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Dic 2011
ore 11:17

Australia, i nuovi emigranti italiani

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Sydney.jpg

Leggete bene questa sigla, working holiday visa, e se avete tra i 18 e i 30 anni o, molto più semplicemente, se avete dei parenti, dei figli di questa età pensateci bene, questo è un modo intelligente per andare in Australia e viverci un anno senza tante formalità burocratiche.
Fuga dei cervelli?
No, fuga dall'Italia dove per un giovane non c'è futuro.
Se poi siete cuochi o sognate questo lavoro ecco un'occasione in più perché la gastronomia di qualità sta conoscendo un vero boom tra Sydney, Melbourne ma anche Brisbane o Cairns, e il made in Italy gastronomico è molto apprezzato oltre che fare punteggio nella corsa al visto permanente perché la professione chef vale 60 punti.
L'Espresso in edicola ci fa la copertina col titolo "Sognando Australia" e dà le cifre, 50mila emigranti italiani nel 2010, circa 60mila se non di più nel 2011.
E non sono gli emigranti di un tempo ma giovani laureati che accettano piccoli lavori in bar, ristoranti, aziende agricole per fare un'esperienza ma anche per cercare di ottenere poi un visto permanente.
Non è un paradiso, sia chiaro, ma l'Australia è quanto di più distante ci sia dall'Italia sia come miglia da volare per raggiungerla, che per burocrazia snella e disponibile che per la qualità della vita.
Ci sono stato molte volte e l'ho girata dal nord a sud, un paese dalle dimensioni di un continente, i climi più diversi, una bellezza della natura incontaminata che toglie il fiato e una città tra le più belle e vivibili del mondo, Sydney.



Foto S. Bonilli

commenti 37

caro direttore, ti leggo sempre e non commento mai. Questa volta lo faccio per dirti: bravo! Messaggio bellissimo per i nostri ragazzi! uscite fuori, spendetevi la cultura, la sensibilita' al bello e al buono che nascere in italia vi ha regalato. Vendetelo e condividetelo meglio che potete dove possono ancora apprezzarlo. E tornate in italia tra qualche anno, magari con qualche soldino, che ci sara' un paese da ricostruire. IMHO ovviamente

16 Dic 2011 | ore 12:29

Io sono qui da febbraio dell'anno scorso e spero di ottenere la benedetta residenza permanente fra un paio di anni... Qui a Perth si sta benone, qualità della vita ottima. E speriamo di fare il cuoco a domicilio. ;-)
Per chi volesse info questo è il mio blog: australici.blogspot.com.

16 Dic 2011 | ore 13:01

Una volta si andava in America, oggi molte ore di volo più in là, sempre più lontani dalla vecchia e stanca Europa.

16 Dic 2011 | ore 15:43

Si vede che i suoi lettori sono tutti molto sopra la fascia 18-30 anni perché a nessuno è interessato questo post.

16 Dic 2011 | ore 17:48

E' proprio vero, si mangia da Dio a Sidney, e tutto il paese e' di una bellezza sconvolgente.

In bocca al lupo a Nicodemo per il visto!

16 Dic 2011 | ore 19:34

Quoto tutto tranne l'ultima parte. Perché tornare poi?
Per ricostruire? Se uno ha l'esprit per partire lo faccia fino in fondo, non da nostalgico.

16 Dic 2011 | ore 23:40

Tornare o non tornare non e',a mio avviso, il punto. Intanto partire e dare il massimo. Poi se l'Italia del futuro sara' in grado di richiamare indietro qualche talento....

17 Dic 2011 | ore 00:27

Questa è una notizia che giro immediatamente ai miei alunni, ultimo anno di scuola alberghiera: chi ha voglia di lavorare è bene che parta, lo sto dicendo da tempo, spero che lo capiscano. Poi se torneranno o meno dipende da ciascuno di loro: l'esperienza accumulata però resterà per sempre!

17 Dic 2011 | ore 13:01

Agronomo under 30
Molto interessato !

17 Dic 2011 | ore 13:12

peccato che ciò che si legge negli articoli non corrisponde alla realtà...
quanti specchi per le allodole..

18 Dic 2011 | ore 08:58

in un momento di crisi nera, incentivare i giovani ad emigrare non mi sembra il massimo della genialità

19 Dic 2011 | ore 09:37

Cosa c'entra il genio in questo momento? Si parla di lavori che DA SEMPRE, impongono un'esperienza all'estero se si è interessati a migliorare, e se una volta era solo Francia oggi ci sono gli STates ed anche l'AUstralia.Cosa devono fare i giovani, stare a raccattare briciole in Italia?

19 Dic 2011 | ore 11:22

meglio essere informati che no!!! poi ognuno valuta

19 Dic 2011 | ore 11:41

Da giovane posso dirvi che adesso si sente parlare spesso fra noi dell'Australia, ma bisogna vedere quanto è presa sul serio e quanto invece è moda.
Purtroppo fino a quando l'Europa non si strapperà di dosso la morsa degli assetti politico-finanziari attualmente consolidati, non potrà tornare ad essere la culla della cultura e dell'innovazione, il cuore del mondo che era un tempo.

19 Dic 2011 | ore 14:22

Buongiorno Direttore,
la risposta alla mia domanda rischia di essere banale,ma correrò il rischio dato il mio interessamento ;-);accedendo(grazie al suo collegamento)al sito de L'Espresso,al di sotto della miniatura della copertina vi è riportato: "numero 51 anno 2010".Non essendo ancora andato in edicola,mi chiedevo se Lei faccia riferimento al numero reperibile attualmente o si tratti di una vecchia edizione ormai introvabile in edicola,per favore.Grazie
Colgo l'occasione per augurarLe buone feste.
Cordiali Saluti.
Alberto

19 Dic 2011 | ore 14:24

Numero 51 anno 2011 avrebbero dovuto scrivere perché è proprio il numero in edicola da venerdì 16 dicembre.

19 Dic 2011 | ore 15:39

Resta da chiarire però l'equivoco sul fatto che il neolaureato che fa il cameriere in nero o raccoglie la frutta in Australia a 10$ all'ora vive un sogno, mentre se lo fa in Italia è un precario sfruttato.

Poi se non si è capaci di far nulla sarà comunque difficile restare; se siete infermieri vi danno il visto domani mattina...ma a pensarci bene quanti infermieri italiani ci sono senza lavoro?


20 Dic 2011 | ore 14:09

solo in australia si lavora mentre in italia si raccattano briciole? se vogliamo ragionare per luoghi comuni allora ok, l'erba del vicino è sempre più vedere, non ci sono più le mezze stagioni e all'estero si vive meglio.
non metto in dubbio che l'esperienza all'estero sia importante - come tutte le esperienze d'altronde - ma il messaggio per cui è indispensabile farlo lo trovo un pò esasperato.
inoltre le persone che incentivano i giovani ad andare all'estero sono spesso le stesse che si lamentano della fuga dei cervelli dall'italia.
credo che sarebbe più opportuno risolvere i nostri problemi e capire perchè un giovane se ne deve andare e cosa fare per impedirlo, piuttosto che incentivarlo.
questioni di punti di vista.
certo però che se in un momento di crisi tutti i talenti emigrassero, il paese di certo non ne gioverebbe. di questo bisogna prenderne atto.

20 Dic 2011 | ore 16:30

seppur non rinneghi la mia esperienza all'estero, mi chiedo: perchè il benzinaio in italia non lo fa nessuno mentre farlo a Sydney è l'esperienza "più fashion" del mondo??

ok per l'esperienza formativa ma poi si ritorna, i problemi non si risolvono scappando via!

20 Dic 2011 | ore 17:55

Chiariamoci, onde evitare malintesi. L'esperienza all'estero la ritengo formativa per più motivi: fare il benzinaio in Australia non è realizzarsi, è cercare di capire da vicino una realtà diversa dalla propria. Nessuno ha detto che si DEVE rimanere: al contrario, si ritorna arricchiti e in grado di superare meglio i problemi che ci si pone. Non si parlava fino a poco tempo fa di "bamboccioni"?Vogliamo criticare chi prova ad andare all'estero per evitare di diventarlo?

20 Dic 2011 | ore 20:47

Nel mio lavoro, la ricerca, l'esperienza internazionale è spesso fondamentale e fa la differenza. Il problema vero non è la fuga dei nostri cervelli ma il fatto che non riusciamo ad attrarre i giovani dei paesi emergenti con proproste allettanti almno come quelle di altri pasi europei. Abbiamo un sistema ingessato dalla gerontocrazia e dalla burocrazia che sono due delle malattie più gravi di questo paese.

20 Dic 2011 | ore 21:35

Gianluca e Michela Muratori, nessuno è costretto a fare nulla, restare in Italia per un giovane? Certamente però alle condizioni che tutti possiamo toccare con mano. Andare in Australia? e se fosse la chiave di svolta della vostra vita? Personalmente ho sempre preferito vivere di rimorsi che di ripianti e in tanti anni ho viaggiato quanto basta ma non ne sono stanco. Ragazzi non do consigli, ma come esercita il notaio constato; avete la vs vita nelle vs mani non sprecatela ma vivetela con gioia e voglia di fare per voi e per gli altri ma siate costruttivi i luoghi comuni non aiutano, vi auguro buona strada percorretela senza paura ma con volontà e determinazione.

21 Dic 2011 | ore 07:50

il fatto è che se vai in australia devi avere un progetto. o vai perchè vuoi costruire qualcosa là oppure vai a fare esperienza come chef o come qualcosa che c'entra con il tuo lavoro, per poi tornare con più esperienza e con un curriculum più prestigioso.
ma quelli che vanno a fare il benzinaio o a raccogliere la frutta in australia, come va molto di moda ora tra i giovani, quando tornano qui saranno al punto di prima, anzi peggio perchè gli altri intanto sono andati avanti.
questo andrebbe spiegato bene ai giovani, per correttezza.
ovviamente è solo il mio punto di vista, senza la supponenza di essere vero per tutti. ma conosco molta gente che è andata a "divertirsi" in australia facendo lavoretti improvvisati e poi sono tornati qui dopo 1 anno o 2 completamente spaesati, senza sapere più cosa fare.
va bene l'esperienza all'estero ma ci dev'essere un filo conduttore altrimenti è solo un modo per scappare e rinviare i problemi, questo volevo dire.

21 Dic 2011 | ore 09:44

Gianluca non son del tutto d'accordo, giustissimo partire ma ho fatto per due anni la barista a Londra a 18 anni (inframezzati da due mesi di esperienza come 'shampista') e a parte imparare a fare cappuccinos è stata la parte della mia vita che più di tutte mi ha aiutato a "sbamboccionarmi" ed aprire la mente in maniera assoluta! Intendo l'esperienza all'estero così, poi si torna e si costruisce a casa. Ovvio che a vent'anni si parte con il disprezzo totale per l'Italia e la voglia di non tornare più, ma poi immancabilmente si torna...perchè la pasta asciutta della mamma non la trovi neanche in australia e qui si sta meglio!

21 Dic 2011 | ore 10:46

per "sbanbocciarsi" non è indispensabile andare all'estero, basterebbe andar via da casa dei genitori.
comunque sono d'accordo su quello che dici ma solo se parliamo di 18 anni, per uno che parte a 28 anni è già diverso, perchè se non costruisci qualcosa, perdi anni importanti....

21 Dic 2011 | ore 11:18

buon giorno,purtroppo sono già aver 30..se no ci avrei fatto un serio pensiero sopra...concordo però con gianluca...si parte con un progetto se no si buttan via anni preziosi.

21 Dic 2011 | ore 11:56

SInceramente anche se uno partisse a 30 anni, magari in italia è senza lavoro o precario lavorando 6 mesi l'anno, va in australia un anno e quando torna non ha perso nulla tanto si rimette ha fare quello che facceva prima, con la differenza di avere imparato un pò la lingua che puo tornare sempre utile.

21 Dic 2011 | ore 22:41

Oggi l'Italia è un paese dove arrivano gli immigrati, difficilmente i giovani italiani si spostano al Nord quando ti offrono un lavoro e ne conosco parecchi che in questi giorni hanno rifiutato un lavoro sicuro simile a quello che stavano facendo. Conosco anche altri non più giovani che hanno perso il lavoro è sono andati in Canada e Australia dai parenti a lavorare, con grandi sacrifici ma costretti per mantenere la famiglia. I giovani preferiscono rincorrere il sogno a casa coccolati dalla famiglia. Come si fa a condannarli....

22 Dic 2011 | ore 05:14

Ragazzi over o under 30, mio figlio è da quasi due anni in Australia, ha fatto 3 mesi di working holiday, e guadagnava di più che lavorare come laureato a Milano, ora ha trovato uno sponsor e se tutto va bene ha altri due anni di lavoro.....glielo auguro. Ve lo ripeto ragazzi crede in voi stessi i soldi in OZ si guadagnano e ve lo garantisco non vi sfruttano come nei luoghi natii. Sembrate spaventati indecisi; lontani da casa si matura si migliora si conoscono persone che in certi casi vi aiutano vi migliorano! Cosa sono tutte queste sciocchezze dietro cui sembra vi piaccia nascondervi. Come credete abbiano fatto a realizzarsi tutte quelle persone se non hanno raccolto le sfide della vita. A casa vostra non vi viene a cercare nessuno a meno che non siate raccomandati, ma se muovete quel sederino e andate in cerca troverete..... anche molto di più di quanto la vostra fantasia possa immaginare.....ragazzi scrollatevi da quella inedia e pigrizia che vi circonda vivete la vita anche perchè quando è passata diventa tutto difficile ed aumentano le problematiche.Da vecchi vi resterà solo la miseria e la carità.... meditate giovani il mondo è vostro.

22 Dic 2011 | ore 18:29

"Da vecchi vi resterà solo la miseria e la carità"
se vai in giro per il mondo a raccogliere la frutta sicuramente, se costruisci una famiglia qui magari anche no.
nella vita non ci si realizza solo lavorando....

23 Dic 2011 | ore 09:46

Caro Gianluca,in giro per il mondo non c'è solo raccogliere frutta ma scusami l'euforisma un mondo di opportunità basta volerle e/o cercarle. La famiglia la puoi costruire dove trovi la persona giusta e questa potrebbe anche essere a 10.000 km di distanza. Nella vita ci vuole anche un lavoro per realizzarsi e ti dico di più : un lavoro che soddisfi che piaccia e che sia economicamente interessante perchè non viviamo di solo pane . Se non ti interessano i soldi e posso capirti quante ONG ci sono nel mondo pronte per darti un lavoro. Comunque sia chiaro non è mia intenzione di convincere nessuno; nella vita facciamo delle scelte e poi solo poi si saprà se le abbiamo fatte giuste oppure ci siamo accontentati di sopravvivere e/o vivacchiare per tutta la ns vita.......altro secondo me non c'è!!!!!

25 Dic 2011 | ore 09:10

buon natale a tutti
in cina c'è la dittatura, in brasile ti ammazzano se non sai come muoverti e in india è una democrazia apparente.
in america si sa come sono messi-leggetevi rampini- e l'europa è ok per arte,cultura e architettura e altro ma come diceva barnett newmann la bellezza di un luogo vergine senza un senso, vuoto dove si possono percorrere centinaia di chilometri senza la minima traccia di un'opera architettonica ha un suo valore e fascino .

l'australia non è affascinante solo perché è cool ma per tanti motivi

http://robertovannini.nova100.ilsole24ore.com/2008/04/2020-australia.html

http://www.australia2020.gov.au/response/index.cfm

poi esiste la facoltà di scegliere per fortuna :-)

25 Dic 2011 | ore 10:47

puoi costruire una famiglia a 10mila km di distanza? bhe' si, devi prima abbandonare quella che hai qui.
se sei disposto a farlo.....se solo questo significa realizzarsi.....
questione appunto di punti di vista.

26 Dic 2011 | ore 08:19

Bel post, complimenti

23 Gen 2012 | ore 17:43

non hai capito nulla dalla vita..tu sei il classico nazionalista che nn si muove dall'italia nemmeno a pagarlo..sai la differenza tra raccogliere frutta a 40°e te?che loro possono ritenersi persone con i cosiddetti contributi e che soli si sono formati..al contrario di te che rimani a casa con mammina che ti prepara la colazione e ti rifà il letto....e sicuramente sei anche sfigato

10 Feb 2012 | ore 18:24

CIAO A TUTTI.
HO 42 ANNI E NON SONO UN TIPO DA WHV, PERò HO AMICI CHE SONO OGGI IN AUSTRALIA CON IL WHV, COSA POSSO DIRE A TUTTI QUELLI CHE DICONO......
....MA IN ITALIA NON LO FANNO, MA PERCHè RACCOGLIERE FRUTTA IN AUSTRALIA è COOL IN ITALIA è OUT..ETC.ETC.
PERCHè (io parlo del sud italia ma tutto il mondo è paese) UN RAGAZZO SE LAVORA IN UN BAR O PIZZERIA PER 8 - 12 ORE NON PRENDE NEMMENO 250-300 € A SETTIMANA (7 GIORNI)A NERO, STESSA COSA BENZINAIO O EDILIZIA.
IN AUSTRALIA PER 5 ORE PER 5 GIORNI A FARE IL LAVAPIATTI O CAMERIERE (ovvero i lavori più bassi, lavoro che trovi in un giorno) PRENDI 400AUS$ PARI A 360 € A SETTIMANA CON UNA VITA CHE COSTA DI MENO, PICCOLO PARTICOLARE CON CONTRIBUTI VERSATI.
MA LA COSA CHE I NEGATIVI NON GUARDANO è LA CONTINUITà, OVVERO SE VAI VIA DA UN LAVORO NELLE SUCCESIVE 24-48 ORE NE HAI TROVATO UN'ALTRO...cosa che devi con un WHV...O ANCHE SE CAMBIA CITTà.
NON è ORO MA DI SICURO NON è MERDA

28 Mar 2012 | ore 17:25


Dott. Marcelo Fagioli

Ricordi di un emigrato

dei nostri tempi

Introduzione

Dott.ssa. Maria Cristina Ruffini in Lasagna

Consigliere dell’Emigrazione della Regione Marche

Portavoce del Forum delle Donne Marchigiane in Argentina

I brevi racconti che formano questo libro sono una sorta di pretesto di un emigrato

italiano in Sud America, l’occasione per pensar-si o, per meglio dire, scriver-

si, in vecchiaia.

L’autore forse per molti è uno sconosciuto che vive, ignorato dai suoi connazionali,

nel cuore della pampa argentina. In realtà si tratta di un Nome della Storia

dell’Agricoltura: è stato lui, infatti, che ha portato alla rottura con le pratiche

agricole del XX secolo, introducendo in Argentina in metodo della “semina

diretta”, cosa che ha portato ad una rivoluzione nel mondo dell’agricoltura.

Di fronte alla difficoltà che solitamente hanno molti emigrati di parlare del proprio

passato per il dolore che questo causa loro, il dott. Marcello Fagioli ha il

coraggio di mostrare forme di avvicinamento alla sua stessa vita, riflettendo - nel

contempo - attorno a se stesso, vale a dire attorno a noi stessi che condividiamo

con lui la sua umanità e il fatto che, in qualche modo, siamo tutti migranti.

Cosa pensa un uomo di scienza della sua vita, vissuta per la maggior parte degli

anni lontano dalla sua terra natale? Ricorre ai principi e alle leggi della fisica e

della chimica per esprimersi? Che accade quando desidera spiegare ciò che era,

ciò che è e ciò che sarà? Nella catena della sua memoria, come si allacciano gli

eventi significativi della sua vita e come sono questi vincolati con tutto il processo

migratorio che lo ha portato ad allontanarsi dalla sua terra?

Questo lavoro non è, e non vuole essere, una ricerca scientifica; si tratta piuttosto

di un esercizio etico ed estetico: partendo da ciò che è, l’autore lascia volare i suoi

ricordi, intenerendosi di fronte al ciò che le sue stesse parole fanno nascere in lui.

Vi invito quindi a condividere la bellezza e la tragedia di questi ritagli di vita,

attraverso i quali una persona decide di svelare se stesso di fronte all’altro.

Fagioli è riuscito a vincere la resistenza a raccontarsi che caratterizza molti

migranti e, attraverso i suoi racconti, ci rivela la sua anima, le sue allegrie, le sue

sofferenze, le sue paure, le sue speranze.

Questo lavoro recupera una pratica che il mondo di oggi ha perduto, quella del

narratore che decide di abbandonare il silenzio per condividere e farci vibrare.

L’autore ha sentito nel suo mondo interiore esplodere la necessità di farsi ascoltare

e, in questo esercizio retrospettivo fa sì che ai suoi ricordi si mescolino elementi

cotruiti nello spazio simbolico e sociale della sua patria. È per questo

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motivo che ha scelto la sua terra e le Marche per pubblicare il suo libro in cui

sono presenti fenomeni sociali che hanno segnato la vita italiana.

La realtà sudamericana è stata uno spazio di differenza e di esclusione per quest’uomo

che, in silenzio, si è dedicato al lavoro; ora, terminato il suo duro compito

di ricercatore, torna con lo sguardo al passato e scrive racconti delicati, profondi,

sinceri e a volte sorprendenti, come del resto lui stesso è sorprendente.

Quale discendente di marchigiani mi sento in debito verso questo emigrato

marchigiano e mi meraviglio nel profondo ascoltando, questo Altro, sempre

diverso e straniero nel mio paese, che ha pronunciato il suo discorso così lontano

dalla sua patria. Tutto questo richiede il nostro silenzio, non solo esteriore,

ma soprattutto interiore ove nasce il sentimento di accoglienza, rispetto e

reciprocità, per ascoltarlo attentamente in tutta la sua singolare dignità.

Qualcuno, non so chi né quando, ha detto:

“Ogni essere umano è una lezione per un altro,

Un testo aperto alla possibilità

Di inventare nuove realtà”

Così è Marcello Fagioli, mio suocero, il ricercatore scientifico che, vivendo

lontano dal suo paese, ha dato un enorme contributo all’umanità e che ora ha

deciso di regalarci l’occasione di ascoltarlo e, contemporaneamente, di ascolre

noi stessi e gli altri.

L’impronta di questo scrittore resta nei suoi racconti, come quella del ceramista

resta nei suoi vasi di terracotta. Tuttavia, contemporaneamente, gli offre la

possibilità di “cominciare di nuovo” da questo posto, così lontano dal suo paese

d’origine. Attraverso l’azione del raccontare ha infatti la possibilità, da un

lato, di tornare ad essere e, dall’altro, di essere domani.

Questa capacità attiva, questo impulso originale in un anziano, gli permette di

guardare indietro e contemporaneamente si ripromette di ri-iniziare. Tutto

questo merita tutta la mia riconoscenza e la mia ammirazione.

Per finire, voglio citare Eduardo Galeano che, come sempre, esprime il mio

stesso sentire quando scrive:

“Non conosco piacere maggiore dell’allegria di riconoscermi negli altri.

Forse questa è, per me, l’unica immortalità degna di rispetto.

Riconoscermi nella mia patria e nel mio tempo, e anche riconoscermi

nelle donne e negli uomini, nati in altre terre,

e che sono miei contemporanei nati in altri tempi.

Le mappe dell’anima non hanno frontiere”

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EMIGRANTI

Mi imbarcai a Genova, nel 1963. Destinazione Argentina.

Mi aspettava un lungo viaggio in mare. Solo. I miei erano partiti prima.

Un transatlantico è una metropoli. Tante persone e tanto diverse.

C’era un cameriere italiano che si mostrava sempre gentile. Più del dovuto. Era

evidente che voleva essere considerato alla pari.

Ma io, poco più di un ragazzo, con una laurea e tante speranze, non ero molto

disponibile.

Poi c’era un giovane, evidentemente di una classe sociale alta, che portava con

sé un paio di sci.

- Sci d’estate! Per sciare dove? -

Forse era un professionista e seguiva la neve dove si trovava, nei vari continenti.

Lui viaggiava in prima classe. Non lo conobbi mai personalmente.

C‘era un medico che aveva trascorso una vacanza in Europa, in compagnia di

un amico commerciante. Era peronista, ma il suo amico no. E si criticavano a

vicenda in ogni occasione, per le loro idee politiche.

Il medico era il maestro. Il commerciante l’allievo. Ma non credo che quest’ultimo

imparasse molto.

Una volta infatti, chiese al medico: “cos’è la vita?”

E la risposta fu: “è movimento”

“Ma anche la nave si muove” disse il commerciante… e si interruppe per non

creare una situazione sgradevole. Poi raccontò che viveva a Mar del Plata, una

città di 500.000 abitanti, che si triplicavano nella stagione estiva.

La “città più bella del mondo”, diceva sempre.

Il medico era un mezzo filosofo. Faceva discorsi e domande strane.

Diceva che i tedeschi avevano avuto grandi filosofi. Kant era uno di questi.

Non per il suo sistema filosofico, ma solo per una affermazione: il nostro cervello

funziona secondo una categoria: la categoria causa-effetto.

Questo è il nostro modo d’intendere. Questo è il motore dei nostri ragionamenti.

Nel motore delle auto i pistoni, con il loro moto di va e vieni, mettono in movimento

l’automobile. L’equivalente dei pistoni, in noi, è la categoria causa-effetto.

Noi vediamo tutto quanto accade nell’universo secondo questa categoria.

Se mettessimo ad un piccione, appena uscito dall’uovo, un paio d’occhiali verdi,

il piccione crescerebbe e, diventato adulto, volando intorno al mondo, lo vedrebbe

tutto verde e direbbe che il nostro mondo è verde. Quella sarebbe la sua verità.

Chiaro, per scoprire questa verità, bisogna leggere molti libri con frasi alla

tedesca, tanto lunghe che, quando si è alla metà di un paragrafo, si dimentica il

soggetto. Ma, diceva lui, vale la pena.

Poi c’erano due vecchietti. Lui alto e magro. Lei piccolina. Ambedue con i

capelli splendidamente candidi. Tornavano in Argentina perché lui era un falegname

pensionato. Da vecchi, erano ritornati al loro paese e vivevano tranquilli.

Ma negli ultimi anni il cambio della moneta era diminuito molto ed ora, con

11.000 lire al mese, era impossibile vivere in Italia.

Tornavano in Argentina per vedere come si poteva vivere là. Alla fin fine non

rimanevano loro molti anni.

Fin dall’inizio del viaggio, avevo visto un uomo e una donna che si sedevano

sempre in posti isolati e seminascosti. Avevano un termos ed uno strano recipiente

simile ad una tazza da caffellatte. Versavano in continuazione il contenuto

del termos nella tazza e lo sorbivano. E sempre così, per ore. Pensai

subito che fossero drogati.

Mi meravigliava il fatto che lo facessero in presenza d’estranei.

Anni dopo un amico mi spiegò che in Uruguay bevono il “mate” così, in continuazione.

Il “mate” è una infusione di foglie in acqua calda. Una eredità degli

indios Guaraní, credo.

Mi disse anche che, in una sfilata militare, in occasione di chi sa quale ricorrenza,

aveva visto un soldato a cavallo, sorbire il mate. Strane abitudini!

Sul transatlantico non mancava un gruppo di persone che giocava accanitamente

al “truco”, un gioco di carte che non ho mai appreso. Uno di loro si

vantava di vivere, a Buenos Aires, con gli interessi di un suo piccolo capitale

che prestava ad amici e conoscenti. Io credevo che questo si chiamasse usura e

che non fosse una cosa di cui vantarsi.

Una signora di mezza età, tornava in Argentina per vendere il suo albergo e

tornare in Italia a comprare una piccola pensione. Nella decade del ’60 l’economia

italiana andava molto bene.

Un italiano, uno dei tanti turisti di ritorno, diceva di possedere una “estancia”

nella provincia di Santa Fe, vicino al fiume Paraná. Nella regione si diceva che

Garibaldi, in fuga sul fiume, fosse affondato proprio in quella zona e che, nel

profondo del fiume, c’era ancora la sua nave. Lui voleva trovarla. Aveva provato

già varie volte, ma inutilmente.

Ora, al suo ritorno, avrebbe tentato ancora e, sperava, con successo. Diamine,

suo nonno era italiano e lui avrebbe fatto vedere ai “criollos” di che pasta son

fatti gli italiani.

Tanta gente, tante speranze!

Ora, naturalmente, dopo più di 40 anni, il cameriere sarà morto. Il giovane

sciatore sarà probabilmente molto vecchio; chissà quante gare avrà vinto!

Il medico filosofo ed il commerciante saranno morti, portando con loro dubbi,

domande e l’angoscia del pensiero della morte.

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I due uruguaiani, lui e lei, riposeranno senza più sentire la necessità di bere “mate”.

Il falegname, anziano pensionato e la sua compagna, ambedue con capelli così

candidi, riposeranno finalmente senza la preoccupazione della svalutazione

della moneta.

E così pure l’innamorato di Garibaldi e l’usuraio che si vantava d’esserlo e tutti

gli altri.

“Speranze... speranze, ameni inganni”

Non ricordo chi ha scritto questo verso, ma è troppo bello per essere mio.

LA “PAPERA” D’UN EMIGRATO CHE FECE RIDERE

TUTTA UNA UDIENZA, ALLA FINE D’UNA

CONFERENZA SERIA E MOLTO TECNICA

Come è noto, in italiano, con la parola “responso” si indica la risposta d’un

oracolo. Ben diverso è il suo significato nella lingua spagnola. Lo vedremo poi

e vedremo come una “papera” d’un recente emigrato, che aveva bisogno d’un

dizionario per non dire spropositi, fu motivo di risa alla fine di una conferenza

molto tecnica e seria.

Ero appena arrivato alla “Stazione Sperimentale Agricola” per iniziare il mio

nuovo lavoro.

Era consuetudine in quei tempi, all’inizio del 1960, riunire tutto il personale

tecnico in un grande salone, con un enorme tavolo ovale, il sabato pomeriggio,

per parlare dei problemi del giorno o ascoltare un invitato o un nuovo venuto,

come nel mio caso.

Ed io parlai e parlai con sicurezza, trattandosi d’un argomento che conoscevo

molto bene. Di fatto i problemi della fertilizzazione delle colture sono ben

conosciuti in Italia. Ma ciò che è valido per un paese può non esserlo per un

altro. Altre terre, altri climi ed altri cultivar.

Si trattava di fertilizzanti. C’era un progetto di fertilizzazione del mais già iniziato.

Alla fine dell’esposizione, parlai di ciò che avremmo fatto nei campi sperimentali

della regione.

Il risultato delle esperienze era difficilmente prevedibile e conclusi il discorso

dicendo: - vedremo quale sarà il “responso” della sperimentazione. -

Tutta l’udienza scoppiò in una risata sonora e prolungata. Io non mi rendevo

conto del motivo, dato che ero stato ascoltato con grande attenzione per tutto

il tempo. Chiesi spiegazioni al mio vicino, ma questi continuava a ridere senza

freno e non mi rispondeva.

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Solo poco dopo, in un vocabolario, fui in grado di leggere che per “responso”,

nella lingua spagnola, s’intendono “versetti e preci” che si recitano in presenza

dei defunti.

Al momento della”papera” furono varie le persone che mi chiesero cosa avevo

voluto dire con ”responso” ed io non ebbi altra alternativa che fare un

sorriso idiota.

RICORDI DI GUERRA

Eravamo in guerra. La seconda guerra mondiale, del 1939. Del 1940 per l’ Italia.

Avevo undici anni. Mio padre era medico1 in una cittadina delle Marche e

di quando in quando riceveva un regalo, spesso in cambio del pagamento della

visita: una scatola di tabacco turco, biondo e profumato, una bottiglia di

cognac, una di champagne. Tutte cose introvabili in tempo di guerra per i

comuni mortali e quindi preziose.

In quei tempi si usava bere un bicchierino di cognac dopo pranzo, nei giorni di

festa. Solo alla fine della guerra, con l’arrivo delle truppe americane, l’whisky

sarebbe diventato popolare. Lo champagne si beveva nelle grandi feste: a Natale,

a Pasqua e in occasione dei compleanni.

Io presi in consegna una bottiglia di champagne che ci avevano regalato.

Poco tempo dopo un aereo da caccia nemico mitragliò la ferrovia e tutti cominciammo

ad aver paura. Non passò molto tempo quando una squadra di quadrimotori

sorvolò la città. Erano cinquanta aerei, in formazione triangolare che

volavano molto in alto. Ma la terra tremava sotto i piedi, quando s’avvicinavano.

Lasciarono cadere il loro carico di bombe sulla città.

E fecero un disastro. Fummo presi tutti di sorpresa e impreparati.

Era la prima volta.

Non c’era più nessun dubbio.

Bisognava abbandonare la città e rifugiarci in campagna. E questo facemmo.

Io non avevo dimenticato la bottiglia di champagne.

Era troppo preziosa e quando ci trasferimmo in una villa a 15-20 chilometri di

distanza, la misi tra le cose da portare con noi, bene imballata con giornali, in

una scatola di cartone.

10

1. Molti, molti anni dopo, quando la guerra era già diventata un ricordo, posero il suo

nome ad una strada della città, in ricordo dell’umanità con cui aveva esercitato la sua

professione in quegli anni feroci.

11

Quando chiedevo a mio padre di aprire la bottiglia, lui diceva sempre d’aspettare

la fine di quel brutto periodo.

L’avremmo aperta in un’altra occasione.

Ma la guerra, i bombardamenti e la fame ci accompagnarono per lungo tempo.

Sognavamo la pace, la casa in città, una vita normale. La normalità era un sogno

che sembrava irraggiungibile. Ma io continuavo a conservare lo champagne.

Forse avremmo potuto berlo alla fine del conflitto.

E dal sud si avvicinò il fronte di guerra. Quando fu abbastanza vicino, mio

padre decise di portarci con lui, nell’ospedale dove lavorava. Lì c’era la croce

rossa dipinta sul tetto.

Il passaggio del fronte era troppo pericoloso ed imprevedibile e lui disponeva

di una stanza grande, sufficientemente grande per tutti noi. Lì avremmo potuto

aspettare la fine dei giorni più pericolosi.

La decisione della fuga era stata presa in fretta e furia. Non portavamo quasi

nulla con noi. Gli ultimi a partire fummo io e mio padre.

Io avevo aperto la scatola di cartone e tenevo nel pugno, per il collo, la bottiglia

di champagne. Mio padre si impazientì perché stavo perdendo tempo per

quella sciocchezza.

Ce ne andammo camminando in fretta. Si camminava lentamente, con precauzione,

solo quando un rilievo o una piccola collina nascondeva l’orizzonte. A

nord e a sud della zona dove eravamo erano schierati i due fronti, non molto

lontano.

Non c’era movimento. Non si vedeva nessuno. Si udivano solo i sibili dei

proiettili dei cannoni che passavano sulle nostre teste ed andavano a scoppiare

più lontano. Noi avevamo scelto un percorso in linea retta tra la villa e l’ospedale,

in mezzo ai campi. Erano forse dieci chilometri da fare a piedi, senza neppure

uno stradello. Ma questo non importava molto. Avevamo paura.

Ma c’era un fiumicello che ci sbarrava la strada. Non era grande, ma profondo.

O forse io non ero molto alto a quell’età. E l’acqua era fredda. L’attraversai

tenendo la bottiglia sopra la testa. Mio padre mi disse qualcosa circa la mia

testardaggine e a proposito di quella bottiglia.

Ma la fortuna era con noi. Arrivammo all’ospedale e ci rifugiammo nell’abitazione

riservata a noi. Io ero zuppo, per aver attraversato il fiume. Posai la bottiglia

sopra un tavolinetto basso e mi allontanai un po’ per asciugarmi e coprirmi

come potevo.

Poi si udì uno scoppio e, quando mi voltai a guardare, vidi i pezzi di vetro della

bottiglia ed il liquido giallo dello champagne ancora spumeggiante sul pavimento.

Uno dei miei fratelli, il più piccolo, correndo nella stanza, aveva urtato

il tavolino che sosteneva la preziosa bottiglia.

I TEUTONI E “L’UOMO CHE RIDE”

Era completamente idiota. Avrà avuto vent’anni e rideva. Rideva sempre e correva.

Ma era un bravo ragazzo, dicevano. Faceva tutto quello che gli si diceva,

la madre assicurava, e l’aiutava molto in famiglia.

Noi eravamo studenti di ginnasio ed andavamo ai giardini pubblici, a Fabriano,

nelle belle giornate. Eravamo all’inizio della guerra e quella sarebbe stata

l’ultima “bella estate” di vacanze.

L’idiota qualche volta si univa a noi. Quasi non parlava e quando parlava si

capiva molto poco. Rideva, poi si metteva a correre. Io non sapevo neppure

come si chiamasse. In una occasione, per merito anche suo, appresi alcuni

sinonimi.

- Perché lo lasceranno libero? Dovrebbero occuparsene - disse uno del nostro

gruppo.

- Ma è buono. Fa parte del paesaggio e poi è come noi, nativo, indigeno, autoctono

- rispose quello che era il più bravo a scuola, facendo sfoggio della sua

conoscenza del vocabolario dei sinonimi del Tommaseo, che avevamo conosciuto

da poco, a scuola.

Al centro dei giardini pubblici c’era una grande fontana rotonda, con uno zampillo

molto alto, con pesci rossi e l’idiota, dopo una bella corsa, tutto sudato,

la raggiungeva e sommergeva la testa nell’acqua. Poi la scrollava come fanno

i cani quando sono bagnati.

E rideva e viveva contento.

Noi non gli facevamo molto caso. Contagiava allegria anche a coloro che gli

erano vicini col suo riso spensierato e irresponsabile.

Poi cominciò il periodo peggiore della guerra. La guerra mondiale del ’40. Bombardarono

la città, che rimase deserta. Tutti si rifugiarono in campagna.

Con la mia famiglia trascorsi molto tempo in una villa isolata, sopra una collina.

Un giorno venne a visitarci un compagno di scuola di mio fratello, che viveva

in un paesotto vicino. Si parlò di molte cose e, a un certo momento, lui disse: -

anche quel poveraccio di Carlo è morto -.

- Quale Carlo?

- Carlo, l’idiota, “l’uomo che ride”.

I tedeschi, che si stavano ritirando, l’avevano catturato. Lo accusarono d’essere

una spia dei partigiani. Ma lui rideva, rideva sempre. Non si difese e lo fucilarono.

Il suo ricordo si perse nel nulla. Nessuno ne parlò mai più. Furono tanti i morti

che seguirono!

Da “Valigie di cartone” - Centro Marchigiano di Pergamino (Argentina).

12

PRIME ESPERIENZE NEL NUOVO MONDO

Arrivato in Argentina da pochi mesi, venne il momento di fare il raccolto nei

campi sperimentali stabiliti nella zona.

Con una camionetta e una “jeep Willy” (un residuato di guerra rimesso a nuovo)

e sei uomini (che sapevano ancora come raccogliere il mais a mano) stavamo

realizzando il nostro lavoro quando fummo fermati, sull’autostrada, da un

gruppo di uomini scesi da un camion.

Come ho detto, io ero arrivato da poco in Argentina. Capivo abbastanza quando

la gente del luogo mi parlava e mi facevo intendere dai miei uomini, ma non

avevo ancora il coraggio di parlare ad estranei nella nuova lingua, che conoscevo

appena.

Sapevo che l’accento, la maniera di costruire le frasi e gli spropositi detti mi

facevano riconoscere subito come straniero.

Il gruppo di individui che era sceso dal camion si mostrava arrabbiato ed

aggressivo.

Io non afferravo bene la situazione. Gridavano che c’era un “paro”. Che non era

possibile che gente come noi rompesse “el paro” e facesse la raccolta del mais.

Non conoscevo il significato della parola “paro”.

Lo chiesi ad uno dei miei uomini, che mi spiegò che c’era uno sciopero degli

operai agricoli.

La mia gente taceva, senza reagire all’aggressività degli sconosciuti.

Preoccupato, cominciai a parlare io, cercando di spiegare che non eravamo

”crumiri”, ma solo personale della Stazione Sperimentale che non voleva perdere

i risultati degli esperimenti ed il lavoro di un intero anno che, alla fin fine,

noi facevamo in beneficio di tutti.

Non facevamo la raccolta del mais per nessun proprietario.

Naturalmente parlavo in italiano, senza neppure rendermene conto.

Ed allora successe una cosa strana. Quegli uomini deposero la loro aggressività.

Io, un giovane che parlava in modo più o meno comprensibile, la sigla dell’istituzione

per la quale lavoravamo, scritta ben grande sulle auto e che evidentemente

essi conoscevano, parvero loro una valida ragione per accettare i

nostri motivi.

Non dissero più nulla. Risalirono sul loro camion e solo quello che guidava,

affacciandosi al finestrino, disse in modo educato: “no lo hagan más” e

se ne andarono.

La mia gente mi spiegò poi che non era molto prudente fare cose del genere e

cioè interferire con uno sciopero.

Io avevo la coscienza tranquilla.

13

- Voi non mi avete avvertito ed io non sapevo - mi giustificai.

Erano brava gente. Con gli anni, più di una volta si dimostrarono amici.

***

Un giorno percorrevamo un’autostrada con la camionetta di servizio. Il mio

aiutante guidava, io leggevo un foglio di istruzioni per un lavoro che dovevamo

fare.

Ad un certo momento un uomo, al bordo della strada, ci fece cenno di fermare

e chiese un passaggio sino al seguente villaggio.

L’autista disse subito di sì e lo fece salire nella cabina.

Io non ero molto contento.

Venivo da un paese dove esisteva una legge che faceva responsabile il proprietario

dell’auto di qualsiasi possibile incidente.

Più di un tribunale, in Italia, aveva emesso condanne in casi di incidenti e sapevo

che solo noi, il personale dell’istituzione, eravamo coperti dall’assicurazione.

Ma in quegli anni le cose erano diverse in Argentina.

Per lo meno nell’interno, c’era molta onestà e rispetto anche per gli sconosciuti.

Solo negli ultimi tempi le cose son cambiate e molto.

Lo sconosciuto cominciò immediatamente a parlare con l’autista. Io tacevo.

Ad un certo momento ascoltai una parola che non conoscevo: “sartén” ossia

“padella”.

Vinto dalla curiosità chiesi al mio aiutante cosa significava.

Lo sconosciuto, ascoltata la mia domanda, si sorprese e scandalizzato, disse:

- Ma come, un giovane come te non conosce una padella? Bisogna studiare.

Non c’è più posto per gli ignoranti in questo mondo! -

Ma l’autista intervenne.

- Il dottore è italiano - disse.

Lo sconosciuto ammutolì.

Io tacevo e lui non aprì più bocca sino all’arrivo. La scena si fece pesante. Sembrava

d’ascoltare il silenzio che regnava nella cabina dell’auto.

Arrivati all’entrata del suo paesotto, l’auto si fermò e il passeggero scese, senza

dir parola.

Io ebbi un po’ di vergogna. L’autista sorrideva.

***

Lavoravo da poco tempo nella Stazione Sperimentale e un giorno il segretario

della sezione mi avvertì che dovevo presentarmi immediatamente in direzione.

14

Presi la camionetta di servizio ed andai.

Una segretaria mi disse che mi aspettavano nel salone delle riunioni e che

dovevo partecipare ad una trattativa con alcuni dirigenti di una grande società,

con i quali la Stazione Sperimentale stava progettando una collaborazione.

Quando entrai mi resi subito conto che c’era una atmosfera tesa tra i presenti.

E la cosa non era piacevole, particolarmente per me che avevo ancora problemi

con la lingua.

Il direttore ed i dirigenti della società non riuscivano a mettersi d’accordo.

Erano tutti seduti nel mezzo del salone delle riunioni, dove c’era un grande

tavolo ovale, con un vetro spesso e oscuro sulla superficie.

Io salutai e mi sedetti, deciso a non parlare o parlare con molta prudenza non

essendo al corrente di quanto era stato detto o discusso in precedenza.

Era estate ed indossavo una camicia color verde, nuova.

Ben presto i rappresentanti delle due parti cominciarono ad alzare la voce.

Io diventai nervoso e, poiché dal bottone del polsino della camicia fuoriusciva

un filo bianco, lo afferrai e tirai più forte del necessario.

Non l’avessi mai fatto!

Il filo venne via ed il bottone, libero, saltò sul vetro, nel mezzo del magnifico

tavolo, con un rumore che a me parve assordante e continuò a sobbalzare con

un ticchettio che non avrei mai immaginato possibile.

Tutti i partecipanti alla riunione interruppero i loro discorsi, seguendo con gli

occhi il percorso del bottone, che non si fermava mai.

A me sembrò che il sangue mi si congelasse nelle vene e trattenni il respiro, preso

da un’ansia irragionevole. Ma, guardando il direttore, vidi che la sua faccia,

da molto seria, si faceva distesa. Un rappresentante della società ospite, sorrise

lievemente. Il suo vicino cominciò a ridere e trascinò in una sonora risata tutti

i presenti.

Il gelo della riunione si era rotto e tutti cominciarono a discorrere cordialmente.

Nessuno disse una parola sul bottone. Mi guardavano sorridendo e parlavano

tutti insieme e interrompendosi l’un l’altro.

La riunione finì poco dopo. Le due parti si posero d’accordo rapidamente e,

quando i visitanti si apprestavano ad andar via, si avvicinarono per salutarmi

con grande effusione.

Io raccolsi il bottone, pietra dello scandalo, e lo posi nel taschino della camicia

per farlo ricucire in casa.

Ma non troppo forte… perché aveva dimostrato d’essere capace di salvare

situazioni molto compromesse.

***

15

Il primo giorno di lavoro ero seduto alla mia scrivania, leggendo alcune relazioni

per mettermi al corrente della situazione. I due ingegneri agronomi (in

Argentina si chiamano così i laureati in agronomia) che mi avevano preceduto,

mi avevano lasciato solo. Uno era stato trasferito ed il secondo era partito per

il Nord America con una borsa di studio.

Io ero lì per sostituirli.

Il direttore, un uomo corpulento e quasi sempre sorridente, entrò nell’ufficio

e si sedette davanti a me.

Dopo lo scambio di alcune frasi di cortesia, mi disse:

- Tu e la tua famiglia siete arrivati da pochi giorni. Immagino che avrete un sacco

di cose da fare, per sistemarvi. Avrete preoccupazioni come sempre accade

in simili frangenti. Sono venuto a dirti che io pretendo che il personale della

sperimentale si dedichi e pensi al proprio lavoro. Pertanto se hai problemi

urgenti da sbrigare, qualsiasi cosa… dimmelo. Provvederò io, se possibile. Pensa

al lavoro e lascia che io mi guadagni il mio stipendio come direttore. -

Io rimasi senza parole. Mai avrei immaginato una simile accoglienza. Mai sentito

dire una cosa così, in Italia.

La decade del ’60 era un periodo molto buono per la ricerca, in Argentina ed il

comportamento del direttore lo lasciava intravedere.

E negli anni seguenti io, che venivo da un altro paese, fui in grado di fare un

buon lavoro.

Venivo da un altro continente. Vedevo i problemi in modo diverso e vedevo

cose che il personale del luogo non vedeva, semplicemente perché quelle cose

erano state sempre così.

Purtroppo negli anni seguenti tutto cambiò. L’economia non migliorò. Ci

furono vari “golpes” da parte dei militari, che non aiutarono.

Ma quanto era successo all’inizio mi diede l’idea di come fosse apprezzato il

lavoro di ricerca nel paese.

L’Argentina rimane sempre un grande paese agricolo, con un Istituto per la

Ricerca Agricola meraviglioso. Ma la ricerca richiede tempo e denaro, non

sempre disponibili a sufficienza.

IO… ANTIFASCISTA?

A Fabriano, nelle Marche, faceva freddo d’inverno.

Ogni due o tre anni veniva il “nevone” e tutta la città rimaneva coperta da 40-

50 centimetri di neve.

Non so come sarà ora , con il “riscaldamento globale”.

16

Ed era una festa per noi adolescenti ed ancor più per me che ero proprietario

di un paio di sci e percorrevo a piedi vari chilometri, sino alla cima di una collina

chiamata “Monticelli” per trascorrere tutto un pomeriggio sulla neve.

Erano gli anni del fascismo e quando si scriveva una lettera, si metteva, in alto,

a destra: “Anno XX Era Fascista”. Ed io facevo il ginnasio.

In quegli anni si andava a scuola tutti i giorni della settimana ed anche il sabato,

che era anche lui “fascista”; “sabato fascista”, il che significava che nel pomeriggio

non si faceva lezione, ma bisognava mettersi in divisa per fare esercizi militari

nel cortile del vecchio convento, dove erano le aule del ginnasio e del liceo.

Tutti gli studenti erano, a seconda dell’età, figli della lupa, balilla o avanguardisti.

I figli della lupa erano i più piccoli e non avevano obblighi particolari.

I balilla avevano come divisa, pantaloni corti di color verde e camicia nera. Gli

avanguardisti indossavano pantaloni alla zuava e giacca verde.

Il mio problema era che a un certo punto cominciai ad usare pantaloni alla zuava

anche quando ero vestito da civile e, quando mi fui abituato a stare con le gambe

ben coperte dal freddo dell’inverno, non avevo più molta voglia di mettere i pantaloni

corti per andare a compiere il mio dovere di balilla. Sentivo freddo.

Ed un giorno ebbi una brillante idea.

Visto che mio padre era medico, perché non farmi fare un certificato per giustificare

la mia assenza e non dover andare a prender freddo nel cortile del convento?

Così il lunedì seguente, quando finito l’appello l’insegnante mi disse che dovevo

presentarmi al preside per giustificare la mia assenza al “sabato fascista”, io

andai tranquillo. Presentai il certificato e tutti finì lì.

Ma il problema non era risolto, perché poi vennero gli altri sabati e, data la mia

insistenza, mio padre mi fece altri certificati. E la cosa andò avanti per tre o

quattro settimane.

Ma un lunedì mattina, quando mi presentai al preside, questi mi disse con voce

stentorea che se il seguente sabato non avessi partecipato agli esercizi militari,

in divisa e con tanto di moschetto di dimensioni ridotte, sarei stato espulso da

tutte le scuole del regno.

In quei tempi avevamo ancora un re.

Io non mi impressionai molto e il sabato seguente fui di nuovo assente. Forse

non mi rendevo ben conto di cosa significasse non poter andare più a scuola. Il

lunedì seguente, dopo l’appello, mi fecero uscire dall’aula, ed io ero forse più

contento che dispiaciuto.

Ma la “dea fortuna” esiste.

Nella settimana seguente un aereo da caccia nemico sorvolò la città e mitragliò

la linea ferroviaria. Era la prima volta che avevamo a che fare con il nemico, che

sino allora conoscevamo solo per quello che dicevano i “giornali radio” .

17

Molta gente uscì dalla città per vedere l’effetto del mitragliamento. Le traversine

di legno erano scheggiate. Sui binari si vedevano le tracce brillanti che i

proiettili avevano lasciato sull’acciaio. Ma niente più..

Poi, pochi giorni dopo, una squadra di cinquanta quadrimotori, in formazione

triangolare, sorvolò la città e lasciò cadere un micidiale carico di bombe.

Non c’era stato allarme. Era la prima volta che succedeva e la distruzione fu

grande ed i morti molto numerosi.

Pochi giorni dopo tutta la città era deserta. La popolazione era sfollata nelle

poche ville e nelle case dei contadini nella campagna circostante.

Quando, dopo più di un anno, ritornammo in città e ricominciarono le scuole,

nessuno ricordò più la mia “espulsione da tutte le scuole del regno”

L’ESAME

Io, finito il liceo, partivo per frequentare i corsi della facoltà d’agronomia, nell’università

di Pisa.

Avevo con me una valigia con solo le mie cose personali e non avevo la minima

idea dell’ambiente in cui mi sarei trovato a vivere e studiare.

La prima materia che, secondo il programma, dovevo frequentare era matematica.

Poi seguivano fisica, botanica, genetica e tutte le altre.

Il corso di matematica veniva impartito nell’edificio “La Sapienza”, al centro della

città. Una costruzione monumentale, dove c’era un grande salone con un pavimento

di legno, non lucidato e vecchio, che rendeva l’ambiente polveroso. In

fondo al salone, su una pedana, una cattedra che, mi dissero, era stata di Galileo.

Non so se sarà vero. Ma vera era l’atmosfera tipo:”noi siamo gli eredi di Galileo”

che si viveva nell’istituto. Nessuno prestava la minima attenzione agli studentelli.

Gli insegnanti erano inavvicinabili ed anche il resto del personale sembrava

essere ben cosciente di quell’eredità.

Mi fu indicato di entrare in un’aula ad anfiteatro, molto grande.

I banchi erano forse davvero del tempo di Galileo, tanto erano vecchi.

C’erano pochi studenti dispersi che seguivano, silenziosi, un anziano signore

che, in cattedra, scriveva su una lavagna e parlava.

Parlava di sistemi d’equazioni e determinanti e del modo di semplificare questi

ultimi per poterli risolvere.

Non c’erano ancora i calcolatori.

Io non avevo idea di cosa si trattasse.

Avevo frequentato il liceo classico. Avevo appreso che il greco, il latino e l’italiano

erano le materie veramente importanti.

18

Ciò che ascoltavo in quell’aula servì solo a darmi un’idea di cos’è il complesso

d’inferiorità.

E fu tutto per quel giorno.

L’indomani andai ad ascoltare una lezione di botanica. Questa volta, pensai,

sarebbe stata un’altra cosa.

Nell’aula entrò un signore anche lui anziano, piuttosto grasso che, in piedi, con

gli occhi semichiusi, cominciò a parlare, con un linguaggio molto ricercato e

nuovo per me, di ontogenesi, filogenesi e così via.

Dico la verità che quando uscii dall’istituto di botanica ero davvero spaventato.

Possibile che con un diploma del liceo classico non fossi in grado di seguire

corsi universitari?

A dire il vero si trattava di matematica e scienze, cose non molto approfondite

nel classico e che io non avevo mai curato molto.

E presi una decisione.

Ritornai a Fabriano col primo treno, raccolsi tutti i libri del liceo che mi sembravano

necessari e ritornai a Pisa.

Questa volta cominciai a studiare le cose basiche di matematica, fisica e scienze

e, solo alla metà del corso, dopo mesi, frequentai assiduamente le lezioni

universitarie.

Fu un anno straordinario e, per la prima volta, appresi cosa significa studiare

veramente.

Venne il giorno dell’esame di matematica.

Questo si svolgeva così: c’era una gran porta chiusa e una lunga fila d’una ventina

o più di ragazzi, tutti con il libretto universitario in mano.

Un bidello seduto a un tavolo, faceva entrare uno studente alla volta, quando

ascoltava un campanello e richiudeva la porta misteriosa.

Non passavano più di dieci minuti o un quarto d’ora e gli studenti uscivano,

frequentemente con la faccia seria, e se ne andavano per una porta laterale.

Quando qualcuno chiedeva come era andata, non rispondevano o facevano un

gesto scoraggiato, molto significativo.

Io ero nella fila tra i primi cinque e più di una volta mi fu chiesto di cambiare

il posto con uno del fondo della fila.

Erano quelli che non resistevano alla tensione che c’era nell’aria e volevano

finire subito, in qualsiasi modo.

Ma anch’io ero diventato fatalista. Se il destino mi aveva assegnato quel turno,

quello avrei conservato.

Quando entrai nella stanza fatale, vidi un grande tavolo con tre uomini seduti.

Quello del centro sembrava essere il presidente della commissione.

19

A me disse, molto gentilmente, di sedere. Poi prese un foglio di carta grande,

un foglio di carta di disegno e scrisse qualcosa in alto a sinistra. Me lo porse

insieme ad una matita ben appuntita, senza dir parola.

Aveva scritto un’equazione con esponenti, da derivare.

Sì, però non era tanto semplice. Bisognava trasformare gli esponenti, prima di

poter fare la derivazione. Io avevo studiato una espressione simile il giorno prima,

ripassando la materia e, anche se con mano tremante, feci quanto mi si

chiedeva silenziosamente.

Il professore, presidente della commissione, guardò il risultato ed allora

cominciò a fare domande e qui cominciò il vero esame. Solo allora intesi cosa

era accaduto prima di me, con coloro che uscivano dopo pochi minuti, con la

faccia seria. L’esercizio da svolgere sul foglio di carta da disegno era solo una

maniera di porre fine rapidamente all’esame.

Quando dopo qualche tempo, e a me parve un secolo, uscii, uno di quelli che

stavano nella fila aspettando, mi chiese come era andata.

- Molto bene - dissi. Infatti nel libretto universitario c’era scritto trenta. Il punteggio

massimo.

Allora lui, approfittando del mio stato d’animo, mi chiese se gli prestavo le

dispense sulle quali avevo studiato.

Io, felice, gli dissi di prendersi tutto ed ero tanto frastornato che non gli chiesi

neppure come si chiamava.

Un anno dopo, quando non ero più “matricola”, mentre mi trovavo nell’istituto

di microbiologia, un ragazzo venne a cercarmi dicendomi che era venuto

per restituirmi le dispense di matematica che gli avevo prestato.

Io, ricordando il fatto, gli chiesi come aveva saputo il mio nome.

- Ho solo chiesto dove si trovava lo studente d’agronomia che aveva preso

trenta in matematica - mi rispose.

Ora quelle dispense, che la compagna della mia vita fece rilegare, tanti anni fa,

in due volumi con la copertina rossa, sono ancora nella mia libreria. Sono un

gran bel ricordo.

LA FANCIULLA GALLIANA

Perugia è il capoluogo dell’Umbria. È una città non molto grande, tutta salite

e discese, ubicata su un’alta collina.

Sono frequenti stradicciole molto strette d’epoca medievale, fatte per transitare

a piedi o a cavallo.

È una città cresciuta nei secoli, rispettando molta parte delle antiche costruzioni.

20

Ricordo che un giorno dovetti andare, per motivi di lavoro, sino al centro della

città.

Entrai per la porta del sole e parcheggiai l’auto vicino alla piazza grande. A quei

tempi ancora si poteva.

Mi inoltrai nelle stradine del centro e, chiedendo ad alcuni passanti, trovai l’edificio

nel quale dovevo andare.

Sbrigate le mie cose, all’uscita del palazzo, mi sembrò che sarei arrivato prima

al parcheggio dell’auto, camminando più o meno in linea retta.

Così mi inoltrai per vicoli stretti, ombreggiati da alte costruzioni laterali. Dopo

un breve tratto, la stradina si aprì su una piazza non molto grande e deserta.

Vidi immediatamente, sulla sinistra, quello che mi sembrò un sarcofago di pietra

bianca, murato sulla parete di una casa, ad altezza d’uomo.

Mi avvicinai e constatai che effettivamente era un sarcofago, con incisa una

scritta:

“Qui giace la fanciulla Galliana, beneamata dalla popolazione che volle conservarla

con se, nel quartiere, dopo la sua prematura morte”.

Il sarcofago e la scritta mi lasciarono pensando. La stranezza della scoperta e il

significato di quelle parole erano un buon motivo.

Era una bella giornata di primavera e nella piazzetta regnava il silenzio. Quella

scritta e l’aspetto medievale del luogo mi suggerirono la visione di una giovane

ragazza, bella e gentile, benvoluta da tutti e che viveva felice in quel posto

incantevole, stroncata un giorno, da una impietosa malattia. Immaginai lo

sconcerto e il dolore provato dai vicini al vedere qualcosa di giovane e bello

finire così, all’improvviso.

Ero anch’io nel Medioevo e mi sentivo partecipe.

Dopo un po’ ritornai in me ed era mezzogiorno passato.

Mi avviai alla ricerca di un ristorante.

“Più che il dolor poté il digiuno”.

L’INIZIO DELLA GUERRA

Eravamo nel 1940. Tutta la famiglia era seduta su seggiole, disposte a semicerchio,

di fronte alla radio accesa.

Da Roma, doveva parlare il Duce.

Avrebbe dichiarato la guerra alle nazioni “plutocratiche” che si erano schierate

contro la Germania.

I tedeschi avevano già conquistato la Polonia, l’Olanda, il Belgio, la Francia e

la guerra sarebbe finita presto, si diceva.

21

Il rappresentante di una casa editrice riuscì a vendere un atlante a mio padre,

con la promessa che avrebbe ricevuto, gratis, i nuovi fogli con impresse tutte le

future modifiche che Germania ed Italia avrebbero fatto ai confini degli stati

europei, non appena terminata la guerra.

Se l’Italia non entrava in guerra ora, Mussolini non avrebbe potuto sedere al

“tavolo della pace”.

Alla radio si ascoltava l’ovazione della folla riunita nella piazza, di fronte a

“Palazzo Venezia” dove, da un balcone, si sarebbe affacciato il Duce.

Tutti, chi più chi meno, erano entusiasti. L’Italia non aveva un esercito molto

armato, ma “quattro milioni di baionette” erano pur qualcosa.

Solo i più anziani, che ricordavano la prima guerra mondiale, avevano dubbi.

Ma neppure loro potevano immaginare quanto diversa e terribile sarebbe stata

questa seconda.

Così iniziò la seconda guerra mondiale.

Quando terminò l’Italia era distrutta.

***

La guerra era già cominciata e, insieme a mia madre, ero andato a Porto Civitanova,

dai miei nonni.

La città è situata sull’Adriatico, con una bella spiaggia di sabbia bianca e ciottoli

molto levigati, che non danno fastidio quando si camminava a piedi nudi.

Io ricordavo la spiaggia com’era d’estate, negli anni precedenti al conflitto,

molto affollata da grandi e bambini che giocavano, con file di capanni di legno

ad una certa distanza dalla riva e piena di ombrelloni, di tutti i colori, nello

spazio tra i capanni ed il mare.

C’era molta musica e molti “mosconi”, una specie di piccoli “catamarani”,

tutti dipinti di bianco, che si potevano affittare per remare al largo, nei giorni

di mare calmo.

Alcuni venditori percorrevano la spiaggia, avanti e indietro, offrendo bibite,

pasticcini e “bombe alla crema”, spesso seguiti da un codazzo di bambini che

non avevano il denaro necessario per comprare quelle leccornie.

Quel giorno io mi avviai alla spiaggia da solo, perché tutti mi consigliavano

di non andare.

Poco tempo prima era stato visto un sottomarino, dicevano, e non si sapeva

se amico o nemico.

Quando arrivai alla spiaggia, la trovai completamente deserta.

Non c’era gente, non c’erano capanni, non c’erano ombrelloni colorati, né

musica.

22

È difficile dire quel che provai alla vista di un simile spettacolo, in quel silenzio

assoluto. Più che sorpresa, era spavento, anche se irragionevole. Forse il

pensiero di vedere emergere dall’acqua un altro sottomarino.

Impossibile godersi lo spettacolo, pur bello, di quell’arena bianca con ciottoli

di vari colori, di quel mare calmo, perfettamente liscio e trasparente e brillante

come si vedeva raramente anche d’estate.

Decisi immediatamente di ritornare in città, nella confusione e nel traffico.

Là si poteva stare ancora tranquilli.

AMOR DI PATRIA

La Stazione Sperimentale Agricola nella quale lavoravo, era localizzata nel centro

dell’Argentina, vicino ad una cittadina non molto grande.

Molti italiani e discendenti di italiani vivevano stabilmente nel luogo e naturalmente

erano soci del Circolo.

Il Circolo non era molto frequentato. La collettività si riuniva solo una o due

volte all’anno per festeggiare ricorrenze patrie.

In queste occasioni si parlava molto dell’Italia. La prima domanda che uno si

sentiva fare era: di che regione sei?

E, se la persona era simpatica, iniziava una conversazione fluida, altrimenti ci

si sentiva dire: ma io sono del Nord… o… ma io sono argentino.

Naturalmente il Circolo aveva una commissione direttiva ed un presidente. La

carica di presidente era molto ambita perché dava diritto a questo titolo a chi

titoli non ne aveva.

Ma i soliti malintesi, tanto frequenti nelle comunità italiane, rendevano sempre

necessarie nuove elezioni.

La cosa più desiderata da tutti era poter fare un viaggio in Italia e molti riuscivano

nell’intento.

Alcune volte la comunità riceveva la visita di rappresentanze diplomatiche e,

già molti anni fa, un ambasciatore che era di passaggio si fermò un paio di

giorni nel migliore albergo della città.

Era una persona molto alla mano che preferiva parlare con le persone singole

e non fare discorsi.

Erano ancora tempi nei quali si preferiva non mostrare molto amor di patria.

Alla fine, la sconfitta della seconda guerra mondiale non era poi tanto lontana.

La visita al monumento del Milite Ignoto, a Roma, non era di moda.

Tutti coloro che hanno sofferto la guerra, la sconfitta ed il dopoguerra sanno

bene di cosa sto parlando.

23

Tra gli italiani non c’era accordo se si dovesse festeggiare il quattro novembre

e quindi una vittoria o il due giugno e cioè una… sconfitta.

Nel Circolo, normalmente vinceva il partito del quattro novembre, ma una

consulta realizzata presso il consolato ci informò che per loro questo giorno

era un giorno lavorativo.

Solo alcuni anni dopo un presidente della Repubblica Italiana impose il festeggiamento

del giorno della fondazione della Repubblica.

In occasione della visita dell’ambasciatore alcuni gli chiesero lumi sulla opportunità

di scegliere una delle due date.

Ma l’ambasciatore non per nulla era un diplomatico. Fece alcuni cenni alla prima

guerra mondiale ed altrettanti sulla seconda, senza pronunciarsi e terminò

la conversazione dicendo che per quanto riguardava la sua italianità… lui aveva

sposato una signora turca!

Quando fu accompagnato all’albergo, il diplomatico volle saldare il suo conto

ma il portiere, che sapeva chi era, gli disse d’aspettare un minuto e andò a chiamare

il proprietario.

Questi, un vecchio italiano, venne a salutare e, con un tono che non ammetteva

repliche, gli disse che nessun ambasciatore del suo paese avrebbe mai pagato

per la permanenza nel suo stabilimento.

Molte volte ripensai a quelle parole.

Non è questo Amor di Patria?

IO, LA GUERRA E GLI EROI

La guerra è la seconda guerra mondiale, quando ero solo un ragazzo.

Pertanto non sono stato richiamato alle armi, né mandato a un fronte.

Sono scampato a un lungo periodo di bombardamenti ed alla ritirata dei

tedeschi.

Non è stato piacevole, ma ho potuto osservare molte cose.

In quel periodo eravamo sfollati. Si viveva in campagna, abbastanza lontano

dalla città, in una villa su una collina.

Un giorno accompagnavo mio padre, medico, che aveva visitato uno dei suoi

clienti.

A piedi, scendevamo per la strada di terra da una collina, quando sentimmo il

rombo di un motore d’aereo.

Avemmo solo il tempo di girar la testa per vedere un caccia. Credo fosse uno

spitfire, per il tipico disegno delle ali.

In picchiata, veniva diretto verso noi due, alle nostre spalle.

24

Istintivamente saltammo il bordo della strada, io da un lato e lui dall’altro,

rotolando sui lati della collina.

L’aereo ci sorpassò a non molti metri dal suolo, riprendendo quota e rimpicciolendo

in lontananza.

Non avemmo neppure il tempo di provar paura. Probabilmente il pilota aveva

voluto spaventarci. Molti di quei piloti da caccia erano poco più che ragazzi.

Un piccolo scherzo!

***

Un bel giorno, di primo mattino, quando ancora dormivamo tutti, arrivarono

alcuni “sidecar” con soldati tedeschi. Ci cacciarono dal secondo piano a pianterreno

e nelle nostre stanze si installarono loro.

Era un comando austriaco, come sapemmo poi. Fummo fortunati, perché si

diceva che gli austriaci fossero più amichevoli dei tedeschi.

Erano quasi tutti molto giovani.

Era difficile parlare con loro perché conoscevano solo poche parole d’italiano.

Io invidiavo loro il pane di segale, nero, che mangiavano spalmato di margarina,

regolarmente, alle ore dei pasti, mentre noi avevamo tessere per comprare

alimenti, che non servivano molto, visto che gli alimenti non c’erano.

Tutte le mattine partivano i “sidecar” con tre uomini. La sera tornavano le

motociclette col carrozzino spesso vuoto.

A turno, i soldati avevano un giorno di vacanza, ogni settimana.

Una mattina uno di loro, nel giorno di riposo, disegnava seduto sul prato di

fronte alla casa.

In quei tempi anch’io mi divertivo, di quando in quando, a scarabocchiare su

fogli di carta da disegno.

Mi sembrò quasi un collega e poiché non aveva molti anni più di me, mi feci

coraggio e provai a parlargli.

Naturalmente sia io che lui ci intendevamo più con gesti delle mani e della testa

che con le parole.

Mi mostrò il paesaggio che cercava di riprodurre e mi sembrò di capire che

quel pomeriggio sarebbe dovuto partire per il fronte.

- “Paura” ripeteva, “Paura”.

Io non riuscivo a intendere: era lì, senza nessuno che lo sorvegliasse, sapendo

che dopo alcune ore sarebbero venuti a prenderlo per portarlo al fronte, da

dove non sarebbe tornato e con una gran paura .

Sapeva benissimo che i tedeschi avevano già perduto la guerra. Aveva davanti a

sé chilometri di campi e colline boscose e non pensava neppure a fuggire.

25

Gli chiesi più volte perché non se ne andava.

- Ordini… ordini… ja… dodici, venire -

Gli avevano detto che sarebbero venuti a prenderlo alle dodici e lui aspettava.

Io mi convinsi che i tedeschi erano molto disciplinati, ma anche un po’ stupidi.

Non so per quale motivo, ma non lo rividi più.

***

C’erano altri soldati, un po’ più anziani, sposati, che bisognava evitare, perché

appena potevano tiravano fuori dalla tasca il portafoglio con le foto della

moglie e dei figli e non c’era modo di cambiare argomento

***

Una volta accompagnavo mio padre per una stradina di campagna ed incontrammo

un tedesco con i capelli rossi, che aveva voglia di fare amicizia. E parlava,

parlava sorridendo, ma sempre in tedesco e noi non capivamo niente.

Smise quasi subito di sorridere appena cominciò ad udirsi il rombo, sempre più

forte, di una squadriglia di quadrimotori che si avvicinava.

Non c’era pericolo perché eravamo in aperta campagna, ma lui cominciò a tremare

e quando il rombo dei motori si fece più forte, si gettò bocconi sul campo

al bordo della stradina, nascondendo la faccia tra le zolle del terreno arato.

Quando gli aerei furono passati ed erano già lontani, il soldato si alzò e con l’espressione

della faccia un po’ stralunata ripeteva:

- Russia… Russia.

Capimmo che lo avevano mandato in Italia dopo essere stato sul fronte russo.

Si era salvato, ma quella dev’essere stata una esperienza terribile.

***

C’era vicino alla nostra città un ponte, chiamato “i sei ponti” perché aveva sei arcate.

Faceva parte della linea ferroviaria Roma-Ancona e pertanto era molto importante.

Nell’ultimo periodo dell’occupazione tedesca, quasi ogni settimana, una squadriglia

di bombardieri, non so se inglesi o americani, tentava di demolirlo

lasciando cadere una miriade di bombe.

Il bello era che il primo aereo della squadriglia accennava appena una “picchiata”

per avvicinarsi al bersaglio, ma tutto il resto del gruppo lasciava cadere il

carico senza neppure provare ad abbassarsi.

Erano prudenti!

26

Naturalmente da quell’altezza era impossibile colpire il bersaglio e le bombe

solo cavavano grandi crateri nei campi.

Noi ragazzi, quando potevamo osservare la scena, sempre la stessa, da una

doverosa distanza, ci scherzavamo sopra.

***

Dato che eravamo sfollati, io non andavo a scuola.

All’inizio, alcune professoresse venivano periodicamente in una cascina, chiamavano

tutti gli studenti dei dintorni, facevano una specie d’esame ed assegnavano

i compiti per la volta seguente.

L’insegnante d’italiano, molto giovane, mi disse di memorizzare non ricordo

quanti versi di un certo capitolo dell’Eneide. E mi annotò i numeri del capitolo

e dei versi.

Per una distrazione, mi aveva indicato l’episodio che trattava dell’incontro di

Didone ed Enea: “e testimoni ne furon il buio e l’antro…”

Quando, nella lezione seguente, mi chiese di recitare i versi ed ascoltò di che si

trattava, arrossì visibilmente.

L’incidente fu molto divertente per me ed i miei compagni

***

Per mia fortuna c’era la villa di un marchese, a non grande distanza da dove

vivevamo noi.

Il padrone di casa era tutto un personaggio. Faceva parte della guardia nobile

del papa, che a quei tempi esisteva ancora. Aveva una moglie americana ed

una squadra di figlie, di tutte le età, una più bella dell’altra.

Loro avevano una biblioteca ed il nipote del padrone di casa era un mio coetaneo

ed io lo conoscevo. Così, periodicamente percorrevo a piedi, tra i campi, il

cammino sino ad arrivare alla residenza del mio amico, il quale mi prestava tutti

i libri che potevo portare sotto le due braccia. Avevano una biblioteca.

In casa nostra non c’era luce elettrica. Le centrali che la producevano erano state

distrutte.

Io, con un barattolino vuoto di concentrato usato per fare il brodo e che aveva

il coperchio di latta, avevo fatto una specie di lampada. Uno spago attorcigliato,

che attraversava il coperchio e pescava nell’olio del recipiente, era lo

stoppino. Così potevo leggere tutto il giorno e gran parte della notte.

Naturalmente la mattina seguente avevo la faccia coperta dal nerofumo ed il

soffitto della stanza non era più esattamente bianco.

27

Un giorno, mentre ritornavo a casa con i libri, arrivarono gli aerei per ripetere

il bombardamento usuale dei “sei ponti”.

Io, pur essendo a notevole distanza dal bersaglio, atterrito dalle esplosioni e dai

bagliori degli scoppi delle bombe che cadevano da tutte le parti, lasciai cadere

i libri ed abbracciai il tronco di una grande quercia, a lato dello stradello, aspettando

ad occhi chiusi la fine di quel finimondo.

Terminato il bombardamento, con le gambe tremanti, raccolsi i libri e, vicino a

questi, trovai una di quelle piccole eliche, di dieci centimetri di diametro, che

servivano ad attivare la spoletta delle bombe.

Non si era rotta. Con lo scoppio era volata fino a me. Era di alluminio. La raccolsi

e la portai a casa. L’ho usata come fermacarte, per tanti anni.

***

Un bel giorno si sparse la voce che erano arrivati gli americani.

Effettivamente i tedeschi, di notte, avevano abbandonato la villa.

Di primo mattino un solo carro armato tedesco, non molto grande, percorse

il tratto di strada del fondo valle, che si poteva osservare comodamente da

casa nostra.

Erano quattro o cinque chilometri di asfalto rettilineo.

Passammo il resto del giorno fuori casa o sul terrazzo per scorgere qualche

indizio dell’arrivo dei “liberatori”. Non avevamo la minima idea di come

sarebbe avvenuto.

Nel pomeriggio inoltrato vedemmo in lontananza una strana automobile, mai

vista prima.

Era una “jeep”, che si fermò subito per un buon quarto d’ora, lontano. Poi percorse

un tratto di strada per fermarsi nuovamente e così per tutto il percorso.

Erano molto, molto prudenti i… “liberatori”!

Non sapevano evidentemente che i tedeschi avevano abbandonato la zona e

non volevano arrischiarsi troppo.

Era già quasi notte quando la ”jeep” fece dietro front e scomparve dalla parte

da dove era venuta.

Erano quelli gli americani che aspettavamo?

Lo erano.

Infatti il giorno seguente comparvero autocarri con un rimorchio che aveva

tante ruote piccoline e che trasportavano carri armati Sherman.

Questi sì, erano carri armati pesanti!

E gli autocarri, uno dopo l’altro, formavano una fila che si snodava lentamente.

Il passaggio degli autotrasporti continuò per due giorni.

28

Alla fine, quando terminò, non c’era più asfalto sulla strada. Era stato polverizzato.

Questo servì a farci meditare sulla pazzia che era stata fatta al voler combattere

con “quattro milioni di baionette”, come diceva la propaganda, contro un

esercito con simili mezzi.

Già avevamo avuto lo stesso pensiero quando erano cominciati i bombardamenti

e vedemmo per la prima volta le squadriglie di aerei quadrimotori. In

Italia non c’erano quadrimotori

In tutti gli anni di guerra io non avevo mai visto un nostro carro armato delle

dimensioni degli Sherman, né un quadrimotore.

***

Durante cinquanta anni, dopo la fine del conflitto, ho visto tanti film , con

soldati molto coraggiosi e ligi al loro dovere.

Eroi da medaglia.

Ma loro non erano certo i soldati che avevo visto io, durante tutta la guerra.

Nei film ci sono sempre eroi. Eroi così, io non ne ho mai visti.

“O forse erra dal vero, mirando all’altrui sorte, il mio pensiero”.

Forse i personaggi di questo racconto sono stati tutti eroi… siamo stati tutti

eroi… veri.

SPAGHETTI ITALIANI

Erano trascorsi sette anni da quando avevo cominciato a lavorare in Argentina

e l’Istituzione dalla quale dipendevo mi assegnò una borsa di studio per trascorrere

nove mesi presso una fondazione internazionale, in un altro paese dell’America

del Sud.

Io partii per primo e la mia compagna mi raggiunse dopo un mese.

Impiegai questo primo mese per conoscere l’agricoltura di una vasta regione.

Nel paese c’era stata una riforma agraria, in tempi già lontani, con la quale si

era cercato di dare terra da coltivare a tutte le famiglie.

Naturalmente, ogni famiglia aveva una superficie molto piccola.

In una occasione vidi una casa in legno costruita su tronchi d’albero, all’altezza

di circa due metri dal suolo. Sotto il pavimento della casa erano racchiusi gli

animali domestici, in modo da avere maggiore superficie coltivabile.

Così dovevano essere state costruite le abitazioni dei villaggi di palafitte della

preistoria, ma gli agricoltori erano abbastanza contenti della loro situazione e

potevano vivere.

29

Quando la mia compagna mi raggiunse, ci trasferimmo nella città capitale,

dove era l’Università ed il mio ufficio presso la Fondazione.

Da allora cominciammo a trascorrere i fine settimana nei luoghi di turismo. E

lei era entusiasta del paese che vedeva andando in auto per le autostrade, nel

circuito turistico.

Solo io sapevo che era sufficiente inoltrarsi in una delle tante strade di terra ai

lati dell’asfalto per incontrare i villaggi dei contadini con i loro piccoli appezzamenti

di terreno coltivato a mais.

Negli anni seguenti le cose cambiarono molto.

Furono trovati ingenti giacimento di petrolio.

Un giorno facemmo la conoscenza della moglie dell’addetto culturale presso il

consolato italiano del luogo.

Nella loro famiglia, finalmente, si poteva parlare italiano.

In casa, avevano pezzi di roccia con incrostati cristalli di smeraldo bellissimi.

Li avevano comprati in non so quale paese dell’America del Sud, dove esisteva

una miniera e li usavano come ornamento, appoggiati sui mobili.

Il loro figlio maggiore ci raccontò una sua ultima avventura, molto eccitante

per persone che vivevano nel mondo diplomatico.

Salendo sull’ascensore di un edificio statale della città, per partecipare ad una

conferenza, si era trovato solo con una ragazza, che credette avesse più o meno

la sua età.

E lui la trattò da uguale, parlando e scherzando.

Poi volle accompagnarla nel salone dove si svolgeva l’evento e fu sorpreso nell’osservare

come la ragazza venisse salutata e lasciata passare con evidente

grande rispetto.

Messo in sospetto, fece in modo da poter chiedere ad un cameriere se sapeva

chi fosse la sua compagna.

- È la moglie dell’ambasciatore di…, una delle grandi potenze.

Naturalmente lui si affrettò a prendere le distanze, spaventato per il suo ardire

Poi ci sedemmo tutti a tavola, per cenare.

Sulla tavola c’era un fiasco di Chianti, di quelli impagliati, un panforte di Siena

e, naturalmente, spaghetti italiani.

Che buoni!

Noi che da tanti anni vivevamo all’estero, sapevamo quanto fosse difficile trovare

quel ben di Dio, anche se la cosa non era impossibile.

E poi venne uno zampone di Modena ed allora fu impossibile trattenersi dal

chiedere dove comprassero tutte quelle buone cose.

- Vengono dall’Italia, ci dissero.

Doveva costare l’ira di Dio importare quei prodotti per l’alimentazione quotidiana.

30

Solamente più tardi, ritornando a casa, la mia compagna mi disse che la padrona

di casa le aveva confessato all’orecchio: valigia diplomatica!

RITORNO ALLA PREISTORIA.

NASCITA DELLA “SEMINA DIRETTA”

L’uomo divenne agricoltore quando imparò a fare piccoli buchi nel terreno ed

a riporvi i semi. Poi qualcuno costruì una specie di aratro capace di aprire un

piccolo solco superficiale. Poi furono inventati gli aratri veri, prima di legno,

poi d’acciaio.

E Newton e Leibniz insegnarono a calcolare le forze ed i movimenti delle zolle

che si rovesciano su se stesse, coprendo di terra la vegetazione spontanea.

Aumentò così, enormemente, la produzione agricola ma aumentò anche l’erosione

del suolo.

Nel 1964, io stavo già lavorando in una Stazione Sperimentale Agricola, in

Argentina ed avevo disegnato alcuni esperimenti per approfondire la conoscenza

della dinamica dell’acqua nel suolo. Il disegno sperimentale comprendeva

anche parcelle con colture seminate su terreno arato e non arato. Secondo

quanto previsto le piante coltivate avrebbero dovuto crescere bene, nelle

parcelle arate e male, in quelle non arate. Ricordo ancora la mattina quando

l’incaricato del campo, con una faccia molto preoccupata, si precipitò nel mio

ufficio e mi chiese:

- “Dottore, come faccio io a seminare in un suolo non arato?” - Lo rassicurai

spiegandogli lo scopo e la maniera di procedere e dicendogli che avremmo controllato

la crescita della vegetazione spontanea mediante l’uso di prodotti chimici.

Le cose andarono, all’inizio, come avevamo previsto. Le piantine nacquero

stentatamente nelle parcelle non arate. Lo sviluppo della vegetazione

migliorava sensibilmente man mano che aumentava la profondità della rimozione

del suolo.

Alcuni professionisti, dipendenti di grandi società dedicate all’agricoltura, si

mostrarono interessati a questa ricerca. Venivano a visitarmi di quando in

quando ed io li guidavo sino al campo sperimentale. Non portavo con me il

disegno dello stesso perché i trattamenti si potevano intuire dalla differenza in

altezza della vegetazione. Ma un giorno, dopo qualche tempo dalla semina, una

volta arrivato con alcuni ospiti al campo sperimentale, non fui più in grado di

distinguere le parcelle con e senza rimozione del terreno. Rimanemmo tutti

molto meravigliati. Ancor più io lo fui, quando ottenni i rendimenti in grano

31

corrispondenti ai diversi trattamenti. Non c’erano differenze apprezzabili tra

il rendimento delle parcelle arate e non arate. Meglio non riportare i commenti

del personale della Stazione Sperimentale. Il più benevolo era quello che mi

consigliava d’andare in manicomio, se credevo davvero di poter seminare in

quella maniera i campi della zona.

L’esperimento fu ripetuto negli anni seguenti, ma era molto difficile far accettare

la filosofia di “questa nuova” e “preistorica”, tecnica colturale. É naturale…

dopo i millenni nei quali era stato usato l’aratro!

Ora la semina su terreno non arato è molto diffusa nella “Pampa” e, per quanto

ne so, anche in Africa e in altre parti del mondo.

Si chiama “siembra directa”, “no till”, “no tillage”, “labranza cero”.

Aiuta molto a risolvere il problema della conservazione del suolo, specialmente

nei paesi nei quali è rimasto qualcosa da conservare.

Non ha avuto molta diffusione in zone dell’Asia e dell’Europa, dove l’uso millenario

dell’aratro ha causato già tutta l’erosione che era possibile provocare.

Ora si parla molto di desertificazione ed erosione. Ma non bisogna dimenticare

che, quando gli spartani difendevano le Termopili, la larghezza del passaggio

occupato da quei trecento eroi, non era molto grande. Ora, tra un lato e

l’altro del valico delle Termopili, ci sono chilometri.

Questa è l’erosione.

PRESIDE E ANZIANO

Alto, magro, quasi un “don Chisciotte”, fumando il suo eterno sigaro toscano.

Questi era il preside dell’Istituto Tecnico Agrario nel quale avevo ottenuto

l’incarico di insegnare, non appena laureato. Quando ci si riuniva nella sala dei

professori, aveva il vezzo di ripetere: “Io, preside e anziano…”. La frase serviva

per far prevalere le sue opinioni ma, alla fine, era anche capace d’ascoltare le

idee altrui. Io non ebbi la fortuna d’entrare nelle sue grazie per due incidenti

occorsi durante l’anno scolastico. Il preside era solito entrare senza preavviso

nelle aule, mentre si faceva lezione, ed interrogare gli alunni per controllare

come procedeva lo svolgimento del programma. Una mattina me lo vidi affacciarsi

alla porta dell’aula, nell’ora di entomologia. Gli cedetti volentieri il mio

posto, sulla cattedra. Con aria paterna, cominciò a parlare di questo e di quello

e, ogni tanto, chiedeva qualcosa agli alunni. Tutto procedeva benissimo, sin

quando ebbe la malaugurata idea di accennare ad un insetto che attaccava la

frutta e causava un certo tipo di sintomi.

- I danni causati da questo insetto - e disse il nome dell’insetto…

32

Non poté proseguire, perché un alunno, alzata la mano, esclamò:

- Ma con questi sintomi, il danno è causato da quest’altro insetto e non da quello

che dice lei! - Purtroppo l’alunno aveva ragione. Il preside, che era anche

“anziano” lo sapeva, perché non lo contraddisse. Una svista.

Continuò, sempre col suo tono paterno, a parlare, poi alla fine disse:

- Bene, bene e andò via -.

Tutti i ragazzi rimasero eccitati… avevano corretto un errore de

02 Ott 2012 | ore 01:15

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