser, comunque, per me non ci piove - al momento si idealizza alquanto 'la campagna' e si sottovalutano enormememente i costi dello sviluppo suburbano esteso: come dice Glaeser, se si ama la natura, bisogna ritirarsi dalla natura.

29 Apr 2011 | ore 11:52

E' bello vedere che in un blog si discute anche di temi così densi e fa piacere leggere interventi intelligenti come questo.

29 Apr 2011 | ore 14:15

Sarà. Oggi ho ascoltato un reportage di Radio France International dedicato alla Sierra Leone: migliaia e migliaia di ettari di terra sono dati in concessione a prezzi convenientissimi alle multinazionali le quali li utilizzano per cercare diamanti e coltivare canna da zucchero da cui ricavere etanolo necessario ad accendere i motori delle macchine. Prima erano cotivati in maniera efficiente dai contadini i quali ricavavano di che vivere dignitosamente. Ora dove vanno? Nelle grandi città. Vivranno meglio? Lecito nutrire qualche dubbio. Tesi provocatorie ma suonano molto furbe, utili per vendere e conquistarsi un posto al sole.

29 Apr 2011 | ore 15:58

A chi poteva crollare il mito di una campagna bucolica, prospera e paradisiaca?
Si migra da sempre dalle campagne (ma più che campagne qui si tratta proprio di deserti) alle grandi metropoli non certo perché convinti della bontà di un modello di sviluppo, ma solo perché attratti dalla speranza di sopravvivere alla fame racimolando le briciole, costretti a rovistare nei rifiuti prodotti dalla loro prosperità. Ci si riesce, si creano degli enormi slums alla periferia, ma anche due modi completamente differenti di godere e partecipare di questa ricchezza, forse non invidiabili nessuno dei due, ma sicuramente uno più vivibile o più umano dell’altro. E soprattutto due mondi tragicamente separati da una barriera difficilmente superabile (chi arriva povero sospetto non diventerà certo manager tra un anno, né nell’arco di una generazione. A meno di non voler considerare il costo umano di questa faccenda, e di voler per forza sostituire una favola con un’altra).
Se si vedono i fenomeni sociali solo come segni, come direzioni, allora forse si può fare anche un elogio dell’esistente e finirla lì: un modello unico che crea una gigantesca sotto-umanità non può piacere, né essere considerato fonte di futura prosperità (a meno di non dover dare all’idea di prosperità confini sempre più ristretti, rispetto a chi resta fuori). Mi chiederei anche dov’è finito tutto quello sforzo per pensare l’alternativo, il diverso: ma non il bucolico della campagna, né la piccola comunità anarcoide o un regno di pura fantasia.
Quello che ripensava, per esempio, le periferie come al contempo autonome e relazionate (qualcosa di molto simile a ciò che accade con le reti di comunicazione), visto che il problema, la contraddizione tende a coinvolgere il centro del sistema proprio a partire da queste frontiere; e visto che proprio il centro è in discussione (e se non può più considerarsi unico, probabilmente anche i suoi modelli possono essere differenti).

30 Apr 2011 | ore 12:34

secondo il nostro modello di sviluppo l'incremento della produzione agricola e la forza lavoro liberata dalla maggiore organizzazione delle campagne ha portato gli investimenti e la mano d'opera per cominciare la rivoluzione industriale, in seguito poi all'eta' della tecnica nasce la societa' dei servizi che cosi' puo' tornare alle campagne con il valore aggiunto del processo nei prodotti della camapgna stessa. oggi ci sono societa'all'inizio della rivoluzione agricola che si devono gia' confrontare con la societa' tecnologica e da qui il disavanzo di uno sviluppo sociale coerente. Noi possiamo tornare, ed anzi dobbiamo tornare alle campagne, per proseguire coerentemente sul nostro modello di sviluppo. altre societa' si trovano nello stallo dove i servizi alla campagna non sono sviluppati tanto da consetire a chi di agricultura vive di poter, con i loro profitti, accedere ai beni prodotti dalla tecnica.
In Sud Africa dove vivo per esempio una tonnellata di mais costa intorno ai 10 euro a prezzo sorgente. il processo poi porta un kg di farina indietro ai contadini costare un euro al kg.
Quante persone possiamo quindi aiutare con una tonnellata di mais? dico una banalita' ma la fame e la poverta'e' un risultato di sistema non di carenza di risorse. Io credo che la soluzione algi slum ( e credetemi ci passo ogni sera andando a casa)sia la piccola proprieta' terriera diverficata e l'organizzazione di grandi consorzi ( pubblici o privati che siano) per sostenere le singole entita'. Ovviamente c'e' anche un discorso culturale importante da fare (chi vive oggi sotto $1 dollaro al giorno ne spende la meta' per acquistare zucchero con un moltiplicatore 1/1000 sul prezzo di produzione).

02 Mag 2011 | ore 17:09

Non sono affatto d'accordo con le tesi di Glaeser: sarà che la campagna italiana non è come quella brasiliana, ma nemmeno la periferia italiana somiglia minimamente a quella brasiliana...
Non ho letto il libro, ma mi sono soffermato sui "3 comandamenti" di cui si parla in un articolo del Sole 24 ore: Glaeser ha punti di vista sconcertanti! Mi sa che è il classico americano affetto da manie di gigantismo...

10 Mag 2011 | ore 18:14

Sì sì.... tutto molto interessante, ma manca una risposta:
se tutti andiamo in città chi produce il cibo?
Si parla di terre poco produttive, ma forse bisognerebbe cambiare il modo in cui viene affrontata la questione, forse sono terre inadatte all'allevamento dei bovini (per gli hamburger)e forse non sono adatte per produrre banane o ananas da esportare (e che arricchiscono solo le multinazionali), ma probabilmente potrebbero produrre altro cibo (mi risulta che le popolazioni del posto bene o male si cibassero anche prima dell'arrivo di bigMac).Probabilmente se i contadini venissero ripagati adeguatamente non ci sarebbe la necessità di abbandonare le campagne per andare a fare la fame in città.

18 Giu 2011 | ore 11:17

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