26
Mar 2014
ore 21:17

San Carlo olet?

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sancarlo_patatine_fritte.jpg

Non è uno spot pubblicitario ma un quiz.

Unite con una linea la foto qui sopra al volto qui sotto

DSC01091.jpg

Immaginate che dica: "Ragazzi, sono soldi e tanti" e avrete la spiegazione dell'invito alla manifestazione del 2 aprile.
Pensando, però, all'antico proverbio latino "pecunia non olet" forse qualche dubbio può venire.

IMG_3543.JPG

Forse uno spot migliore è stato quello riportato dal FattoQuotidiano del 13 febbraio

Dario Nardella - ex vice sindaco di Firenze - si siede alla Caffetteria di piazza di Pietra e spiega al telefono: “Sì, posso parlare tranquillamente. Sì, non c’è problema. Ascoltami, ora contatto il braccio destro di Oscar (Farinetti, ndr), perché dobbiamo portare la patatina San Carlo dentro Eataly… Sì! E’ l’unica interamente italiana

Grande spot.


La foto di Carlo Cracco è di Maurizio Camagna

commenti 12

Cracco is everywhere. Come Dio. Vedrai che ce lo ritroveremo come pupazzetto in miniatura anche dentro le San Carlo, che saranno pure 100% italiane ma vorrei mi spiegassero con che olio le friggono, perchè è un sapore che non ha riscontri in natura. Gli chef li conosci bene: la fama, spesso, gli dà alla testa. Non a tutti, ma a molti.

26 Mar 2014 | ore 22:50

P.S. Leggiti questo, Alan Richman su GQ America, non su tutto ma su molto non si può non essere d'accordo:
http://www.gq.com/life/food/201403/alan-richman-dude-food?currentPage=1

26 Mar 2014 | ore 22:55

ci racconti se esiste solidarietà nella categoria dei cuochi, se hanno in comune affinità, interessi ec. potrebbero anche sfruttare in senso positivo Cracco, utilizzandolo come ambasciatore per veicolare un loro messaggio.

27 Mar 2014 | ore 10:18

Suggerisco il titolo al simpatico Cracco per il suo prossimo best-seller:

"se sei già diventato figo grazie allo scalogno, cospargiti ovunque come il coriandolo."

Il prezzemolo no, troppo mainstream.

27 Mar 2014 | ore 11:10

...ho sorriso leggendo:"se tutti i grandi chef sono in televisione chi rimane dentro le cucine di questi ristoranti super stellati..." . Quindi io rifletto, se in quasi tutte le attività dove si raggiunge un determinato livello sei obbligato a frequentare aggiornamenti, corsi di formazione ecc... per loro come funziona???
A chi ne sà più di me l'ardua sentenza.

27 Mar 2014 | ore 11:52

Tempo fa ho postato : SUCCEDE IN FRANCIA!
Da un’inchiesta televisiva della rete francese TV5, 150.000 ristoranti francesi servono piatti refrigerati, congelati o preconfezionati.

Da quì la richiesta di grandi chef come Gérald Passédat, Alain Ducasse, Thierry Marx e Alain Dutournier di proporre una nuova denominazione: RISTORANTI DI QUALITA’. Questa denominazione sarà riservata solamente ai ristoranti dove ogni piatto sia preparato e cucinato al momento, espressamente per il cliente. L’intento è di tornare a cucinare veramente e non limitarsi ad assemblare eleganti presentazioni di cibi o parti di cibi precostruite o addirittura preconfezionate dall’industria! Questo riguarda anche piatti o menù che vengono indicati come ”specialità della casa”, magari ideati dallo chef assente (famoso in tv, eventi, libri ,ecc. ) ma non cucinati e preparati dalle sue stesse mani. Se le attrezzature moderne (abbattitori, congelatori, sottovuoto ecc.) permettono di preparare in anticipo le componenti dei piatti, il cliente non ne è affatto informato, figuriamoci poi il turista! La proposta naturalmente ha sollevato critiche e proteste. E….in Italia?

27 Mar 2014 | ore 18:30

Non confondiamo tecniche e tecnologia con scorciatoie o disonestà intellettuale. In cucina soprattutto in quella attuale gli strumenti e la tencnica fanno parte del piatto e sono figlie di un progetto ben preciso. Pertinente o meno, convincente o meno questo certo ma questo è un altro discorso. Da non confondersi con i "commercianti di coperti" o con quella ristorazione che e solo fuffa ed apparenza. Ogni strumento del mestiere ha una sua pertinenza d'uso e la storia chi insegna che a volte un fortuito uso improprio ha poi generato tecniche e scuole successive. Non dimentichiamo poi che il controllo delle temperature è stato un passo fondamentale nell'evoluzione culinaria come pure enologica (criomacerazioni, rigoroso controllo delle temperature nei processi di spumantizzazione es. Martinotti Charmat ecc. ecc.)Inoltre gli abbattimenti di legge come pure i processi nelle lunghe lievitazioni es.la pizza e via discorrendo.
Saluti
Pier

28 Mar 2014 | ore 09:58

Il suo titolo conteneva forse un allusivo riferimento al detto latino "pecunia non OLET"? Chiaramente sì! Il suo dolore è anche nostro, di un mondo che non ha più resistenza al dio "mercato". Lei si è speso per una visione poetica della vita, cercando sempre di distinguere il bene dal male, ciò che ha valore da ciò che non ne ha, tentando di sottolineare ciò che ha senso rispetto all'infinita insensatezza di quanto oggi sempre più accade.
Tempo fa, istigato da Beppe Bigazzi, senti il racconto (fatto controvoglia) dello chef (pare che preferisca essere chiamato oste) Paolo Tizzanini allorquando aveva invitato ad andare via dal suo ristorante l'attore americano Russell Crowe ed un suo collega (di cui non disse il nome) perché a fine pranzo avevano chiesto una coca-cola.
Oggi non ci sono cose che contano, bensì le cose si contano. Per il mercato valgono solo i numeri, non altro.
L'eno-gastronomia un tempo aveva dei sacerdoti che custodivano e difendevano l'integrità dei prodotti, della cucina, del vino di qualità. Oggi siamo spettatori di uno spettacolo triste.
Un tempo Arbore cantava "sì la vita è tutta un quiz". Oggi, invece, è tutta show-business.

Si salvi chi può
Enzo C.

28 Mar 2014 | ore 19:49

@Piermiga:
"come pure i processi nelle lunghe lievitazioni es.la pizza"
Siamo arrivati a 48 o 72 ore di maturazione dell'impasto...eppure vi è una maggioranza di pizze non ottime ed, a volte, non buone.
@Enzo Cassano
Condivido totalmente.
Ma siamo in pochi.

29 Mar 2014 | ore 10:08

Certo che si. Ė forse paradossale trovare con più facilità piatti convincenti rispetto a pizze buone ma nella mia personale esperienza devo rilevare che la percentuale di improbabili è decisamente maggiore fra quelle che adottano processi di lievitazione sbrigativi rispetto a maturazioni più controllate e diluite nel tempo almeno in merito a fragranza e digeribilità. Poi la scelta della tipologia di impasto è assai variegata così come l'utilizzo dellla tipologia di lieviti o mix di essi ed anche le varie scuole di pensiero (napoletana, Tramonti, romana, bassa, alta, cornicione ecc.ecc.) si differenziano parecchio quasi sempre in simpatica campanilistica competizione. Il metro comune dovrebbe comunque essere sempre oltre alla digeribilità e fragranza dell'impasto la qualità delle farciture e perché no della loro pertinenza. Forse sbagliando io sono ancora uno che reputa che sulla pizza non ci stia proprio di tutto.
Saluti
Pier

29 Mar 2014 | ore 11:41

Ci vuole la rottamazione anche dei cuochi.
Quelli che hanno fatto danni alla categoria promuovendo per denaro il cibo industriale che é il contrario della missione naturale di un cuoco, dovrebbero essere considerati come quei politici che con i loro comportamenti disonesti hanno causato danni alla cosa pubblica. Dovrebbero pertanto essere allontanati ed espulsi dalla categoria. Cuochi onesti e capaci svegliatevi!

30 Mar 2014 | ore 14:54

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